l’ardita ipotesi di una Gladio “dentro le linee amiche” di Fabio Piselli…

Qualche anno fa sono stato interrogato da una Procura della Repubblica che procedeva una più attuale analisi dei fatti di sangue accaduti sin dalla seconda metà degli anni ottanta ed almeno fino alla metà degli anni novanta, periodo che un magistrato ha definito, durante un altro interrogatorio, come la mia maturità operativa. 

Oggetto del mio interrogatorio era una precedente relazione giudiziaria sui fatti che mi hanno coinvolto all’interno di talune presunte attività poste in essere in un presunto circuito militare parallelo a quello ufficiale, diverso dalla nota Gladio alla quale faccio presente che non sono mai appartenuto. 

L’operazione Gladio in Italia era parte della rete Stay Behind della NATO che in almeno 16 stati europei aveva sviluppato una serie di strutture con nomi diversi, in Italia appunto la Gladio, che aveva in parole povere il dovere di attivarsi “dietro le linee nemiche” in caso di invasione comunista nel periodo della guerra fredda.

“linee nemiche” che erano in realtà le linee amiche ma che sarebbero diventate tali solo dopo essere state invase dal nemico della galassia URSS. 

La Gladio ufficiale quindi si limitava agli addestramenti per mantenere lo standard NATO della rete S\B anche con attività di monitoraggio politico verso l’area comunista italiana in termini di analisi e di indice di rischio.

Perciò non esisteva nulla di operativo in assenza di invasione sovietica se non gli addestramenti, il reclutamento e l’osservazione. 

Va detto che tutte le indagini aperte su Gladio col sospetto del coinvolgimento della rete ufficiale nella strategia della tensione non hanno prodotto elementi giuridici soddisfacenti, per quanto sul piano storico e politico la commissione stragi ha raggiunto una mole informativa di tutto rispetto per gli storici e per una collettività interessata a comprendere i meccanismi della commistione fra le strutture dello Stato ed i personaggi coinvolti nei gravi fatti di sangue. 

I gladiatori italiani, sia quelli ufficiali dei 622 che i sedicenti altri, hanno sempre agito su mandato istituzionale e con fedele collaborazione verso coloro che rappresentavano lo Stato. 622 è un numero al quale nessuno crede se non come soggetti calamita, ovvero verso i quali altri operatori si sarebbero riferiti per agire in base alle programmate operazioni; per cui si ipotizza che la Gladio italiana avesse almeno qualche migliaio di persone pronte ad attivarsi in caso di una invasione sovietica come commandos e rete di intelligence tale da interconnettersi con le altre reti europee e quindi con le forze armate occidentali che avrebbero interdetto gli invasori con le attività tipiche delle forze speciali, ovvero dietro le linee nemiche, in cui sarebbero stati già operativi i gladiatori locali. 

La struttura alla quale ho fatto accenno nei miei interrogatori, definita “gladio interna” ma in realtà non aveva un nome univoco ma una serie di nuclei ad ordinamento cellulare con sigle e nomi diversi, era già attiva “dentro le linee amiche” prima ancora che queste diventassero eventualmente “linee nemiche”. Era attiva ed operativa quindi già in assenza di una eventuale invasione sovietica. 

In funzione di operatori specializzati nella cosiddetta quarta dimensione della guerra, quella che ingerisce nella psicologia della collettività, nelle emozioni della gente tramite l’arma della paura da utilizzare come destabilizzazione sociale per stabilizzare un indirizzo politico. 

Ho semplicemente testimoniato rispetto alle mie attività di analisi ed alle mie esperienze e contatti diretti con chi ha avuto un presunto ruolo nei fatti della falange armata, della uno bianca e con gruppi simili, tutti caratterizzati non solo dall’elemento impattante come il terrore reale o solo psicologico ma soprattutto dalla convergente frequentazione, anche apparentemente casuale, con un esponente delle forze armate degli anni ottanta che aveva esso stesso gravitato in quei reparti come i paracadutisti in cui anche io avevo prestato servizio e nelle basi americane in Italia ed in Germania anche da me frequentate. 

In buona sostanza potrebbe essere giunto il momento di svolgere una seria analisi politica e collettiva per comprendere la differenza fra la “giusta” Gladio dei 622 per capirci che, per quanto clandestina era autorizzata però da tutti i vertici nazionali e NATO per tutti i decenni in cui è rimasta attiva, e quella diffusa rete “smagliata” delle piccolissime strutture anche scoordinate fra loro ma rese complementari dal fattore collante rappresentato proprio dai soggetti come quel personaggio delle forze armate al quale ho fatto riferimento, che era più volte transitato ai servizi e rientrato al reparto di origine per tornare al servizio. 

Se si persiste nell’affrontare questa ipotesi con un metodo investigativo razionale si rischia di perderci nel nulla in cui ci porterà, perchè è strutturata con questo scopo tale da non far giungere alla acquisizione di elementi di prova spendibili in un dibattimento processuale, mentre potrebbe essere utile fare un percorso radicalmente inverso, non più di analisi verso una sintesi ma da una sintesi all’indirizzo di ogni singola analisi di un singolo fatto. 

Non deve essere il singolo presunto sedicente operatore di questo sottosistema integrato del tutto clandestino a dover supportare le prove della sua appartenenza, perchè non potrà mai farlo, bensì occorrerebbe analizzare le attività di tutti quegli esponenti delle istituzioni ed in queste includo i carabinieri e dei servizi che sono stati collegati a quegli eventi di sangue posti in essere da bande militarmente organizzate o con una struttura comunicativa simile, per ricostruire un quadro di insieme di rapporti diretti fra persone fisiche, tramite incontri in sedi istituzionali o in hotel e presso case private, di rapporti triangolati da conoscenze comuni interne alle istituzioni militari e di polizia e di quel linguaggio comunicativo non verbale utilizzato per inter-scambiare dei segnali marcatori apparentemente banali o considerati solo delle espressioni

estemporanee, per fare un esempio quando si risponde volutamente “affermativo” invece che “si” oppure quando si tolgono le targhe anteriori ad una macchina ed altro ancora che, ripeto, appare solo come un qualcosa di strano ma non necessariamente anomalo a tal punto da considerarlo un linguaggio comunicativo indiretto. 

Sarebbe quindi ora di affrontare la nostra storia recente che ha cambiato però il paese portandolo alla cosiddetta seconda Repubblica tramite una guerra intestina a basso impatto che ha invece impattato l’opinione pubblica con l’uso strategico delle stragi del 1992 e del 1993, le quali hanno chiaramente rappresentato il momento politico del processo di mutamento fra la strategia della tensione precedente e la gestione di una nuova strategia della paura con un obiettivo politico a lungo termine. 

Occorrerebbe per esempio partire dai fatti avvenuti nei singoli territori, fatti cellularizzati ma non unici o chiusi ad anello, ricondurli in un quadro di insieme più ampio, nazionale ed europeo, perchè casi simili sono avvenuti in altri paesi nello stesso prossimo periodo, quindi indirizzarsi verso ogni singola cellula-fatto in cui riconoscere sia il segnale marcatore fisico che il linguaggio comunicativo non verbale e riscontarne l’eventuale convergenza all’interno di tutti i singoli fatti. 

Menomale che sono già descritto come un pazzo, pensate se qualcuno mi credesse, rischierei di passare quasi trenta anni della mia vita come un personaggio da un lato descritto come inaffidabile sotto ogni punto di vista e dall’altro delegato di incarichi fiduciari da parte di rappresentanti di quegli stessi uffici che mi descrivono pazzo. 

Paradossale, quasi come l’ipotesi di una gladio interna al cui interno sono avvenute quelle scissioni fra chi ne aveva capito il carattere illecito e chi invece ne difendeva solo i vantaggi sotto vari profili, dall’ideale politico alla carriera fino a quelli meramente personali. 

Scissione che ha visto pochi denunciare e finire in disgrazia e tanti semplicemente continuare nella propria attività, anche delinquenziale, oppure transitare all’interno delle amministrazioni dello Stato anche sotto forma di consulenze per la sicurezza per grandi appalti internazionali delle grandi compagnie di Stato o da questo partecipate. 

Se, ipotizzando che tale sottosistema integrato del tutto clandestino, fosse stato protetto da chi invece aveva un chiaro ed effettivo ruolo dentro le istituzioni potremmo comprendere la differenza di “credibilità” fra il denunciante, subito descritto come un millantatore e chi si difendeva con la credibilità del proprio ufficio anche usando le notizie di polizia o qualche soggetto manipolabile per trasformarlo in “vittima” di un reato mai avvenuto e subito attribuito al denunciante facendogli sostanzialmente terra bruciata intorno, con il psicologico strumento del “transessuale” o dell’omosessualità che in un ambiente militare spinge a tenersi a distanza per non essere coinvolti in roba di “froci”. 

Senza dimenticare che in alcuni rigoli di questo sottosistema c’erano anche le organizzazioni criminali tipiche del nostro paese, mafie con un potente controllo del singolo territorio, le stesse che delle attente analisi hanno fatto emergere come commiste negli interessi di quelle realtà politiche protagoniste della evoluzione della seconda Repubblica. 

Probabilmente quel che dico deve essere considerato come il frutto di un povero mezzo scemo ma non per questo rinunciare allo studio di tutto quello che è avvenuto fra il 1985 ed il 1994 nel nostro paese, in ogni singola regione, per riconoscervi dei punti di convergenza tali da iniziare a sviluppare una nuova rete, quella della ricostruzione storica di un periodo che ha visto la strumentalizzazione di molti ragazzi d’avventura o d’azione, non per questo stupidi o disonesti ma più radicati a quella sana sregolatezza di un reparto speciale o di chi inserito in quelle attività meno ortodosse. 

Vorrei tanto che i miei figli fra venti anni potessero leggere la storia del loro padre con una ottica meno riduttiva, banale e denigratoria ma con quel merito di aver almeno scelto di stare dalla parte dello Stato, quello rappresentato dalla collettività, una volta compreso che ero finito dentro un sottosistema invisibile alle istituzioni ma in esse integrato. 

Molti di noi si sono interfacciati con lo Stato nel rapporto di fiducia col proprio livello superiore, che era un rappresentante delle istituzioni, senza sapere che queste terminavano con quel soggetto ed iniziavano altri interessi politici, personali o più propriamente strategici del tutto illeciti e non compatibili coi doveri del suo ruolo. 

Provate ad immaginare cosa è accaduto a chi ha tentato di denunciare tutto questo, senza una copertura di alcun tipo, se non quella di aver registrato qualche incontro e qualche operazione e solo grazie a questo metodo poco ortodosso si è potuto dimostrare vero quel che era sempre stato negato, riducendo comunque di poco la sua in-credibilità testimoniale. 

Non mi aspetto per questo che sia donata una credibilità alla intera ipotesi che sottopongo al confronto collettivo, mi basterebbe già un “pazzo” di meno ed un serio studio politico sulle attività di questa presunta “gladio interna” per riconoscere in essa il sottosistema utilizzato per cambiare gli assetti del nostro Stato sia tramite i grandi botti che attraverso la strumentalizzazione di alcuni collaboratori in buona fede, di taluni delinquenti in uniforme e di tutta la collettività che, per paura, è stata indotta a rinforzare la bandiera politica eretta a simbolo di libertà…

Fabio Piselli

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