“la moglie del testimone”, di Sara Moi Piselli

introduzione

“la responsabilità dell’intelligenza”

“il valore sociale della testimonianza”

“la libertà di stampa e le notizie di libertà”

“la percezione della minaccia”

“il rapporto con lo stress”

“clandestini in Patria”

“donna promiscua e marito frocio”

“in morte di Fabio Piselli, mio marito”

“a Te, che mi hai letto”


Introduzione

Antignano nella primavera del 2011 offriva una giornata di sole meravigliosa, stavo aspettando che mia figlia Matilde si svegliasse per scendere allo “Scoglio della Ballerina” e trascorrere qualche ora al mare in attesa che mio marito Fabio tornasse dal turno di notte.

Riflettevo sulla visita di un suo ex collega che era passato a trovarci la sera prima, ancora in servizio in un reparto della Folgore ed ancora un uomo apprezzabile nella sua prestanza fisica e nello sguardo, che chiaramente aveva visto molto.

Riflettevo sul consiglio che aveva dato a Fabio, quello di “farsi voler bene”.

Erano stati insieme alla Scuola Sottufficiali dell’Esercito poi si erano ritrovati nella Brigata Paracadutisti Folgore e di tanto in tanto si offrivano un caffè ridacchiando sul volume della pancia in aumento in quella reciproca consapevolezza del tempo che passa, fra gli sporadici incontri avuti durante gli anni novanta nei teatri esteri in Africa e nella ex Jugoslavia o quelli ancora meno frequenti nella città in cui entrambi abitavano, considerata solo un “sito logistico” apprezzabile per il clima e per la vicinanza a tutto il resto del mondo, come usavano dire.

Da casa potevo scorgere il monumento a Ciano gettando lo sguardo verso le colline di Montenero, ero curiosa nel pensare che una città come Livorno, notoriamente sinistrorsa, possa aver avuto un fascismo importante rappresentato anche da quella costruzione più simile al deposito dei fumetti di “Paperon de Paperoni” che ad un fregio di un regime che, in quella città, aveva ancora dei rigurgiti nei reparti militari nei quali anche mio marito aveva prestato servizio; dove dei paracadutisti della vecchia guardia inneggiavano ai canti ed agli emblemi fascisti forse più per tradizione che per un vero e proprio ideale politico.

Gli squilli del telefono di casa interruppero i miei pensieri.

Risposi, la voce ed il tono del chiamante mi fecero subito capire che ero diventata parte di un gioco grande, molto più grande di me.

“Direzione Investigativa Antimafia”.

Disse la voce ancora anonima chiedendo di mio marito e qualificandosi poco dopo col grado, nome, cognome ed ufficio di appartenenza il quale una volta compreso che era assente mi disse di informarlo che ci sarebbe stato un imminente colloquio investigativo segreto con un magistrato della Procura Nazionale Antimafia.

Mafia, parola grande pensai, che c’entra Fabio con la mafia, perchè non chiamarlo direttamente sul cellulare oppure farlo convocare in caserma per una classica notifica. Luoghi istituzionali a lui noti perchè aveva lavorato fino a poco tempo prima con le procure della Repubblica e con i vari uffici di Polizia Giudiziaria sparsi nel paese.

Perchè impormi seppur con la massima gentilezza il peso emotivo della delega di una informazione così delicata relativa ad un incontro con un alto magistrato della PNA.

Il pianto di Matilde mi riportò alla realtà, alla mia realtà di madre di una bambina nata prematura pochi mesi prima che necessitava di un’attenzione maggiore rispetto al normale, specialmente quando mangiava e durante il sonno che mi aveva sostanzialmente imposto di rimodulare tutti i tempi di poppata e di riposo.

Uscimmo poche ore dopo per goderci il tepore del sole labronico col solito saluto di Dario, un vecchio amico di Fabio col quale aveva praticato lo sport della Lotta Libera da bambini e da ragazzini, ritrovato ora come vicino di casa e rimasti nel loro rivedersi degli eterni adolescenti, felici di volersi quel bene espresso nei loro sorrisi che mi offrivano una profonda sensazione di benessere.

Riconoscevo la purezza della loro prima gioventù, la purezza degli sguardi sereni, carichi di una energia importante che donava calma, bellezza.

Dario Chelucci è morto qualche anno dopo, colto da malore ed abbandonato in auto da un amico, questo libro rappresenta anche un saluto a quella purezza che non ho più ritrovato.

Avevo informato mio marito della telefonata ricevuta dalla Direzione Investigativa Antimafia ma non mi era sembrato sorpreso, lo salutai mentre stavo attraversando le strisce pedonali quando giunse una auto che frenò bruscamente, proprio a pochi passi da me e da Matilde che tenevo in braccio.

Scorsi due uomini a bordo e vidi un braccio uscire dal finestrino del lato di guida, puntato contro di me, riconobbi la forma di un oggetto che sembrava mimare quella di un’arma ma non ero sicura che lo fosse, non ebbi il tempo di dire o fare nulla perchè ripartirono sgommando lasciandomi confusa, ebete dell’idiozia di un gesto del genere.

Matilde dormiva serenamente, io ero calma, non riuscivo a disegnare nella mia mente quella serie di immagini che, passo dopo passo, ricostruivano l’insieme del fatto che avevo appena vissuto ma che mi ostinavo a non volerlo configurare come ciò che sembrava essere.

Due uomini su una macchina potente giunta velocemente verso me e mia figlia che, dopo aver frenato a secco, mi hanno puntato contro un’apparente arma e sono ripartiti sgommando.

Roba da cinema, pensai, ridendo come una stolta perchè mi venne in mente il maresciallo Nico Girardi dei filmetti italiani, quelli insieme a Bombolo ed in quel momento proprio a questi due simpatici personaggi attribuivo, paradossalmente, il viso di quei due uomini in macchina che col passare dei minuti mi avevano però spento il sorriso e, tanto ero tremante, che Matilde si svegliò dal mio petto.

In quel preciso istante ho potuto compattare quanto era avvenuto nella mia vita sin da quando pochi anni prima avevo deciso di condividerla con Fabio Piselli, di formare con lui una Famiglia e di crescerla ben cosciente che le difficoltà che stavamo vivendo erano riconducibili alla sua esposizione come testimone in un evento giudiziario importante, come le nuove indagini sulla tragedia del Moby Prince ed in riferimento ai fatti vissuti durante la sua carriera militare, prima della tragedia di quel traghetto avvenuta nell’aprile 1991.

Complicanze testimoniali da considerare come un rischio naturale di un ruolo del genere, che nel nostro paese ha una durata lunga e caratterizzata da più e diverse sentenze, spesso talmente contrarie nei loro motivi da giustificare proprio l’esigenza di una nuova ed ulteriore inchiesta.

Ero perciò consapevole della nostra situazione, ero preparata ad affrontare le rinunce ed i sacrifici che stavamo gestendo al meglio delle nostre possibilità ma non ero pronta ad essere io stessa la protagonista di una minaccia, rispetto che essere la moglie di un testimone che stava già subendo una importante opera di condizionamento alla quale assistevo e certamente subivo ma in modo ben diverso da quanto avevo preso coscienza, dopo quell’episodio.

Per tutto il giorno ho pensato se sarebbe stato meglio andarmene, prendere mia figlia Matilde e lasciare Fabio.

Mi aveva sempre detto che questa era una scelta che avrei potuto compiere in qualsiasi momento, mio marito non mi ha mai nascosto nulla della sua vita ed ero ben cosciente dei rischi di stargli accanto ma lui aveva quella visione più ampia della paura che forse negavo a me stessa; mi aveva donato per questo anche l’opportunità di andarmene e di portare con me nostra figlia, un ulteriore cenno di quell’amore che ci lega da anni ed in forza del quale abbiamo proseguito il nostro cammino dando vita ad altri due figli dopo Matilde, Fabio Massimo e Edda, che oggi rappresentano l’insieme della Famiglia Piselli.

Da quel momento ho scelto, non più, di stare insieme e vicino a mio marito bensì al suo fianco, in una posizione paritetica di persone assolutamente consapevoli di quella guerra che egli stava combattendo fino a quel momento da solo, con la mia vicinanza ma da solo comunque.

Ho così visto e vissuto il pregiudizio sociale, i danni dell’ignoranza, la paura delle persone che pur apprezzandoci hanno preferito restare a distanza, ho percorso la strada della povertà materiale che abbiamo patito e di quella morale di chi sfruttava la nostra condizione ma anche il consenso ricevuto dalla collettività e quei gesti di sostegno che ci hanno dato la forza di continuare la nostra lotta.

Ho compreso i rischi che il consenso di questo tipo contiene, fra i tifosi che sposano una causa per il solo fatto di andare “contro” lo Stato e coloro che invece desiderano comprenderne tutti gli aspetti, per questo abbiamo nel corso degli anni offerto un costante confronto sulla nostra situazione, concentrandoci sugli aspetti emotivi, psicologici e relazionali nel rapporto con le persone e con questo nostro strano paese invece di trasformarci in una sorta di additati “complottisti” oppure nel rifugio dei leoni da tastiera, che leggono solo le prime righe.

Abbiamo sin dall’inizio scelto di rivolgerci alle più alte cariche istituzionali perchè i fatti patiti avevano tutti i connotati di quei settori dello Stato, istituzionali e meno ortodossi, in cui mio marito ha lavorato o che ha perimetrato nel corso degli anni.

Stato al quale ha giurato più volte fedeltà in tutela delle libere istituzioni ed in difesa della Democrazia.

“Fascista”.

Così in molti lo hanno appellato per il solo essere stato un parà della Folgore.

“La moglie del Fascista”.

Mi sono sentita descrivere con disprezzo da parte di chi nemmeno mi conosceva, oppure con apprezzamento da parte di chi si diceva essere un fascista.

Quando, in realtà, nulla di tutto questo volevamo; non un tifo pro o contro e soprattutto non una bandiera politica da sventolare sulla nostra pelle di “fascisti” che non siamo e che certamente non sono mai stata, ispirandomi da sempre ai valori liberali e democratici che, nel nostro paese, trovano purtroppo scarsa aderenza e reale comprensione sociale.

Fabio nel corso della sua carriera militare, iniziata a sedici anni di età, poi da paracadutista ha certamente condiviso un “credo” identificabile nei valori militari dell’epoca fascista basati sui termini “onore e fedeltà”.

Successivamente la maturità e l’evoluzione nel confronto delle esperienze vissute gli hanno permesso di raggiungere un pensiero politico più liberale.

Esporci pubblicamente ha significato anche essere vulnerabili ad ogni strumentalizzazione ma siamo riusciti a restare noi stessi, coi nostri colori ed il cromatismo di una Famiglia in costante evoluzione che segue la politica e che fa politica per il solo essere dei cittadini votanti, pur nei limiti nei quali hanno ormai blindato il valore del voto popolare.

Ho accompagnato mio marito nel corso di tante battaglie in una guerra da sempre saputa invincibile ma non ci siamo arresi perchè coscienti di essere sconfitti in partenza, abbiamo scelto di difenderci contro un sistema residuale di una rete sotto-integrata alle amministrazioni della sicurezza dello Stato.

Rete in cui mio marito ha avuto delle esperienze, che non ha interesse a fermare l’opera di un singolo testimone come il semplice Fabio Piselli, il quale può avere o meno delle informazioni utili per questa o quella procura o per una commissione parlamentare ma in realtà ha l’obiettivo di dare l’esempio a tutti coloro che a vario titolo hanno lavorato in quei settori dello Stato istituzionali e meno ortodossi, che potrebbero scegliere di uscire in chiaro e parlare, offrendo un confronto tale da comprendere che cosa è avvenuto nel nostro paese nel corso dei vari mutamenti politici concomitanti coi grandi botti, con le stragi.

Che cosa è avvenuto fra le metà degli anni ottanta e le stragi di Falcone e di Borsellino le quali hanno rappresentato una sorta di cambio generazionale di una politica che da sempre ha trattato con quei poteri esterni allo Stato ma in esso convergenti tramite la condivisione degli interessi di potere e di mantenimento di uno status quo, messo a rischio da chi ha invece vissuto dall’interno quelle dinamiche ed ha raggiunto la piena consapevolezza di tutti i meccanismi di quei fatti.

Messo a rischio da chi può ancora fornire non una dirimente verità ma una conoscenza cellulare che, saputa ben leggere, permetterebbe di ricostruire il comportamento della politica delle stragi, del traffico di armi clandestino con la Somalia, dell’occultamento delle verità per dei chiari interessi di Stato e per degli interessi che dello Stato si fanno solo scudo.

Questo “libro” non parla quindi di una testimonianza ma parla delle emozioni di una donna, di una madre, di una professionista laureata con tutta la capacità di leggere gli eventi senza filtri, senza condizionamenti o convenienze di sorta perchè restando accanto a mio marito ho accettato di perdere tutto, di vivere spendendo le decine e decine di migliaia di euro che ci sono serviti per sopravvivere in tutti questi anni, per portare avanti una Famiglia nelle condizioni in cui siamo riusciti a farlo, raggiungendo tutte le tappe evolutive dei nostri figli, oggi scolarizzati nel piccolo paese in cui viviamo, Latte di Ventimiglia, al confine con la Francia.

Vivo del mio lavoro di pedagogista e lo faccio con la serenità di chi ha saputo affrontare le difficoltà senza perdere in esse la dignità di donna, di madre e di moglie.

C’ero, posso dire, ho vissuto quegli eventi che un tempo ascoltavo scettica in qualche intervista giornalistica o solo nei film, scelgo quindi di parlare di me e delle esperienze che mi hanno consentito di riconoscermi nel coraggio delle emozioni grazie al quale abbraccio i miei figli senza paura, senza ansia e soprattutto insieme a mio marito Fabio.

Questo libro parla di una donna che ha scelto di essere la moglie di un testimone restando se stessa e diventando una sorta di testimone passivo di quel che accade quando lo Stato ospita una guerra intestina, fra coloro fedeli alla Democrazia e chi invece perde ogni valore e difende solo il proprio ufficio, il proprio carrozzone, i soli propri interessi.

Questo libro pone infatti un quesito nelle sue righe, che ci chiede di dare una risposta alla nostra coscienza individuale e sociale, ovvero da che parte stiamo quando i nostri interessi, il nostro orticello, il nostro benessere è posto a rischio non da un regime invasore ma da una semplice scelta da compiere col coraggio delle emozioni.

Questo libro non parla delle qualità di una testimonianza ma del valore sociale e civile di testimoniare, sempre e comunque, in una società omertosa e purtroppo suddita di un sistema che induce omertà, anche di fronte alla strumentalizzazione mediatica di un fatto di cronaca.

Parla della de-personalizzazione di un testimone ridotto a “personaggio” evidenziandone gli aspetti con una valenza ora negativa ora positiva in base agli interessi di chi, così facendo, lo ha trasformato in un oggetto testimoniale e non più in un soggetto autonomo che si è assunto una responsabilità importante e che dopo tutti questi anni è rimasto tale, un testimone che non ha mai ricevuto nessun procedimento e tanto meno una condanna per i tipici reati di una testimonianza mendace.

Un libro che parla soprattutto d’amore, di sentimenti, di emozioni, di ciò che ognuno di noi vive tutti i giorni senza essere la moglie di un testimone e si confronta con la paura delle scelte da compiere.

Lo scrivo per i miei figli, perchè un giorno si chiederanno i motivi della loro storia e di quella della Famiglia Piselli, gente umile ma profondamente consapevole dello Stato in cui siamo.


 la responsabilità dell’intelligenza

L’intelligenza è una grande responsabilità, alla quale non puoi fuggire nemmeno se provi a dissimularla, perché ti pone sempre di fronte a te stessa e prima o poi dovrai fare i conti con la tua realtà interiore.

Speri quindi nei meccanismi difensivi, quelli che si attivano inconsciamente quando la sofferenza è troppo grande per la tua mente e ti portano a rimuovere un fatto oppure a negarlo o magari riesci anche ad entrare in un circuito psicopatologico e, finalmente, spegni il cervello.

Se tutto questo non accade sei costretta a prendere coscienza che quel che stai vivendo è reale.

Come persona intelligente che si pone quindi in discussione hai anche delle scarse possibilità di avvalerti del vittimismo, quello che catalizza insieme un nutrito gruppo di persone bisognose di colpe altrui per credere di essere sempre vittime di un qualcosa di patito, ruolo nel quale identificarsi ed in cui nascondere la propria ignoranza emotiva.

L’intelligenza è quindi una opportunità di scelta, quella che ti permette di compiere delle azioni in completa autonomia e non delle re-azioni a qualcosa di altro da te, contro il quale puntare il dito ed individuare quelle colpe tanto fuggite.

L’intelligenza non è affatto popolare, non fugge mai e, generalmente, ti isola anche dagli ambienti considerati elitari.

Accettare di riconoscersi come tale, intelligente, non è facile perché occorre essere coerenti e, la coerenza, necessita della costanza, della forza di volontà che stride talvolta con la caparbietà e con l’orgoglio.

Motivo per cui proprio l’intelligenza si trasforma in un mediatore di pensieri interiori utili a comprendere la tua realtà oltre gli impulsi, i desideri, l’intolleranza, la frustrazione, il dolore.

Ma la nostra società non è accogliente per chi desidera pensare con la propria testa, valutare i contenuti di un confronto, riscontrare le notizie incrociando più fonti fino a giungere a quella originale, individuare la differenza fra il detto e l’interpretato e soprattutto per chi non necessita di una mera verità rinforzata da più voci apparentemente verosimili ma prive di un elemento saldante, come la capacità di osservare il quadro d’insieme di un fatto, di un evento, di una esperienza.

La nostra società ha nella debolezza emotiva la più grande risorsa di una forza parassitaria che ci costringe a sfruttare la debolezza altrui, per sentirci forti.

Senza mai comprendere che in questo modo diventiamo i peggiori tiranni di noi stessi.

La sofferenza degli altri non può essere strumentale ai nostri bisogni ma lo diventa anche se crediamo di essere in buona fede, oppure quando ci raccontiamo che siamo generosi per addolcire quel residuo di coscienza che ci suggerisce di riflettere, invece di disegnare un ruolo compensativo tale da renderci capaci di controllo, di gestione.

Il bisogno di certezze costruisce dei muri troppo alti per essere superati, col rischio di non sapere mai se ci contengono oppure se siamo nel perimetro esterno delle prigioni mentali, relazionali, emotive altrui.

Urliamo invece di parlare, gesticoliamo come pittori di un discorso che non sappiamo disegnare, imponiamo un dire sempre quel che non siamo capaci di ascoltare.

Tutto questo porta al riduzionismo delle intelligenze, alla banalità dell’apatia, alla denigrazione delle emozioni, alla assuefazione della sofferenza e nei casi peggiori allo sfruttamento morale e materiale di chi vive una condizione di dolore.

Guardare in bocca al cavallo donato non è una manifestazione di diffidenza o di ingratitudine bensì di intelligenza.

Rimane una delle poche scelte, se non la sola, che chi vive un momento di difficoltà può agire per restare se stesso rinunciando al cavallo; ben cosciente che così facendo il problema per lui rimane ma per il resto del mondo quella rinuncia equivale alla cancellazione del problema stesso.

La sofferenza infatti si paga sempre in contanti, ha costi immediati elevati ed una rateizzazione di dolore a lungo termine che attrae l’interesse degli strozzini del malessere.

Fortunatamente la nostra è una società anche pregna di tanta reale solidarietà, spontaneamente espressa da chi ha vissuto una sofferenza ed è solidale con gli altri senza nulla in cambio, se non il valore di quel gesto che veicola una emozione e non solo una mera azione di sostegno.

Mi chiedo spesso se abbiamo ormai superato il confine dell’intelligenza e siamo tutti vittime del tiranno che è in noi, chiamato paura di soffrire, che ci impone di combattere una guerra fra persone che potrebbero invece allearsi e mediare quel timore per tornare ad essere delle persone reali, degne e non schiave dell’ignoranza della paura.

La paura di soffrire genera solo ignoranza, sempre.

Ho accettato la sofferenza, il dolore, la strada peggiore da percorrere invece di indirizzarmi verso una via più semplice ed immediatamente appagante, che mi ha portato in un lungo sentiero irto di difficoltà dal quale ho raggiunto la più elevata forma di felicità. L’Amore verso me stessa.

Amarmi non è adularmi o raccontarmela ma il riconoscimento delle emozioni che provo nel vivermi senza il bisogno di essere amata e di sfruttare l’amore altrui, libera quindi dalla paura della solitudine o dal complesso di non essere accettata.

Amo mio marito Fabio per la sua stessa libertà, che insieme ci consente di vivere appieno la nostra Famiglia, i nostri tre figli, senza camuffare i sentimenti o commercializzare le emozioni.

Tutto questo ha avuto un elevato costo, rappresentato dalla rinuncia consapevole e non obbligata a molti vantaggi e numerose opportunità, spesso incomprese agli occhi di chi ci ha osservato.

L’amore non po’ essere tale se non vi è l’intelligenza di porre in discussione non solo la qualità di una relazione ma lo spessore del muro che confina quel rapporto, per comprendere se ne siamo prigionieri oppure se è ciò che deve essere, una casa che contiene una Famiglia.


Il valore sociale della testimonianza

Essere la moglie di un testimone non significa nulla se si continua a concentrarci sul personaggio-testimone o sulla qualità probatoria della sua testimonianza, rispetto che sul valore profondo della testimonianza come una scelta individuale e sociale.

Scelta che mio marito Fabio ha compiuto nell’assumere l’ufficio di persona informata e di testimone, soprattutto in uno Stato omertoso come il nostro, facendolo con la piena consapevolezza delle responsabilità ad ogni effetto di legge, cosciente dei rischi collegati e conseguenti ad una testimonianza eventualmente mendace e soprattutto con la formazione tecnica acquisita in un ambiente militare e di polizia a lui ben noto.

Quando gli ho formulato la classica domanda dell’uomo qualunque che rappresenta il pensiero comune, ovvero “ma chi te lo ha fatto fare?”. Fabio non mi ha risposto riferendosi a se stesso ed alle sue intime ragioni ma indicando la collettività della quale facciamo parte.

Mi ha parlato del valore sociale della testimonianza inteso come una opportunità di riscattarsi dalla sudditanza alla quale siamo sottoposti laddove ci troviamo coinvolti a vario titolo in una indagine di polizia giudiziaria inquinata dall’interno, oppure ove restiamo degli spettatori passivi di quelle stragi rimaste insolute per decenni, le stesse che avrebbero potuto colpire ognuno di noi nel corso dello svolgimento delle più semplici azioni del vivere quotidiano.

Una bomba piazzata su un treno, dentro un aereo o nella sala di attesa di una stazione massacra anche e soprattutto la gente come noi.

Le stragi dei magistrati e dei tanti poliziotti e carabinieri uccisi nelle mattanze di mafia sono state fatte contro di noi, gente comune, non solo in nome di una trattativa per la quale qualche botto avrebbe presumibilmente riassestato degli equilibri perduti.

Una strage colpisce sempre la collettività perché la distacca dalla vita politica, a tal punto da finire col delegare il voto proprio a chi ha concorso in quella strage e, di questo, mio marito Fabio ne era e ne è profondamente convinto per aver vissuto da un punto di vista privilegiato il processo di mutamento politico del nostro paese dopo le stragi del 1992 e del 1993.

La risposta l’ho avuta e l’ho potuta riconoscere nel corso degli anni da quando convivo con lui, osservandone la condotta morale, l’onestà intellettuale, il rispetto delle persone e del suo senso dello Stato senza però nessun vincolo di sudditanza e soprattutto la sua capacità di rinunciare ai vantaggi di fronte alla perdita della propria dignità, pur sapendo rinunciare all’orgoglio.

L’ho visto dire di no ad offerte allettanti che avrebbero potuto riempire il frigorifero vuoto, in un momento in cui avevamo fame, preferendo fare il bracciante agricolo invece di ritrovarci dentro una bella casa con dei capitali da spendere ma avrebbe dovuto per questo vendere tutto quello che ha sempre tutelato e che lo ha portato ad avere una moglie cosciente di esserlo e tre figli che del padre leggeranno il passato, che è la sua dignità di uomo e di cittadino.

Non è un testimone perché persona informata su un fatto di interesse di una o più autorità giudiziarie o di una o più commissioni parlamentari d’inchiesta, che potranno o meno trovare degli elementi utili nei contenuti delle sue memorie, non è un testimone solo per questo.

Fabio Piselli testimonia il coraggio di ribellarsi ad un sistema omertoso interno ai gangli dello Stato e proprio questa scelta è ciò che un sistema meno trasparente teme, non un suo memoriale oppure una sua audizione che rimane facilmente condizionabile proprio da quegli strumenti informativi ed inquinanti già visti in gran parte delle inchieste sui cosiddetti misteri di Stato.

E’ e rappresenta l’esempio, fornito sia alla collettività che a qualche ex collega, ovvero quello di testimoniare cosciente che ne sarebbe uscito con le ossa più rotte di prima ma, nonostante questo, ha firmato decine di verbali assumendosene le più complete responsabilità e ben consapevole dell’isolamento e del fango che ne sarebbe conseguito; che io stessa ed i nostri figli abbiamo patito negli ultimi sette anni.

Un testimone lo uccidi fisicamente oppure socialmente, con un colpo di pistola o tramite il fango del pregiudizio e delle calunnie.

Un esempio invece non muore mai e può essere sempre rivalutato nel tempo con tutta la calma necessaria per ripulirne il fango e comprendere il periodo storico di quella scelta, dal quale partire per giungere alla conoscenza delle dinamiche e dei meccanismi che sporcano il nostro meraviglioso paese ormai inquinato da un sistema che si è integrato allo Stato ed alla politica che ne regola le amministrazioni.

Ho compreso che la testimonianza di Fabio Piselli è stata un’azione politica e non solo giudiziaria.

Generalmente si pensa ad un testimone come colui che assiste suo malgrado ad un evento criminoso, il quale agli occhi delle autorità giudiziarie procedenti si trasforma nella fonte probatoria da spendere in un dibattimento e da tutelare in tal senso con gli strumenti dello Stato.

Se tutto questo avviene in un territorio ad alta densità mafiosa si attivano anche le risorse più specializzate contro la criminalità organizzata ed in questi casi abbiamo imparato a conoscere il ruolo dei collaboratori di giustizia, comunemente ed impropriamente definiti pentiti, che per ragioni morali, di coscienza o di mera opportunità fuori-escono dal mondo criminale trasportando delle conoscenze in favore dello Stato, ottenendone dei benefici.

Ma, chi, ha servito lo Stato con onore e fedeltà, decide di testimoniare le proprie esperienze in un settore che a vario titolo riferisce allo Stato stesso, diventa oggetto di valutazione da parte di quelle autorità giudiziarie presumibilmente inquinate da chi, nello Stato, tenta di prevenire ogni azione giudiziaria in tal senso al fine di tutelare tutti i convergenti potenziali interessi che questo sistema catalizza e protegge.

Parlo di un sistema sotto-integrato nello Stato e non dello Stato, inquinante i gangli operativi delle amministrazioni della Giustizia, della Difesa e dell’Interno e condizionante il lavoro di chi è sostanzialmente costretto a seguire le corrette procedure per donare, ai risultati raggiunti, il valore tecnico di una inchiesta degna di affrontare un dibattimento processuale.

Altrimenti si raggiunge solo la coscienza del marcio, dovendo poi scegliere da che parte stare o credere di poterne rimanere neutrali, senza capire che proprio questa forma di apatica omertà è quella peggiore.

E’ corretto quindi immaginare che questa presunta entità abbia da molto tempo già sviluppato delle reti informative in ogni punto sensibile di quelle amministrazioni della giustizia, tali da sapere in tempo reale se vi sono delle smagliature in tal senso e porvi immediato rimedio utilizzando anche e soprattutto gli strumenti offerti dal proprio ambiente, dal proprio lavoro, dall’ufficio ricoperto in seno allo Stato.

Queste sono le parole di mio marito, espresse anche nel corso dei vari interrogatori sostenuti avanti più autorità giudiziarie, parole che mi hanno richiesto del tempo per capirle, specialmente per una ragazza che sin da giovane ha visto in chi indossava un fregio dello Stato un ruolo non solo di autorità ma anche di legalità, pur comprendendo l’esistenza delle mele marce e per aver costantemente ascoltato il termine “misteri di Stato” in riferimento alle varie stragi che hanno colpito il nostro paese.

Il periodo durante il quale Fabio ha svolto la sua carriera militare corrisponde alla seconda metà degli anni ottanta, nel pieno passaggio dal termine degli anni di piombo ad una nuova epoca politica che avrebbe stravolto di lì a poco gli assetti nazionali ed internazionali.

Quando guardo le pochissime fotografie di mio marito in uniforme, vedo un sedicenne vestito da allievo sottufficiale dell’Esercito prima ed un ventenne col basco dei parà della Folgore poi, con le tipiche espressione di fierezza e di orgoglio per appartenere ad una élite composta da ragazzi d’azione e d’avventura resi coesi da un “credo” militare e politico molto forte e, in quegli anni, ancora vincolato al radicamento fascista espresso soprattutto dai loro colleghi più anziani.

Fra i quali oltre a chi aveva vissuto appieno gli anni di piombo, c’era addirittura qualche reduce degli eventi bellici della seconda guerra mondiale a cui ispirarsi e che era altresì la staffetta trans-generazionale di quel “credo” vincolato all’onore ed alla fedeltà.

Osservo mio marito degli anni della sua carriera militare, lui nato nel 1968, lavorare insieme ai suoi colleghi di ogni ordine e grado nati fra il 1925 ed il 1964 e comandati da degli ufficiali o sottufficiali classe 1920 ormai giunti alla imminente pensione.

Questo è stato il periodo del ricambio generazionale, fra una vecchia guardia puramente fascista perché nel fascismo reale è stata coltivata anche militarmente o durante la propria adolescenza e coloro i quali sono nati nel primo dopoguerra ma cresciuti strumentalmente in funzione di un “credo” che non ha mai elaborato se stesso, ha solo imparato le buone maniere politiche e sociali ma è rimasto “regime” nelle attività operative di alta polizia e di intelligence militare.

Guardo le fotografie di Fabio al Muro di Berlino prima che cadesse, durante la sua permanenza nella ex Germania Est, provo la sensazione di convivere con un “vecchio” e non con il padre dei miei figli che ha solo cinquanta anni.

La testimonianza della sua storia non si concretizza nei fatti che può aver vissuto nelle forme che sono state oggetto dei vari interrogatori ma nella persona che in oltre trenta anni è diventato il testimone proprio di quel processo di mutamento fra un periodo storico e l’altro, consentendo alle autorità giudiziarie di riconoscere i meccanismi delle attività di quelle strutture che hanno posto in essere le forme di inquinamento e di depistaggio nel corso delle inchieste perché in quel perimetro operativo mio marito ha lavorato a vario titolo, denunciandone gli agiti sin dalla sua carriera militare e successivamente quando ha raggiunto una più matura coscienza di quanto stava vivendo.

Per questo il suo nome è legato ad una presunta appartenenza ai servizi segreti deviati o alla falange armata oppure a gladio, quando in realtà dice di non aver mai avuto un ruolo operativo in seno a quelle strutture ma di aver sostanzialmente collaborato con chi ne era parte o partecipava alle operazioni riferibili a quel tipo di realtà.

Mi rende fiera soprattutto il fatto che in tutti questi anni non l’ho mai visto alzare il telefono per chiedere dei favori o per cercare delle coperture o dei compromessi, ha accettato invece di restare solo ed isolato in quella palude di fango nella quale tutta la nostra famiglia è stata trascinata ma ha mantenuto la promessa che mi aveva fatto, quella di restare degni di vita.

Degni di crescere dei figli senza ricatti o vincoli di alcun tipo se non il dovere di sopravvivere a quelle situazioni che abbiamo patito negli ultimi sette anni, facendolo con la piena consapevolezza delle nostre responsabilità di genitori.

Abbiamo certamente perduto una parte di noi in termini di serenità e di qualità della vita ma non è venuta meno la gioia di vivere e di farlo in un paese nel quale, paradossalmente, quando ti avvicini ai gangli più oscuri dello Stato sei costretto a chiederti se restare o emigrare.

Abbiamo scelto di restare anche se viviamo al confine con la Francia, luogo in cui i nostri figli frequentano la scuola, proprio per testimoniare che si può ancora credere di cambiare la cultura dell’omertà che condiziona la vita del nostro paese, col valore della testimonianza giudiziaria e sociale.

Ho paura quando ripenso ai momenti più brutti della nostra esperienza, temo che tutto il nostro sacrificio sia stato inutile, poi osservo i miei figli e riconosco in loro il reale valore delle nostre scelte come tre meravigliosi bambini, testimoni di libertà.


 La libertà di stampa e le notizie di libertà

La stampa nel nostro paese è certamente una risorsa di libertà ma occorre capire di quanta effettiva libertà dispone un giornalista per considerare ciò che scrive, pubblica o racconta, un resoconto libero e basato sul riscontro dei fatti e delle fonti.

L’opinione pubblica non è sempre cosciente dell’importanza del proprio ruolo, trasformandosi fin troppo spesso in una mera cassa di risonanza di notizie non ancora definite ma considerate verosimili per il solo fatto di provenire da delle fonti di stampa che le validano come informazioni qualificate. Tali perchè originate da qualche ufficio giudiziario e, perciò, ancora più apparentemente veritiere agli occhi di chi legge, ascolta o semplicemente le sente da altri.

Ho un grande rispetto per il lavoro del giornalista, che ritengo essere il reale gendarme della Democrazia perché può offrire alla collettività uno specchio attuale del paese e della politica, motivo per cui le politiche dei paesi tendono ormai a far specchiare il popolo nelle immagini rese vuote nei contenuti e colme nelle forme fisiche che, anche attraverso i programmi televisivi e purtroppo i mezzi di stampa, veicolano dei messaggi confusi e confondenti nella commistione all’interno dello stesso contenitore fra un grave fatto di sangue che chiede le ragioni di una Giustizia in ritardo ed il ritardo, invece, del sangue mestruale di qualche soubrette televisiva reduce da una cena elegante avuta con gente di potere.

Qualche anno fa eravamo nei pressi del Golfo di Baratti, meraviglioso luogo in cui ho scoperto la mia passione per il vivere in camper, quando giunse la telefonata di un giornalista sardo che chiedeva di intervistare Fabio in merito alla tragedia del Moby Prince.

Il colloquio durò circa due ore, poi, quando successivamente lessi l’articolo pubblicato nel giornale, mi accorsi che riportava non il senso di quella lunga conversazione ma il significato che il giornalista ha voluto dare al suo pezzo.

Un giornalista ha tutto il diritto di scrivere quel che meglio ritiene e di certificare come vere le frasi di terzi che egli riporta nei suoi articoli. Occorre però comprendere non solo se quanto detto è reale ma anche il prima ed il dopo di quelle frasi, per costruire il senso più ampio dell’intervista, rispetto che il solo sunto da offrire alla opinione pubblica inducendo così in chi legge il significato interpretato o voluto dal giornalista e non necessariamente quanto invece espresso dall’intervistato.

Il rischio di indurre un pregiudizio nell’opinione pubblica è elevato, sia con una valenza negativa che con una sovra esposizione positiva che cadrà in ogni caso sulle spalle dell’intervistato ed anche in presenza di una sua richiesta del diritto di replica, arricchirà il lavoro dell’autore perché giustamente “rimane sul pezzo”.

Tutto questo anche per la ragione che il giornalista non ha in realtà lo spazio necessario per spiegare tutto in un articolo, per cui deve obbligatoriamente concentrare il significato di quel che scrive in poche righe, scegliendo così una economia favorevole al suo lavoro che non sempre è compatibile con le esigenze dell’intervistato e, peggio ancora, se il giornalista è condizionato da chi ha tutto l’interesse a ridurre il valore sociale dell’intervistato stesso.

Nel corso degli anni, leggendo i vari articoli di stampa, ascoltando dei telegiornali oppure dei documentari e reportage, leggendo i libri che lo citano ho letto ed ascoltato di tutto sulla storia di mio marito e, se dovessi tirare una somma, salvo qualche caso esemplare, non sarei in grado di scindere fra il vero, il falso ed il verosimile perché in realtà tutto è il suo esatto contrario in base al punto di osservazione ed al grado di conoscenza del quadro di insieme da parte di chi legge.

Ricordo un’intervista che un importante testata chiese a mio marito, alla quale sono stata presente, trasmessa in un telegiornale nazionale in cui la voce di Fabio si ascoltava fino al punto di interesse del giornalista, omettendone la frase immediatamente successiva che però avrebbe radicalmente cambiato il senso di ciò che invece il pezzo trasmesso ha indotto nell’opinione pubblica.

Non c’era in realtà nessuna volontà da parte del giornalista di sminuire mio marito ma solo di enfatizzare il significato che egli ha voluto dare al suo pezzo, perchè questo è parte del lavoro di un giornalista comunque, la cui qualità professionale farà la differenza sulla verità dei fatti di cui quella notizia è parte integrante.

Chi però ha ascoltato quell’intervista si è convinto di un significato ben diverso da ciò che Fabio ha espresso e, fortunatamente, vi sono le registrazione integrali di tutti i colloqui dell’intervista stessa ma non si può vivere con un registratore in tasca e non possiamo sempre farci carico del dovere di dimostrare un qualcosa.

Ricordo le telefonate che ho ricevuto personalmente dopo il lancio di quel telegiornale, anche da parte di chi ci aveva sostenuto fino al giorno prima, i quali una volta che gli ho fatto ascoltare la frase mancante hanno ridotto i propri dubbi ma prendendo comunque le distanze perchè siamo ben consapevoli che queste sono le normali dinamiche sociali, motivo per cui non abbiamo mai chiesto un diritto di replica o elevato una osservazione sul lavoro del giornalista, libero di scegliere come fare il proprio mestiere durante il quale non ha mentito o detto cose diverse da ciò che Fabio ha espresso ma ha solo gestito l’economia di quell’intervista tramite il taglia e cuci, offrendone un significato finale diverso.

Sono il cittadino comune, la cosiddetta casalinga di Voghera ed anche il popolino che rappresentano l’opinione pubblica; la quale non deve infatti essere solo identificata nelle classi sociali che dispongono di uno spessore culturale o patrimoniale tale da consentirgli di avere il tempo, il modo ed il desiderio di approfondire un tema che è invece semplicemente affrontato da parte di chi ha meno interesse, di chi ha meramente percepito una notizia nel suo titolo di lancio o in maniera approssimata perché raccolta da altre voci al bar o in ufficio.

Il cittadino è quindi il gendarme del giornalista e tale deve essere per mantenere un equilibrio di trasparenza e di corretta informazione, altrimenti si strumentalizza l’opinione pubblica e si de-personalizza la persona intervistata, considerandolo solo un oggetto di notizia ed annullandone la soggettività, dimenticando che egli è una persona con una vita propria oltre la notizia che lo ha reso protagonista di un’attenzione sociale.

Ricordo una cittadina livornese che conobbi in quel momento nel corso di una festa di compleanno di un compagno dei miei e dei suoi figli, la quale asseriva di conoscere mio marito e mi chiamò da parte confidenzialmente per raccontarmi la sua opinione su “chi egli fosse” in realtà.

Era una donna relativamente giovane ed in assoluta buona fede, convinta di aiutarmi a capire la realtà, secondo la sua conoscenza, di quanto stavo vivendo stando con Fabio che paradossalmente questa donna non aveva conosciuto personalmente.

Mi fece un quadro terribile, colmo di informazioni e di riferimenti che la donna attribuiva sempre a terzi come se un accumulo di voci rappresentasse la fortezza delle sue informazioni, non solo originate da altre voci simili ma anche provenienti da qualche articolo di stampa e da delle presunte fonti di Questura, sempre citate da terzi nella terribile formula magica dell’ignoranza, che vede una voce riportata per mille voci come una forte verità, forte solo di tanto moltiplicato rumore.

“ E, se così non fosse?”.

Le chiesi, dimostrandole le ragioni di quel mio quesito, invitandola quindi a porre in discussione quel metodo di raccolta di notizie de relato prive di riscontri ma descritte con una forza emotiva, gestuale e comunicativa tale da sembrare certe ed accertate.

Trovando in lei non un silenzio di riflessione ma un vuoto di silenzio che non trovava riflessione, la quale si rifugiò nel più semplice salutarmi, lasciandomi al mio destino.

E’ accaduto altre volte di vivere delle situazioni simili, oltre le numerose lettere anonime che ho ricevuto, perché questi sono i tipici meccanismi del pregiudizio, dell’ignoranza sociale che non mira a far del male ma risuona una composizione di notizie talvolta spontanee ed altre volte invece etero dirette proprio per incrementare il pregiudizio in tal senso ed isolare socialmente una persona.

Chi dispone di un ruolo di potere ed ha interesse ad interdire la credibilità sociale di un potenziale testimone, adotta anche questo tipo di ingerenza nella sua vita con il chiaro scopo di isolarlo anche dagli affetti, di indurre e creare una condizione di costante stress emotivo e psicologico.

Occorre perciò rappresentare un riferimento di potere importante per una testata giornalistica e, nei casi di Stato, ho osservato che avviene ed è avvenuto in numerosi eventi anche diversi da quelli di mio marito Fabio.

Le dinamiche sono sempre le stesse, ovvero si pubblica la notizia con un tenore di diffidenza, si citano delle fonti di polizia a rinforzo della diffidenza, si riportano eventuali presunte informazioni negative sul personaggio e si chiude il pezzo con l’induzione alla percezione nell’opinione pubblica di una imponente formula dubitativa rispetto alla credibilità del soggetto-oggetto della notizia, che sarà dipinto con i colori ombrati della mitomania o addirittura della psicopatologia.

Questa è una formula vincente, sempre.

Perchè agisce sulle dinamiche sociali caratterizzate da un lato dall’ignoranza e dall’altro dalla paura, per cui avremo in ogni caso una presa di distanza utile ad isolare comunque il soggetto il quale si sentirà urlare addosso un rancore sociale, oppure ascolterà chi gli giustificherà la presa di distanza come una opportunità di serenità per non avere dei problemi, anche in presenza di una riconosciuta stima.

Sono dinamiche del tutto normali che abbiamo vissuto e patito più volte nel corso degli ultimi sette anni, che purtroppo si trasformano in una seria difficoltà quando la presa di distanza la prende un datore di lavoro, un committente un servizio oppure il proprietario della casa in affitto.

Ho provato paradossalmente un senso di vergogna ad essere stata sostanzialmente “bandita” pur nella piena coscienza di essere una donna onesta e di non aver fatto nulla di male.

Riflettendoci ho compreso che quella vergogna si è radicata in me per non aver messo (preventivamente) al corrente coloro con cui interagivo della situazione che stavamo vivendo, compreso i rischi di una esposizione mediatica del genere, con le conseguenze immaginabili e poi rese concrete dai fatti.

E’ colpa mia mi sono detta, ho fatto quindi le valigie, e via verso un nuovo viaggio.

Non ho nessun diritto di imporre una mia verità come non ho nessun dovere di dimostrare le bugie degli altri.

Rimane l’unica soluzione della partenza, del distacco, anche se questa può apparire una fuga agli occhi degli ignoranti o del maldicente, quando invece rappresenta sia una nuova sofferta opportunità per noi che una forma di rispetto per tutelare proprio chi si è visto coinvolto in qualcosa che lo spaventa, qualcosa di “troppo grande”.

Mi sono così trovata più volte a dover rimodulare tutto, a dover organizzare di nuovo la nostra vita, a dover di fatto giustificare un qualcosa che non dipendeva da noi, motivo per cui abbiamo infine deciso di considerare il viaggiare non più solo una passione ma anche una opportunità di vita e di lavoro, fra il fare le stagioni e l’accettare incarichi temporanei di vario tipo, rinunciando alla professione di educatori pedagogisti, consulenti in tutela dei minori.

Ma, per chi, del pregiudizio ha fatto la sua risorsa, “eravamo in una ricca vacanza”.

Leggersi sui giornali non è solo un confronto con la propria storia o dei fatti più attuali, è la presa di coscienza di non essere più un soggetto privato ma una sorta di oggetto pubblico ad uso e consumo dei commenti, delle illazioni, delle congetture, del tifo pro e contro, del presunto diritto di ingerenza nella tua esistenza da parte di chi legge la tua storia con gli occhi del suo presente.

Quando ci fu proposto di fare un film documentario sulla storia di Fabio da parte di un giovane bravo regista che aveva degli ottimi e premiati lavori precedenti, guardai mio marito per osservarne i segnali che ho negli anni imparato a riconoscere, quasi impercettibili, per comprenderne i pensieri di fronte a quell’offerta che ne seguiva un’altra ricevuta qualche tempo prima di scrivere un libro sulla strage del Moby Prince per una casa editrice, rifiutata da Fabio per ragioni morali rispetto al guadagnare in qualche modo sulla morte di tutte quelle persone.

Un film è roba da cinema, pensai ancora una volta, nel quale il protagonista era mio marito che avrebbe dovuto recitare se stesso sotto la guida di un pur bravo regista ma diretto comunque.

Sapevo che non avrebbe accettato.

Nel corso degli anni ho assunto la funzione di un improvvisato ufficio stampa per rispondere ai vari contatti che giungevano da più redazioni o scrittori interessati alle vicende nelle quali mio marito era a vario titolo coinvolto, confrontandomi così col mestiere del giornalista, sia esso investigativo che riferibile alle trasmissioni che possiamo vedere in televisione nel corso della settimana, quelle che trattano i casi di cronaca ed i “misteri” talvolta in modo approfondito altre volte invece confuso fra i contenitori di spettacoli più leggeri.

Fabio era già stato in televisione nei primissimi anni duemila, sulle reti della RAI e in altri programmi, quando si occupava della lotta alla cultura pedofilica e come consulente collaborava con più associazioni e studi legali in tutela dei minori vittime di quel terribile reato, anche per questo siamo poi diventati colleghi.

Era già stato intervistato a ridosso dell’evento per il quale il suo nome ha iniziato ad essere oggetto di quelle notizie riferibili alla tragedia del Moby Prince, nel corso della seconda inchiesta su quella strage.

Conosceva molto meglio di me quel mondo, soprattutto la differenza fra la notizia ed il fare notizia, per queste ragioni ha scelto di scrivere il suo Blog che sin dal 2007 ha pubblicato oltre duemila articoli, ricevendo la gratificazione dei lettori e diventando esso stesso fonte di notizia, senza mediazione, facile da raggiungere per gli interessati.

La nostra epoca ci consente infatti di essere tutti una fonte di informazione, di esprimere immediatamente un pensiero e pubblicarlo in tempo reale in favore di una rete che è anche un potenziale rezzaglio che avvinghierà la vita di chi sarà trasformato da soggetto navigante in oggetto di crociera se non possiede i filtri conoscitivi idonei per scindere una notizia da una banale informazione ed un fatto reale da un evento ancora in fase di valutazione.

Leggere quindi il nome di Fabio e successivamente anche il mio associato a dei fatti che impattano nell’opinione pubblica e nel cittadino comune, ci ha posto nelle condizioni di raggiungere progressivamente uno stile di vita da un lato fisicamente defilato e dall’altro presente in rete, tramite appunto lo scrivere il Blog.

Sono state numerose le occasioni nelle quali l’ormai comune fare una ricerca su Google, da parte anche della casalinga di Voghera, ci ha imposto il dovere di dare delle spiegazioni.

Trovando soprattutto la mia resistenza nel farlo perchè sono convinta che chiunque voglia approfondire un tema, conoscere una persona o comprendere una storia debba necessariamente confrontarsi con le rispettive intelligenze senza la mediazione della verifica o meno di una notizia gravitante in rete, alla quale apportare certezze per raggiungerne una verità positiva o negativa.

In questo modo tutto si trasforma in una strumentale relazione funzionale a qualcosa di diverso dal rapporto fra persone, fra intelligenze autonome e degne di un pensiero strutturato.

Il rischio è quello di rinforzare le debolezze ed i reciproci bisogni di individuare uno nell’altro la fonte delle proprie necessità soprattutto in chi, oggetto di notizia, ne soffre il pregiudizio sociale e vive quel senso di rivalsa che lo potrebbe portare a simulare una verità per dissimulare una menzogna.

Questo è stato il nostro costante quesito, che con mio marito ci siamo reciprocamente somministrati per prevenire di scadere nel commercio delle notizie.

Chi siamo, noi, per giudicare le interpretazioni altrui, anche errate, su dei fatti che ci riguardano. Ci siamo chiesti.

Gli altri da noi hanno il pieno diritto della propria ignoranza ma anche il potenziale dovere di superarla, in ogni caso non possiamo essere né io né mio marito i giudici di un compreso altrui, giusto o sbagliato, della nostra storia.

Possiamo solo proporre un confronto, lasciare su un tavolo un libro senza pretendere che sia letto e compreso per come noi lo abbiamo scritto ma solo rileggendolo e comprendendone i contenuti sarà possibile giungere ad un confronto effettivo, non su chi siamo noi bensì in chi i lettori si riconoscono di essere.

La frustrazione che ho provato di fronte ad una notizia falsa, manipolata oppure ridotta nel suo significato mi ha messo a confronto con la mia capacità di tolleranza, scoprendomi vulnerabile alla mia stessa ignoranza.

Sono una pedagogista laureata con una formazione culturale ampia ed arricchita da un largo confronto sociale ma di fronte alla frustrazione ho riconosciuto la mia ignoranza emotiva rispetto a “quel che dice la gente”.

La stessa gente verso la quale avevo fino ad allora assunto in talune occasioni anche un atteggiamento di sufficienza, credendomi in qualche modo superiore al popolino ma scoprendomi adesso solo supponente di un sapere e di un conoscere che non mi aveva però consentito prima anche di saper riconoscere in alcune occasioni la mia stessa supponenza.

Ignoranza che ho elaborato col pormi in discussione, ritrovando gli strumenti che ho acquisito con la mia formazione culturale e che insieme alla mia formazione umana mi donano le risorse per dare pratica a quel dovere di superare l’ignoranza in ogni sua forma, che non rappresenta un obbligo ma una opportunità spesso negata a chi invece ne rimane schiavo.

Mi chiedo sempre se, con la scelta di scrivere, investo in realtà nell’ignoranza altrui oppure offro effettivamente un confronto utile a superare quei confini dell’ignoranza sociale nei quali vi è la peggiore prigionia, quella dell’intelligenza.

La risposta la trovo ancora una volta nella mia Famiglia, in Fabio e nei nostri figli, ove il pregiudizio non alberga ed in cui l’espressione delle emozioni manifesta il valore della scelta di oltrepassare il muro del “sembra che”. Per evadere da una ignoranza purtroppo alimentata anche da una informazione pubblica che ingerisce nella formazione del consenso.

Scrivere è infatti per me la libertà da un ingerente pensiero indotto, che invade la mia intelligenza anche tramite un seduttivo consenso e non solo con una impattante notizia.

Non sono una giornalista e nemmeno una scrittrice, comunico attraverso lo scrivere una informazione privata in favore pubblico con la speranza di riuscire a veicolarne il significato, ovvero la libertà delle proprie scelte forti di profonde emozioni che indicano una persona e, non, una debole libertà stimolata da una emotività etero diretta che ci rende solo liberi di puntare il dito contro qualcuno.

La sofferenza dell’isolamento mi ha consentito di concentrarmi sul valore della solitudine, trasformando ancora una volta un disagio in una opportunità.


la percezione della minaccia

Erano i primi mesi del 2012, la mia seconda gravidanza si avvicinava al termine, iniziata a Livorno e portata avanti prima a Frassini, una minuscola frazione di un borgo toscano, poi nella casa che prendemmo in affitto in un paesino nei pressi di Siena, ubicata accanto alla caserma dei Carabinieri.

Fabio la scelse per questo dopo quanto era avvenuto a Livorno, si erano infatti incrementati i segnali delle minacce e delle presenze di quei soggetti di volta in volta identificati nella loro opera di controllo e pedinamento, anche segnalati alle autorità giudiziarie per il seguito delle loro competenze, alcuni dei quali risultarono essere riconducibili a dei settori dello Stato ma senza alcuna delega per porre in essere quelle attività di ingerenza nella nostra vita.

Col comandante locale c’era un rapporto amicale e per questo mio marito qualche settimana dopo accettò di lavorare anche la notte in un albergo di Siena, oltre al pomeriggio in un agriturismo nelle vicinanze; più sereno nel lasciarmi sola a casa con Matilde e con Fabio Massimo nato da pochi giorni proprio a Siena.

Vivere in piena natura fra cavalli e vigne mi entusiasmava, Matilde osservava il fratellino con occhi curiosi ed il nuovo nato, dopo un difficile parto, era sereno e poppava tranquillamente.

Fabio tornò dal pomeriggio trascorso al lavoro in agriturismo, una boccone al volo, baciò i bambini e scese per andare a fare il turno di notte, poi chiamò al citofono dicendo che aveva trovato l’auto con tutte le gomme tagliate e che l’avrebbe lasciata parcheggiata sotto casa.

Aveva il tono di voce calmo ma sentivo che non era sereno e sapevo che questo non era solo dovuto ai chilometri che avrebbe dovuto farsi di corsa per raggiungere l’albergo dove lavorava a Siena, circa venti, c’era qualcosa che lo preoccupava.

Un marito sportivo è comunque utile quando ti tagliano le gomme.

Guardavo i bambini dormirmi addosso, sui seni, emozioni che la vita regala ad una madre che sceglie di esserlo e che si apre al sentimento oltre la misura del “cuore di mamma” per raggiungere un benessere profondo, completo, compatto.

Erano circa le due di notte quando il primo colpo alla porta di casa rimbombò per tutta la stanza e mi fece sobbalzare dal letto.

Poi un altro ed un altro ed un altro ancora, forti, sempre più forti con la porta che ondeggiava tanto che sembrava sfondarsi.

Sono sola con due bambini piccolissimi, che faccio, pensai, mentre adottavo quelle misure di sicurezza che con mio marito Fabio avevamo sviluppato, provato e riprovato; dal cercare una via di fuga a trovare un punto di protezione accorgendomi che invece non mi staccavo dal letto.

Entrano, mi faranno del male, faranno del male ai miei figli. Avrei potuto pensare ed invece in un attimo ho scoperto in me una paradossale serenità, una lucida calma, quasi lenta.

Silenzio, interminabile, i colpi erano finiti e dopo qualche passo udito per le scale ascoltavo solo il silenzio.

La paura non è solo un sensore o una emozione, può trasformarsi in panico contro il quale è importante saper gestire lo stress che ti paralizza quando ti ritrovi sola in casa, di notte, con due bambini piccoli, mentre qualcuno ti sfonda la porta a calci o colpi di mazza.

Per questo debbo ringraziare Fabio e le sue interminabili lezioni sulle procedure di emergenza e sulla gestione dello stress e della paura in simili occasioni, mi sono state utili in quel momento ed in quel momento ho compreso le ragioni della costanza di mio marito nell’impormele per una intera ora tutti i giorni.

Dopo l’episodio di Livorno ne seguirono altri meno eclatanti ma tutti con lo scopo chiaro di indurmi a percepire una minaccia, una sensazione di pericolo imminente e costante, dallo sconosciuto che mi seguiva ovunque fino alle visite nelle case in cui abbiamo abitato, dove nulla era stato rubato ma trovavo tutte le nostre cose spostate.

Per questo mio marito mi ha posto soprattutto in condizione di gestire la situazione per non esserne io gestita e condizionata, consentendomi di restare calma e tranquilla per comprendere autonomamente la differenza fra la percezione ed il fatto realmente avvenuto.

Ho nel tempo imparato come correre velocemente con due figli in braccio senza cadere, dove posizionarci in caso di incendio o terremoto, come mettermi e come tenere i figli accanto a lui in caso di conflitto a fuoco, le manovre di pronto soccorso ed automedicazione, le tecniche di evasione da prese e leve in caso di aggressione sempre coi bambini accanto e tutta un’ampia serie di lezioni che in quel momento, mentre stavano sfondando la porta, mi sono servite psicologicamente.

Questo è infatti il loro unico reale obiettivo, la resistenza psicologica alla paura e qualche tecnica utile a non inciampare mentre fuggi coi bambini in braccio, non certo a fare di me una sorta di “incursora” capace di dare un calcio ad un aggressore.

Ero calma e tranquilla, sentivo solo il battito del mio cuore ed i respiri dei miei bambini, poi mi sono alzata ed ho raggiunto la porta d’ingresso dell’appartamento con in mano un marchingegno costruito da mio marito, grazie al quale avrei potuto gettare del fuoco in faccia ad un aggressore per spaventarlo, perchè le fiamme sono un incredibile messaggio psicologico e generalmente spingono alla fuga.

Cercavo di capire se c’era qualcuno ancora fuori la porta o se tutto era finito; l’adrenalina scorreva forte e la percezione dell’ambiente si era amplificata, quelli erano i “superpoteri” di cui Fabio, scherzosamente, mi parlava riferendosi al restare “calma e tranquilla”.

I bambini si erano svegliati e mi sono ritrovata con due figli molto piccoli piangenti nell’altra stanza e con il timore che vi fosse qualcuno fuori dalla porta che volesse farci del male.

Questo è proprio ciò che volevano quegli ignoti visitatori, creare stress, rompere la serenità della routine familiare, indurre la costante percezione di una minaccia.

“ Ho paura. Ma non mi spaventate”.

Avrei voluto gridare prima di tornare dai miei figli e rimettermeli sul seno.

Chiamai Fabio ma anche lui aveva avuto qualche guaio a Siena, poco dopo giunsero dei suoi ex colleghi militari, degli amici storici, fecero dei segnali convenuti ed un veloce saluto di rinforzo per assicurarmi della loro presenza sotto casa, per le scale ed intorno alla palazzina.

L’adrenalina impiega il suo tempo per tornare ai valori normali, per cui quella notte la trascorsi a riflettere in che cosa ero coinvolta e quanto avrei resistito ancora in quella situazione.

Al mattino tornò mio marito, ci guardammo, stanchi, meno sereni e meno tranquilli, certi del fatto che la nostra stanchezza non avrebbe trovato riposo per molto tempo ancora e che non sempre ci sarebbe stata quella sorta di rete amicale di protezione.

Quando manca il sonno le conseguenze sono serie, specialmente se hai i bambini che già ti fanno dormire poco ed un marito che fra i turni del pomeriggio e quelli notturni, prova a riposare nelle poche ore del mattino dopo il gioco coi figli.

La stanchezza incide sulle percezioni, sull’umore, sulla grinta e sulla capacità di mantenere i pensieri al livello di riflessione, senza che sfocino nelle ipotesi catastrofiche ovvero in quel mare di domande senza risposte che occorre individuare solo nei fatti incontrovertibili, dai quai partire per iniziare a dare un senso a quelle stesse risposte al fine di prevenire di ritrovarci in un ulteriore palude di domande in cui finire col restarne impantanati.

I fatti sono una risposta ma non necessariamente soddisfano un quesito.

Fatti incontrovertibili come quello che ho vissuto o ai quali ho personalmente assistito sono delle risposte ma che non trovano altro che una fin troppo grande somministrazione di ulteriori quesiti, tutti compatibili coi fatti ma nessuno dei quali certo ed accertato, col risultato di un circuito chiuso di ansie che non potevo permettermi.

Per capire appieno i fatti nei quali ero e “mi” ero coinvolta sin dall’inizio del rapporto con Fabio, ho preteso di sapere esattamente chi o cosa fosse la controparte, con chi avevamo a che fare, se un solo uomo oppure decine di uomini, se un ente chiaro e riconoscibile nello Stato oppure una deviazione, chi fra i suoi ex colleghi fosse affidabile e chi meno e per farlo mio marito mi ha semplicemente messo sul tavolo decine di faldoni giudiziari e militari con numerose cartelle, che ho studiato a lungo ed analizzato chiedendo anche delle consulenze esterne.

“Pensa con la tua testa, ragiona con la tua capacità di comprensione, affidati alla tua esperienza, dopo compatta tutto questo con i confronti che progressivamente potrai vivere, i quali ti consentiranno di riconoscere un significato diverso non nei fatti vissuti ma della interpretazione che tu dai ed hai dato a ciò che vivi ed hai vissuto. I fatti rimangono tali, fatti chiusi, sempre aperti però ad ogni loro più corretta rilettura per ciò che sono e sono stati, non per quello che sono diventati a causa di una successiva loro interpretazione grazie ad una superiore conoscenza di un evento o per aver acquisito delle risorse maggiori.”

Quanto sopra, le parole di Fabio, mi hanno impegnato a lungo per comprendere il consiglio che ha voluto offrirmi, evidenziando che solo in questo modo avrei potuto conoscere, riconoscere, comprendere un fatto chiuso senza mutarne i contenuti originali e, poi, iniziare a capire gli eventi nel loro più ampio complesso grazie a delle successive e progressive conoscenze.

Un grande gioco all’interno di un quadro di insieme enorme, storico, confuso ed impegnante sotto tutti i profili.

Dopo aver raggiunto una certa comprensione di ciò che aveva vissuto mio marito sin dalla sua entrata in carriera militare nel 1985, mi sono attivata per riscontrare quei fatti tramite i canali ufficiali, ovvero le Procure della Repubblica ed i ministeri competenti, considerando anche l’ipotesi di avere a che fare con un marito in preda ad una patologia grave e che fosse del tutto pazzo, proprio per non lasciare niente di intentato ed anche per offrire un chiaro confronto a coloro con cui nelle istituzioni mi interfacciavo, dai carabinieri ai ministeri, ovvero che non ero affatto condizionata o facile da manipolare da parte di un presunto “malato mentale”.

Sono nata e cresciuta in Sardegna, questo mi consente di avere un elevato numero di amici e parenti in qualche corpo armato dello Stato e nelle amministrazioni della Giustizia, per cui ho chiesto in via amicale e fiduciaria il giusto supporto per capire i contenuti di alcune carte nei loro termini militari ed anche il valore delle notizie sul conto di Fabio Piselli, acquisibili tramite i canali interni dei loro uffici sia ufficialmente che per mere voci interne.

Ho fortemente desiderato conoscere tutto su mio marito, dall’encomio ad ogni potenziale terribile notizia.

Le risposte, pur provenienti da enti ed uffici differenti per tempi, amministrazione e località, sono state tutte convergenti verso lo stesso risultato che disegnavano sostanzialmente un Fabio “fisico” ed un Fabio “cartolare”.

Ovvero due vite diverse, due realtà diverse, due persone diverse fra la vita reale di mio marito e le informative cartolari veicolate all’interno dei circuiti di polizia e di intelligence.

Notizie spesso contrastanti fra un ufficio e l’altro ed esemplare è una informativa che nega il lavoro di Fabio in collaborazione con la Polizia Giudiziaria invece certificato con encomi dai colleghi dell’ufficio accanto a chi aveva redatto quella velina.

Amici ufficiali dei carabinieri e di polizia, oppure dei militari mi hanno sostanzialmente offerto tutti lo stesso quadro d’insieme con la manifestazione della preoccupazione nei miei confronti rispetto ai fatti che non tanto il singolo Fabio Piselli avesse potuto o meno a vario titolo aver vissuto direttamente, quanto in cosa mio marito era coinvolto ed a suo tempo cooptato.

Fatti datati anni ottanta e primi anni novanta ma ancora attuali nelle inchieste che mai hanno trovato una verità, oppure è cambiata nel corso del tempo riattivando così delle nuove indagini.

Fatti che riguardavano delle strutture denominate falange armata, gladio e situazioni riferibili a degli ex colleghi di mio marito uccisi in circostanze terribili, oppure denigrati a tal punto da ridurli ad un esaurimento nervoso dopo aver patito quello che anche noi, stavamo subendo.

Vivere accanto ad un “personaggio” simile non è facile per una donna che ha sempre condotto una esistenza definita regolare, con una evoluzione del tutto classica e comune a tutte le altre ragazze che crescono in un paese, studiano nella grande città, si laureano e trovano uno sbocco professionale.

E’ difficile perché manca tutto il substrato idoneo per prepararmi ad una realtà del genere; certo posso aver avuto degli amici d’infanzia e di quartiere finiti in carcere durante la mia adolescenza o magari da ragazzina posso aver vissuto qualche esperienza particolare ma niente di simile all’essermi ritrovata oggetto di una così potente opera di induzione a percepire una minaccia, ad uno stress indotto e rinforzato dai continui episodi di ingerenza nella mia vita.

Ho impiegato oltre due anni per raggiungere una valutazione autonoma dei fatti nei quali “mi” ero ficcata con la scelta di vivere con mio marito, durante i quali non ho mai desiderato individuare una colpa o un colpevole per non scadere nel vittimismo ma ho fortemente voluto evidenziare le cause e le concause di quanto stavamo patendo, io da poco tempo in fin dei conti mentre Fabio sin dal 1985.

Ho capito che in quei settori dello Stato in cui trovano rifugio chi agisce tali azioni, la più elevata forma di produzione di una minaccia si concretizza nell’indurre una persona ad assumere un giudizio negativo nei confronti di un’altra persona, per cui proprio la capacità di veicolare una informazione in tal senso, anche supportata dallo spessore di credibilità donato dalla funzione in seno allo Stato, è la variabile fra il raggiungere l’obiettivo o meno.

Il veicolo col quale la notizia viaggia si chiama paura e per indurla si attivano tutte quelle risorse idonee per radicare il senso delle minaccia nella psicologia di una persona, che avrà così paura della sua stessa ombra ed in caso di denuncia potrà facilmente essere confusa come una persona “esaurita” oppure raggiungerà realmente il buio di un crollo psichico con tutte le conseguenze che ne derivano, finanche alla morte per indotto suicidio.

Dopo aver lasciaro Siena siamo rimasti in Francia a Nizza per qualche tempo, poi andammo a vivere a Roma, dove ancora una volta in ben due diverse occasioni si sono ripetute le azioni di sfondamento della porta di casa, raggiunte da altre attività del genere che ci hanno costretto sia a formulare le ormai rituali denunce che a preparare di nuovo gli zaini e ripartire.

Scelta di ripartire compiuta ancora una volta per tutelare coloro che ci stavano vicini, in quel caso una zia di Fabio ed altri parenti, inevitabilmente coinvolti nelle nostre magagne, con la ripetuta interpretazione della nostra scelta sia come una fuga che come un gesto di amore, trovando così il rancore di alcuni e la comprensione di altri.

Tornammo di nuovo a vivere a Nizza dove per qualche tempo sono riuscita ad elaborare l’inevitabile indice di stress che, per quanto capace di gestirlo, aveva assunto degli aspetti somato-formi da tenere sotto controllo mentre in Fabio si stavano trasformando in qualcosa di più serio.

Nizza mi ha permesso di riflettere a lungo su tutti i singoli eventi vissuti fino ad allora, i figli erano felicissimi di abitare vicino al bel parco attrezzato, mio marito faceva il cuoco in un ristorante e tutto sembrava offrirci finalmente l’opportunità di riprendere una vita normale con tutti i giusti sacrifici compiuti e quelli ancora da affrontare, perchè abitavamo in un residence e cercavamo una casa vera in visione di un radicamento francese a lungo termine.

Nizza ci ha visto presenti durante l’evento del luglio 2016, città che lasciammo il giorno dopo per raggiungere le Marche, dove Fabio ha lavorato come bracciante agricolo, per poi tornare a vivere a Ventimiglia e riprendere l’inserimento verso la Francia.

Nelle Marche accaddero degli altri episodi considerati quantomeno curiosi, dall’essere avvicinati da un personaggio che si è qualificato come un poliziotto che aveva lavorato col giudice Falcone, fino al condividere le giornate con uno stretto collaboratore di un uomo implicato nel traffico di armi e di rifiuti con la Somalia, sostanzialmente gli eventi per i quali mio marito era stato oggetto di testimonianze e di interrogatori segreti coi magistrati della PNA.

Questi ed altri episodi segnalati alle autorità giudiziarie, ormai come una sorta di atto dovuto rispetto che una volontà di tutela, per la quale non restava che affidarci a noi stessi, all’esperienza di Fabio ed a quella rete amicale dei suoi ex colleghi che di tanto in tanto ci hanno consentito proprio di fermare chi era intento a controllarci ed a riconoscerlo come un operatore di Polizia Giudiziaria correttamente delegato in tal senso oppure come un presunto appartenente a non meglio precisati uffici, da far identificare con l’intervento della polizia o dei carabinieri.

Ho riflettuto molto in quel periodo ed ho meglio compreso le dinamiche dell’induzione a percepire una minaccia, adottate da chi non è un delinquente classico o un mafioso tout court bensì ha la consapevolezza di avere una copertura importante da parte di soggetti che del proprio lavoro istituzionale si fanno scudo e strumento, anche per favorire quelle stesse attività.

Ho compreso che la percezione della minaccia è un evento del tutto psicologico, personale e raramente carico di un supporto probatorio tale da poterlo tradurre in una azione giudiziaria che possa raggiungere un dibattimento processuale, oltre la mera apertura di un fascicolo contro ignoti senza una precisa configurazione di una ipotesi di reato.

Qualche mazzata contro la porta potrebbe essere ricondotta all’opera di un tentato furto, niente altro, reati bagatellari del tutto lontani dal quadro “complottista” di un evento maggiore.

Allo stesso modo un uomo colto a seguirmi altro non è stato interpretato come un soggetto interessato alla mia persona per mere ragioni anatomiche e qualche gomma tagliata altro non era che la presunta invidia o l’antipatia di un vicino nervoso.

Denunciare la violazione di domicilio senza segni di effrazione e dire che nulla è stato rubato ma solo spostato, equivale a mettersi addosso il marchio di dubbio che, proprio chi pone in essere quel tipo di visite, desidera.

Quando verso la fine del 2016 mi recai presso un comando dei carabinieri per denunciare un evento del genere, arrabbiatissima perchè questa volta coloro che entrarono in casa durante la nostra assenza avevano messo a soqquadro tutti gli oggetti ed i vestiti dei nostri figli, mi chiesero con sarcasmo se erano dei fantasmi, coloro riusciti ad entrare in una casa senza segni di effrazione.

Risposi, forse per la prima volta con un tono elevato, che mio marito per anni aveva piazzato microspie ambientali per conto dei carabinieri nelle case e nelle macchine degli indagati anche con un altissimo indice di pericolosità, senza segni di effrazione ed atteso i tre figli che erano con me, certamente Fabio non era un fantasma.

Ho sempre rilevato una volontà riduzionista, talvolta denigratoria, fino a quando ho manifestato di essere certa e concreta in quel che dicevo e per farlo ho dovuto purtroppo superare alcuni filtri, forse procedurali o forse meramente riconducibili all’atteggiamento dell’operatore in servizio in quel momento.

Nel corso degli anni ho firmato più documenti giudiziari di denuncia, anche e soprattutto in tutela dei miei figli.

Documenti dai quali si sono sviluppati i soli atti dovuti ed in un solo caso ho potuto parlare con alcuni funzionari delle agenzie di informazioni che, una volta resi edotti dei fatti, hanno saputo mostrarmi che sapevano di cosa stavo parlando.

In una di queste occasioni, uscendo dall’ufficio di un comando dei carabinieri si avvicinò un funzionario che si qualificò come appartenente ad un altro reparto diverso dalla polizia giudiziaria, forse d’intelligence, che mi disse una cosa che mi preoccupò molto e che estesi poco dopo a mio marito una volta tornata a casa.

Disse con un tono amicale, quasi confidenziale e chi mi conosce ben sa che sono particolarmente allergica alle confidenze, che era “roba politica e non giudiziaria” e che negli atti dei vari comandi carabinieri e di polizia non risultava nulla, nulla di nulla, relativamente alle nostre denunce sino ad allora firmate ed ai fatti nei quali sin dal 1985, Fabio era coinvolto.

Di fronte a tutto questo provai una sensazione di resa, di scoraggiamento, di abbandono anche della mia stessa tipica grinta che mi ha sempre caratterizzato.

Ho parlato quindi con mio marito di quanto accaduto durante quelle ore di permanenza, da sola, in una caserma di fronte a numerosi operatori delle forze di polizia, di polizia giudiziaria e presumibilmente d’intelligence che mi avevano martellato di domande e di nuovi quesiti ad ogni mia singola risposta, per poi giungere a quella confidenziale frase riferibile alla “roba politica” che tanto mi ha turbata.

Fabio, nei miei confronti, ha sempre adottato una serena opera di rinforzo, cosciente delle mie risorse ma in quel caso l’ho visto bacillare, meno sicuro, meno forte, meno capace di dirmi come ha sempre fatto che era solo una questione di tempo e che avremmo dovuto resistere ed essere resilienti, restando noi stessi.

Osservare mio marito dubbioso, talvolta impaurito, non era per me un evento abituale ed anzi mi ha preoccupato molto.

Non solo per il timore che potesse giungere a quel crollo psichico a causa del quale dei suoi ex colleghi si sono gettati da un ponte, impiccati o sparati in testa ma per la piena consapevolezza di quanto un suo ex collega mi aveva consentito di raggiungere dopo un incontro con lui ed ascoltandolo ho infatti preso la piena coscienza del perchè degli uomini, militari ed ex militari, che nella loro vita hanno vissuto degli eventi ad alto rischio, in grado di superare delle esperienze stressanti anche di lungo periodo invece decidono di uccidersi o di scomparire nel nulla.

In realtà lo stesso Fabio mi aveva già accennato qualcosa ma non ero ancora in grado di capirlo appieno.

Il suo ex collega mi disse una frase importantissima per compattare tutti i pensieri che avevo raccolto nel corso degli anni, rispetto al timore che mio marito prima o poi crollasse ma da professionista avevo ricondotto questo crollo più ad una potenziale PTSD che ad altro.

Disse che se Fabio si sarebbe sparato o gettato da un ponte, questo era da considerare non un suicidio per crollo nervoso ma una scelta serenamente raggiunta per consentire alla famiglia di vivere, perchè in alcuni ambienti le minacce di morte non mirano al solo soggetto di interesse ma si estendono a tutta la sua famiglia, alla moglie, ai figli, ai fratelli, ai genitori.

Non vi è alcun modo di proteggerli, soprattutto se sei un testimone diverso da quelli classici, proprio perchè provieni sostanzialmente da quello stesso ambiente sotto-integrato alle amministrazione di sicurezza dello Stato che denunci e dal quale ti sei staccato appena hai compreso che i loro scopi non erano certo istituzionali.

Nel quale non hai scelto di entrare ma ne sei stato cooptato durante il servizio svolto in un corpo armato o di polizia e progressivamente inglobato con un metodo tipico di chi gestisce quel tipo di reti inserite nei gangli dello Stato, utili a tutti, specialmente ad una politica che tratta con una mafia che dopo le stragi di Falcone e Borsellino si è fatta politica essa stessa.

Ringrazio ancora quel vecchio amico di Fabio, esperto militare che aveva lavorato ai servizi e conosceva anche lui quei colleghi morti e finiti sui giornali e descritti come uccisi da una presunta battuta di caccia in Somalia, oppure da numerose coltellate in un presunto incontro omosessuale, quindi impiccati in ginocchio e saltati giù da un cavalcavia oppure spariti nel nulla e subito descritti alle loro mogli come fuggiti con una ballerina russa.

Ho chiesto a mio marito di fermarci, di dire basta a tutto questo, di guardare i nostri tre figli non come degli oggetti di minaccia ma per i figli che lui meritava e per i quali ha affrontato tutti i sacrifici che abbiamo vissuto.

Gli ho chiesto di spararsi in testa subito oppure di fare di tutto per riprendere una vita normale, ordinaria, anche senza una soldo e senza casa ma liberi da quella pesante lunga ed ingerente percezione costante di una minaccia che ci stava portando a perdere noi stessi.

Tornammo a casa mia in Sardegna, erano i primi mesi del 2017 ed insieme abbiamo deciso di rivolgerci allo Stato nelle sue cariche istituzionali più alte, nel frattempo Fabio si sarebbe immerso in mare col solo costume iniziando uno sciopero della fame e della sete restando in acqua giorno e notte, senza clamore ma come evento noto soprattutto alle istituzioni alle quali ci eravamo rivolti.

Salvo qualche amico la stampa non ne era infatti stata informata.

Solo dopo che mio marito è stato portato d’urgenza in ospedale con un principio di ipotermia e la schiena bloccata, già malridotta per delle pregresse complicanze, si sono incarnati gli inviti ad alcuni colloqui con dei delegati delle varie amministrazioni del Governo, della politica.

Alcuni incontri nei quali Fabio ha tirato fuori dei documenti fino ad allora mai prodotti, quindi una stretta di mano ed abbiamo finalmente raggiunto il nostro obiettivo di vivere senza un soldo e senza una casa dove abitare, con tre figli piccoli ma con tutte le risorse di cui eravamo capaci.

Trovammo una collaborazione in un agriturismo per la stagione primaverile ed estiva, nel frattempo ci stavamo organizzando per la prossima entrata a scuola di Matilde e di Fabio Massimo, verso quegli stessi luoghi verso il confine francese che da sempre erano le località in cui vivere e crescere la nostra Famiglia.

Forse sarà una percezione, ma dopo l’intervento della politica tutto è cessato.

Non abbiamo più ricevuto minacce in alcuna loro forma, nessuna visita strana, nessun tipo di contatto ambiguo, soli ed isolati come sostanzialmente avevamo chiesto di essere, anche ignorati in qualche modo.

Siamo riusciti pian piano a riprendere una esistenza normale che, col passare dei mesi, ci ha consentito di stabilizzarci al confine con la Francia e di inserire a scuola i bambini nel paese in cui abbiamo scelto di vivere, Latte di Ventimiglia.

Figli che sin da quando erano nella mia pancia hanno subito tutto questo anche loro, vederli adesso ogni mattina andare a scuola mi rende cosciente di quanto sia stato lungo il tempo trascorso, oltre sette anni, durante i quali ho vissuto questi eventi.

Non nego che nonostante una raggiunta maggiore serenità, continuo ad “addestrarmi” tutte le sere ed è rimasto in me quel senso di controllo che mi rende ancora più capace di riconoscere, finalmente, l’assenza di ogni percezione di una minaccia ma, allo stesso tempo, di confermare che una attività del genere c’è stata per molto tempo.

Fabio, mio marito, mi ripete spesso che il fatto di essergli rimasto accanto è stata la scelta vincente, in qualche modo condivido e comprendo quel che vuol dirmi.

Lo scopo di isolare un potenziale testimone lo si raggiunge prima di tutto facendogli terra bruciata intorno, dal ridurre la fonte di guadagno e sostentamento all’indurre ipotesi di reato.

Fango e fanghiglia idonea per creare la palude del pregiudizio che, anno dopo anno, ingoia tutta la famiglia e l’unico scopo della giornata rimane solo quello di sopravvivere, di restare esistenti, di restare se stessi.

Lo scopo è di utilizzare il progressivo allontanamento, talvolta un abbandono, degli amici, dei parenti, la riduzione della fiducia negli incarichi di lavoro o l’interruzione del lavoro stesso, come elementi di rinforzo al pregiudizio indotto con il fango e la fanghiglia delle false notizie e delle strumentali informazioni divulgate proprio per seminare sfiducia.

Se anche la moglie ti lascia e si porta via i figli il cerchio è chiuso.

Il fatto che in sette anni di tortura sono rimasta accanto a mio marito ed abbiamo fatto nascere tre figli, sembra essere stato un contenimento delle complicanze, una fortezza contro tutte le cannonate ricevute che hanno certamente distrutto gran parte del castello delle nostre persone ma le fondamenta sono ancora intatte e solide.

Ho compreso che il nostro sistema di Giustizia è vulnerabile dal suo interno, che fino a quando non saranno interrotti quei canali sotto-integrati allo Stato, ci saranno sempre dei topi di fogna che manipoleranno i gatti al potere, che si mostrano a noi cittadini come i cani da guardia di una Democrazia ormai invece addentata ovunque.

La scelta della lotta pacifica e democratica ha dato i suoi frutti, non amo la violenza in ogni suo genere e manifestazione e non ho voluto farmi trascinare in questo nemmeno quando sono stata colpita nelle cose a me più care.

La società civile spesso non comprende che un ex militare, specialmente di quei reparti più arditi, anche se congedato non torna mai un civile e trova nei fregi del suo reparto uno strumento identificativo forte quando vive dei momenti di frustrazione con tutti i rischi immaginabili.

Sono stata felice quando Fabio mi ha consegnato il suo basco della Folgore e tutto ciò che riferiva alla sua identificazione con chi era stato, non solo per una conferma della sua evoluzione ma per la certezza che aveva ben compreso il mio invito ad una lotta civile e democratica.

Questo è il gioco grande, che può essere vinto, con la proprietà dell’amore ed il coraggio delle emozioni.

Dove vincere rappresenta solo quello zero da cui ripartire, niente altro che lo stesso zero nel quale hanno tentanto di farti girare in tondo come prigionieri di un cerchio concentrico.

I nostri figli, una volta grandi, potranno meglio comprendere il valore di quello “zero spaccato” che spesso ripeto con Fabio come una sorta di mantra.

Abbiamo infatti rotto lo zero, spezzato il cerchio, interrotto il circuito che ci teneva prigionieri ed ora non possiamo far altro che prenderci le grandi responsabilità di vivere una vita senza più scuse, presunti nemici o ingerenze di sorta.

Il sorriso aiuta ad affrontare anche il frigorifero più vuoto, non perchè riempie la pancia ma per la ragione che ti consente di trovare in te le risorse per migliorare la situazione, risorse che proprio quel circuito ha tentato di far girare in tondo fino a rischiare di perderle.


Il rapporto con lo stress

Vivere in una costante condizione di stress emotivo e psicologico rappresenta una fonte ansiogena che necessita di essere contenuta per non sfociare nelle ipotesi più catastrofiche.

Non ho mai avuto paura di morire e Fabio ripete spesso che la morte lo troverà vivo ma il timore più grande era rappresentato dal benessere dei nostri figli, non sotto forma di materiale bene-stare ma di relazione nel rapporto con noi genitori, fra di loro e con gli altri da noi.

In tutti questi anni ho temuto di perderli o di non riuscire a mantenerli dignitosamente, a causa delle difficoltà che ho descritto nei capitoli precedenti e delle complicanze che da queste si sono di volta in volta sviluppate ma che abbiamo affrontato e risolto anche ponendo da parte l’orgoglio e la storia professionale di entrambi.

In realtà la paura più grande era quella di un crollo psichico non solo mio ma di mio marito Fabio, più volte ne ho evidenziato i segnali somato-formi dello stress e l’ho osservato letteralmente piegarsi sotto il peso di quanto stavamo vivendo, che premeva su di una schiena già malconcia che in diverse occasioni l’ha portato dritto in ortopedia per tornare a casa col busto.

Saper gestire lo stress non significa restarne immuni ma conoscerne i segnali, riconoscere quando chiedere aiuto rispetto che negare un problema che però, in una situazione complicata, deve adeguarsi ad una sorta di graduatoria delle difficoltà nella quale classificare le priorità.

Vige anche il dovere di non perdere se stessi in queste priorità, anche contro una immediata soluzione reale o mendace di una difficoltà.

Mettere da parte orgoglio e storia, vale il prezzo della pancia piena ma una pancia piena non vale il prezzo del baratto della propria dignità.

La dignità è stata l’unico baluardo contro il crollo da stress, non le varie tecniche zen di sorta bensì l’essere riusciti a saper fare delle rinunce contro ogni apparente buon senso logico rispetto alla situazione che stavamo patendo.

Allo stesso modo essere stati in grado di compiere delle scelte col coraggio delle emozioni, con la forza dei sentimenti, con la grinta della passione della e nella nostra Famiglia.

Non parlo di una astratta filosofia dell’amore ma una concreta risorsa contro lo stress.

L’amore è la ragione per la quale ho scelto di vivere con Fabio, di costruire con lui una famiglia, di far nascere tre figli anche quando tutto il mondo ci diceva il contrario, atteso ciò che stavamo esperendo.

L’amore mi ha permesso di tutelare la mia dignità di fronte alla paura che ho provato, paura che rappresentava la più grande spinta verso la fuga, verso un apparente benessere.

Il coraggio delle emozioni, di viverle appieno, mi ha donato la forza per mantenere un equilibrio mentale sotto tutte le fonti di stress che stavo patendo, per riuscire anche a porre mio marito di fronte a se stesso come lui mi ha sempre offerto un confronto tale da riconoscervi le mie debolezze.

Lo stress spinge verso dei finti presidi di serenità, verso una immediata compensazione di benessere, verso la finzione che costruisce dei pensieri immaginativi idonei a drogare una realtà dolorosa contro i quali opporre la realtà stessa della sofferenza da sapere affrontare.

Per tutto questo occorre il coraggio di esprimere anche le emozioni della paura, del dolore, della disperazione senza mediarle coi sentimenti per difendere tout court un amore del quale sono altresì parte integrante.

Ho posto in discussione me stessa e mio marito con la forza della paura che non ha mai indebolito il nostro rapporto, è stata invece quel sensore per misurare lo spazio di deriva dalla realtà che il dolore provoca in chi lo soffre e che mi ha consentito di capire quando stavamo compiendo degli errori.

Lo stress è stato una serie di errori compiuti perchè ne siamo diventati preda, sotto forma di scelte sbagliate perchè dettate dall’ansia di una immediata soluzione ad un problema, errori pagati a caro prezzo e non imputabili ad altri che noi.

Lo stress è stato l’illusione di coprire una piccola buca con una voragine e solo grazie alla capacità di porci in discussione abbiamo evitato di finire col vivere di miraggi in una realtà desertificata, ritrovando le nostre risorse umane ed intellettive per affrontare una realtà dolorosa dalla quale riuscire a non fuggire ed in cui restare coerenti ed equilibrati.

Lo stress è anche violenza, alla quale sapere rinunciare e sono grata a mio marito per avermi donato la sua scelta di condividere questa lotta con me, senza usare quella violenza che in lui ho visto da sempre latente e sensibile ai fattori di stress.

La dignità è anche questo, saper combattere se stessi con la stessa forza adottata per difendere la propria famiglia contro degli aggressori, laddove il peggior nemico abita dentro di te e ti rende vulnerabile alla rabbia.

Il coraggio delle emozioni si esprime soprattutto quando si riesce ad affrontare le proprie debolezze senza camuffarle nella bontà dei sentimenti.

Lo stress indebolisce le difese psicologiche e rischia di attivare così quei meccanismi difensivi meno controllabili che spingono la realtà sempre più lontano.

Amare significa anche chiedere all’uomo che riconosci essere un forte, un “duro”, di farla finita di difendere la sua famiglia con “le palle” ma di piangere e di trasformare quelle lacrime in una linfa di serenità per i propri figli, sereni nel vedere il Babbo saper piangere, come loro e con loro senza vittimismi ma con lo stesso valore dei sorrisi che ci scambiamo ogni giorno.

La violenza della forza è utile eventualmente solo nel caso di un’aggressione da parte di potenziali rapitori dei nostri figli ma questa rimane una remota ipotesi catastrofica da tenere all’interno del cinema dello stress.

La realtà, anche la più difficile, merita la forza dell’amore e della lotta pacifica, della resilienza e della resistenza, del radicamento ai propri valori di onestà anche di fronte ad un frigorifero vuoto.


Clandestini in Patria

Stavo passeggiando lungo la spiaggia del Poetto a Cagliari, in una di quelle rare occasioni senza figli impegnati con mio marito a nuotare nelle splendide acque di quei luoghi in cui ho vissuto la mia giovinezza.

Sono nata e cresciuta in Sardegna dove sono rimasta fino alla laurea, poi ho avuto la scelta fra il concorso per entrare in Polizia oppure intraprendere l’avventura dell’emigrazione come molti sardi che da sempre lasciano la terra madre per offrirsi delle altre possibilità di futuro.

Non ho mai amato le armi, scelsi perciò di lasciare la Sardegna e di vivere a Roma, immersa nell’arte e nella storia, dove ho iniziato la pratica della mia professione di educatrice pedagogista e negli anni sono diventata parte di quella meravigliosa eternità.

Una vita regolare, poi ho conosciuto il nome di Fabio nell’ambiente della pedagogia giuridica come quello di un educatore esperto nella tutela dei minori vittime di abusi e successivamente di un ex paracadutista coinvolto in “fatti grandi”.

Ci siamo innamorati ed abbiamo compiuto la scelta di stare insieme e di costruire la nostra Famiglia.

Riflettevo su questo lungo il Poetto, su quanto era cambiata la mia vita negli ultimi sette anni, quando ho incontrato un vecchio amico dei tempi dell’università, che aveva vinto quel concorso in Polizia che non ho voluto fare e ci salutammo con un forte abbraccio.

Sapevo che mi aveva cercata più volte chiedendo di essere richiamato, da giovani avevamo avuto una breve relazione ed eravamo rimasti buoni amici.

Dopo qualche parola scambiata insieme ho compreso che stavo parlando col funzionario di Polizia e non solo con uno stimato amico.

Non aveva mai conosciuto personalmente mio marito ma si era informato tramite i canali interni del suo ufficio e desiderava capire in cosa fossi coinvolta, per aiutarmi, cosciente della mia autonomia e della mia capacità di analisi dei fatti senza condizionamenti di sorta.

Mi fece un quadro preoccupante ed era egli stesso preoccupato, consapevole che gli eventi che stavo subendo non avevano i classici connotati delle normali prassi di polizia tipici di chi vive negli ambienti della malavita o di chi si trova coinvolto suo malgrado in un, singolo, evento giuridico.

Le carte che riguardavano mio marito erano datate anni ottanta e non si erano mai interrotte, oltre trenta anni di continue attenzioni verso un uomo che fino a poco tempo prima entrava ed usciva dalle caserme e dalle procure perchè svolgeva delle consulenze in ausilio alle varie sezioni di polizia giudiziaria.

Era tutto molto strano, anomalo, paradossale ed egli stesso mi espresse il desiderio di poter parlare direttamente con Fabio.

Continuammo a passeggiare ricordando gli amici di gioventù, fra quelli che hanno avuto successo nella ricerca universitaria e coloro caduti in disgrazia, chi morto e chi disperso nel mondo, emigrato chissà dove.

In quei momenti ho ritrovato la leggerezza che non provavo da tempo, non serenità ma semplice spensieratezza di due amici ormai cresciuti, entrambi genitori e felicemente sposati.

Giunsero sorridenti come sempre i tre pargoli, salutarono il nuovo amico che presentai a mio marito lasciandogli lo spazio ed il tempo di conoscersi mentre stavo portando Matilde, Fabio Massimo e Edda a prendere un gelato ma li ritrovai insieme pochi minuti dopo ad ordinare un caffè.

Fabio ha sempre desiderato avermi accanto in simili occasioni, specialmente avanti a chi ricopriva una funzione idonea per affrontare dei temi che necessitavano una conoscenza tecnica delle procedure e del significato di alcuni termini e codici.

L’amico funzionario di Polizia rimase colpito dalla differenza fra un Fabio Piselli cartolare e l’uomo col quale si stava confrontando, quindi ci chiese di potermi invitare a casa sua per conoscere la sua famiglia ma senza un imbarazzante Fabio Piselli, che annuì col suo solito mezzo sorriso guardandomi e dicendomi che Edda sarebbe rimasta con lui ben cosciente del mio disagio nel dover accettare delle condizioni di questo tipo, già vissute in passato ma in quel momento era importante restare del tempo con quel caro amico.

Erano anni che non mangiavo una fregola con le arselle così buona, ho riconosciuto la moglie come una delle studentesse con cui m’incontravo in biblioteca durante l’università che dopo la laurea aveva preferito seguire il marito nei suoi incarichi nelle varie questure, fino ad essere riusciti a tornare in Sardegna con una funzione meno operativa ma tale da garantirgli la possibilità di stare vicino ai figli, un po’ più grandi dei miei.

Gente serena, con una vita organizzata, felice, intelligente e degna di rispetto la cui maturità aveva consentito di superare alcuni pregiudizi, motivo per cui riuscimmo ad affrontare la mia attualità meno organizzata e fortemente condizionata da quanto stavo patendo da qualche anno ormai.

Non ho provato invidia per la loro bella casa, le auto, le stanze dei figli piene di giochi, uno stipendio certo e la consapevolezza di una vita strutturata ma ho avvertito la mia sofferenza per tutti gli anni durante i quali siamo stati sostanzialmente una Famiglia nello zaino da quanto abbiamo viaggiato.

Tornai al Poetto, Edda emergeva dall’acqua sorridendo, i fratelli si spogliarono e si tuffarono di nuovo in mare, salutai mio marito con un sorriso e mi sedetti sulla spiaggia ad osservarli.

1982. Anno che data il primo rapporto di polizia che riguardava mio marito Fabio, aveva 14 anni, io cinque.

Un incidente stradale col suo motorino dentro il porto di Livorno, l’ufficio di polizia marittima scrive un verbale identificando quel ragazzino che solo due anni dopo nel 1984 vince il concorso per entrare in carriera militare e nel febbraio del 1985, ancora sedicenne, indossa l’uniforme della Scuola Sottufficiali dell’Esercito col 58° corso mentre io avrei compiuto otto anni il mese successivo.

Pensavo che a sedici anni ero alle scuole superiori, impegnata a vivere un’adolescenza di una ragazzina di paese, ribelle alla sudditanza e piena di energia mentre Fabio impugnava le armi e studiava in una scuola militare, per poi transitare ai paracadutisti della Folgore fino al 1988, anno in cui si registra il suo congedo dalle FF.AA. a causa di una patologia ad un occhio.

Leggendo le carte emerge però un percorso di carriera anomalo, sul quale Fabio chiederà delle indagini.

Tutto è iniziato in quel periodo, mi ha detto l’amico funzionario di Polizia, qualcosa è accaduto per aver cambiato la vita ed il futuro di un adolescente che fino ad allora aveva avuto una vita sostanzialmente tipica della sua generazione, fatta di sport, di scuola, di lavoro per imparare un mestiere e di volontariato sociale fino a compiere la scelta di indipendenza abbracciando la carriera militare e quel posto fisso tanto ambito da molti.

Ho sempre potuto domandare a mio marito ogni quesito che riguardasse la sua vita, la sua storia, le sue esperienze ed ho avuto pieno accesso in ogni aspetto interno ed esterno alla vita di Fabio Piselli.

Ho letto il suo nome associato al Ministro della Difesa Spadolini, ai GOS, quindi ad eventi giudiziari di ogni tipo dall’Italia alla Somalia, nei quali ha ricoperto tutti i ruoli, indagato, parte offesa, testimone, consulente di parte e consulente ausiliario di polizia giudiziaria.

Ho letto tutto ed il suo esatto contrario.

Trenta anni, tanti, troppi per ritrovarci con tutte le esperienze e le competenze acquisite seduti su una spiaggia a doverci inventare, non il futuro, ma il giorno dopo.

Anni durante i quali Fabio ha sempre inoltrato alle varie amministrazioni dello Stato quelle istanze idonee per richiedere l’acquisizione di una ampia serie di documenti istituzionali che lo riguardavano relativi agli eventi vissuti sin dal 1985, ottenendo spesso poco e, quel poco, sovente errato.

Trenta anni di carte, vere e false, di documenti redatti ancora con la macchina da scrivere e la carta velina oppure scritti a mano, alcuni illeggibili altri scomparsi, costretto ad attendere mesi e mesi di tempi burocratici mentre nel frattempo dover rinunciare ad un incarico oppure ad una licenza perchè i requisiti non erano rispettati proprio per l’assenza di un documento, per la presenza di una informazione cartolare errata o falsa oppure vincolata ai fatti giudiziari nei quali Fabio era a vario titolo coinvolto.

“Clandestini in Patria”.

Questa è stata la definizione con cui ci ha descritto quel mio ex ragazzo diventato un funzionario di Polizia, per disegnare un nucleo familiare errante ma non errato, in cerca di stabilità in una Patria per la quale un pezzo di vita di mio marito, sulla carta, non è mai esistito.


Donna promiscua e marito frocio

La condotta morale di una persona, specialmente sotto il profilo della sessualità, ha da sempre avuto una grande importanza nel nostro paese, spesso ipocrita a tal punto da negare le evidenze con gli alibi delle eminenze e dei sudditanti ossequi verso i fregi di un’appagante moralità.

Sono stata una adolescente indipendente, in una Sardegna del sud in cui gli occhi degli adulti inseguivano le mie forme in evoluzione. Ben conosco quindi gli sguardi dei curiosi, gli stessi che dopo aver seguito il mio orizzonte criticavano mio padre per permettermi di uscire in minigonna o per aver avuto più di un fidanzato.

Un paese, il nostro, nel quale anche nei rapporti giudiziari si evidenziano le condotte morali, gli indirizzi sessuali, i vizi e gli interessi di un soggetto a vario titolo coinvolto in un evento giuridico.

Come pedagogista ho svolto più volte insieme a mio marito delle consulenze tecniche di parte all’interno di un procedimento penale e nei processi inerenti dei fatti di abuso sessuale in danno di un minore.

Nella sua ultima consulenza, prima di cambiare mestiere, Fabio ha espresso nel corso del dibattimento processuale una potente critica al vizio di giudicare la presunta condotta morale di una minore vittima di violenza sessuale, i cui avvocati ci avevano nominato come CTP nel procedimento che si è concluso con la condanna esemplare dell’adulto abusante e con l’encomio del pubblico ministero verso quanto espresso da mio marito in sede di escussione avanti la corte del tribunale di Pisa.

In passato, sempre come educatore Fabio e pedagogista io, abbiamo assistito alcuni genitori facenti parte di quei circuiti in cui lo scambio di coppia e le varie pratiche sessuali considerate trasgressive erano coltivate in questo club privato da parte di chi aveva chiesto il nostro supporto professionale in tutela dei loro figli.

Ho conosciuto quindi quel mondo fatto di sesso e di sessualità, di sessualizzazione dei sentimenti ma anche di profonde emozioni condivise in una passione comune fra quei genitori che ci avevano richiesto la consulenza, mirata a tutelare i loro figli minori contro il pregiudizio che si era innescato nella località in cui vivevano ove si era sparsa la voce sulla loro sessualità, con delle conseguenza in danno della serenità dei loro bambini ancora piccoli.

Nel corso delle settimane dell’incarico ci siamo confrontati con queste coppie, che ci hanno invitato nel club per mangiare insieme e di fatto assistere alle attività caratterizzate da una forte componente erotica, sessuale e decisamente voyeuristica che abbiamo osservato senza giudizio e con quella apertura mentale che ci ha sempre caratterizzato come persone e come professionisti.

Più recentemente ho potuto ascoltare la lettura di una sorta di velina anonima che descriveva il profilo sessuale di mio marito che, secondo questa fonte presumibilmente interna ad un corpo dello Stato, adombrava una annosa omosessualità di Fabio come valenza negativa e denigratoria della sua persona.

“Dottoressa, se le piace avere un marito frocio, il problema e tutto suo”.

Mi è stato risposto a chiosa della mia non reazione a quanto stavo sentendo sul conto di mio marito, da parte di chi si aspettava invece un atteggiamento più scandalizzato.

In realtà nel corso di questi sette anni sono stati diversi gli episodi in cui qualcuno ha utilizzato la sessualità come strumento di inquinamento della nostra serenità familiare ma anche sociale e lavorativa, lettere anonime e fotografie erotiche hanno intasato la cassetta della posta per qualche tempo.

Ho addirittura letto di noi su un sito porno specializzato con tanto di foto e descrizione dei nostri gusti sessuali, questo dopo aver ricevuto decine e decine di contatti da parte di coloro interessati a noi coppia, formata secondo l’annuncio da una donna calda con il marito solo oralmente bisessuale e guardone.

Abbiamo riso per giorni e scelto di ignorare il tutto, anche in tutela dei nostri figli, prendendo ancora una volta atto della volontà da parte di terzi di indurre un pregiudizio nei nostri confronti, che in parte ha raggiunto il suo scopo in forza delle classiche dinamiche dell’ignoranza e dei meccanismi della calunnia.

E’ stato certamente antipatico incontrare chi, messo al corrente di questo nostro presunto vizietto, ha creduto di poter esprimere dei commenti o delle proposte inneggianti ai piaceri della carne ma, debbo dire, che proprio non avallare una reazione ha premiato la nostra scelta; infatti salvo qualche episodio tutto è finito in qualche cassetto ad uso e consumo dello spione di turno.

E, se, invece fossimo effettivamente una coppia trasgressiva, questo ci renderebbe diversi agli occhi della società?. Mi chiedo, quando ripenso a quei momenti, in cui ho visto la virile fierezza nel dare del frocio a mio marito.

Il sesso è parte dell’espressione delle emozioni, la sessualità di una persona è cosa ben diversa dalla sessualizzazione delle sue attitudini che possono assumere degli aspetti difensivi oppure dissimulatori delle emozioni più dolorose. Il sesso è un rifugio per ogni frustrazione, rappresenta un linguaggio comunicativo importante che veicola il significato che ognuno di noi dona alle proprie emozioni se è in grado di farlo, rispetto che dare pratica alle istintive pulsioni spesso specchio di una immaturità emozionale di quegli adulti incapaci di amare.

Il sesso è parte del mio essere donna e moglie e non ne temo il confronto anche con i suoi eventuali aspetti meno convenzionali.

Questo sia per la formazione tecnica che per l’esperienza di donna adulta e madre di tre figli biologici, donna con tutti i sacramenti ricevuti ma non bacchettona a tal punto da negarsi i piaceri del matrimonio.

Credo che classificare l’omosessualità di una persona rappresenti già una violenza sociale, vera o presunta che sia.

Se, mio marito Fabio, fosse oralmente bisex come descritto nell’annuncio apocrifo in quel sito specializzato sarebbe comunque un fatto privato, personale e relazionale all’interno del nostro rapporto di coppia regolarmente sposata e non certo un oggetto di qualche informativa riservata o notizia da rendere pubblica in favore dei guardoni sociali.

Ho combattuto a lungo per la tutela dei diritti umani anche tramite la pedagogia degli indirizzi di genere che rappresenta una parte del mio lavoro, per arrendermi solo per il fango che potrebbe sporcare la mia e nostra moralità.

I valori morali sono ben altri, tramite i quali educhiamo i nostri tre figli e conduciamo la nostra vita di persone autonome che formano la Famiglia Piselli.

La libertà femminile che come donna ho sempre difeso e rivendicato sin da ragazzina in una terra del sud, non può trovare oggi uno strumento estorsivo in nessun disegno morale del mio essere donna e moglie che ama suo marito come uomo, come padre e come persona sociale.

Ho assistito delle ragazzine già condannate moralmente e traumatizzate anche per questo dopo aver subito una violenza sessuale, da parte di quegli adulti che si rifugiano proprio dietro quelle stesse minigonne e quelle stesse forme in evoluzione che hanno stuprato senza alcuna assunzione di colpa ma in nome di un “te lo sei andata a cercare vestendoti in modo provocante”.

Se, ogni uomo, accettasse il frocio che è in lui, ci sarebbero molti meno femminicidi in questo paese nel quale la sessualità di una persona rappresenta ancora una variabile sul giudizio della sua condotta morale.


In morte di Fabio Piselli, mio marito

Ho affrontato molte volte nel corso di questi sette anni la paura che giungesse la notizia della morte di mio marito, mi sono preparata a questo evento ed in qualche modo insieme a Fabio abbiamo formato la nostra Famiglia anche col remoto pensiero di una sua improvvisa mancanza.

Ricordo i primi tempi vissuti nel pieno turbinio delle minacce e di quegli episodi che ho descritto nei capitoli precedenti, ricordo le parole di un suo ex collega nello spiegarmi il perchè di un suicidio o di una scomparsa nel nulla di persone come “loro”.

Loro, militari ed ex militari, carabinieri o poliziotti e spie ancora coinvolti a vario titolo in quei cosiddetti misteri di Stato dietro i quali vi sono altri militari, ex militari, carabinieri o poliziotti e spie parte di quell’entità sotto-integrata allo Stato esistita negli anni ottanta e novanta in merito alla quale Fabio ha firmato numerosi verbali testimoniali avanti le autorità giudiziarie che hanno voluto interrogarlo, assumendosi non solo le piene responsabilità di legge ma anche le complicanze che si sono sviluppate a causa del fatto che in molti sapevano quale procura lo aveva fatto chiamare ed il protocollo del fascicolo penale.

Loro, che si sparano un colpo in testa, che si gettano da un ponte, che si impiccano in ginocchio o che spariscono nel nulla senza lasciare traccia per non essere mai più ritrovati.

Loro, la cui morte così data è in realtà un ultimo dono d’amore e di tutela verso la propria famiglia, coscienti che altrimenti assisterebbero prima ad una ampia serie di eventi stressanti con l’induzione verso i familiari a percepire una minaccia, poi con il coinvolgimento di un parente in qualche fatto giudiziario magari con una detenzione, quindi ad una progressiva serie di coincidenze e situazioni tali da ridurre le fonti di sostentamento o congelare con varie azioni legali i beni di proprietà, fino alla improvvisa morte di un figlio o della moglie investiti o mandati fuori strada.

Loro, muoiono per noi e lo fanno quando sono sicuri di lasciarci economicamente sereni altrimenti scompaiono per mantenere in essere dei benefici economici ed organizzarsi in tal senso fino alla dichiarazione di morte presunta.

Loro, capaci di uccidersi per una banale uscita stradale, di annegare durante una nuotata o di morire in mille altri modi utili a rendere la polizza assicurativa una rendita futura per i familiari ed a mantenere quell’onore al quale, anche se tornati civili, in realtà intimamente si riferiscono sempre.

Loro, già morti con un colpo in testa, volati giù da un ponte, impiccati in ginocchio o scomparsi nel nulla. I cui familiari ne chiederanno Giustizia oppure comprenderanno quel gesto come un dono che li aiuterà ad elaborare il lutto.

Loro, che con la propria morte comunicano agli inquirenti quei messaggi che sembrano non riuscire mai a capire.

Fabio in un paio di occasioni è finito in ospedale con un codice rosso, conosco perfettamente il suo quadro clinico le sue magagne e ciò che si porta in corpo, oggi ancora benigno ma che può trasformarsi in un male che ben conosciamo perchè ci ha reso entrambi orfani di padre.

Non temo la sua morte fisica alla quale sono da sempre preparata, ho timore invece di una qualità della vita tale da ridurre il valore della dignità ed il significato che noi diamo alla vita vissuta, come persone e come famiglia.

Valori lontani dalla materialità di un bene ma riferibili a quella profonda emozione chiamata vita, da vivere in larghezza e non necessariamente in lunghezza, come mio marito ha sempre ripetuto.

Accettare la morte di Fabio non condiziona la vita quotidiana della nostra Famiglia, doniamo solo il valore aggiunto ai sorrisi che ci scambiamo, senza troppa enfasi per un evento che è parte della vita e che potrebbe accadere a tutti noi in ogni momento.

Mio marito scrive da sempre una specie di diario per quando i nostri figli saranno adulti, perchè la morte si porta via le persone, non le emozioni, che li accompagneranno nella loro vita.

Il testamento di mio marito è scritto nei nostri cuori, nessuna tomba e nessun funerale ma, in sua memoria, la sola tradizione nel continuare a cucinare la pasta alla carbonara col guanciale e, mai, con la pancetta.


A Te, che mi hai letto

Ti ringrazio per avermi gratificato col tuo interesse e dell’attenzione che hai offerto al mio scriverti.

Non cerco il tuo giudizio, non il tuo consenso, non il tuo tifo.

Cerco in te la possibilità di una relazione fra intelligenze, fra autonomie di pensiero, fra persone che non hanno bisogno di una causa altrui nella quale trovare la propria bensì il solo riconoscimento di una reciproca identificazione nel valore delle emozioni.

Valore in cui individuare un percorso di vita che non debba vincolarsi ad un credo politico, non in una persona, non in una causa, non in un complotto ma nella semplice scelta di riuscire ad esprimere le tue emozioni senza un viatico di odio o di amore altro da te.

Le emozioni non necessitano infatti di una mediazione per essere espresse e col solo aprirti ad esse riconoscerai il coraggio che hai nel viverle e condividerle con chi ami, senza trasformarle in un commercio dei sentimenti.

Il coraggio di amarti ti libera dalla paura di non meritare amore, ti libera dal peso dell’odio e del rancore, riduce il senso di una rivalsa e ti rasserena nel non dover dimostrare niente, né a te stesso né a nessun altro.

Il coraggio delle tue emozioni comunica infatti quel che sei senza vestire una uniforme o sventolare una bandiera politica e senza identificarti in un fregio che ti offre il senso del gruppo per compensare una solitudine.

Soli significa uno e mai zero, tale da essere sommato con gli altri da te, per dare vita ad un insieme reale ed effettivo e non ad un mero assemblaggio di persone incapaci di emozioni, che giocano all’amore sperando nel solo esserne ricambiate e sfruttare così un sentimento di ritorno da trasformare in totem di una relazione.

La libertà come l’intelligenza sono delle emozioni da tutelare, soprattutto contro la tua stessa paura della responsabilità che rappresentano.

Le emozioni non sono mai anarchiche, sono invece un arcobaleno di colori che incontrano ogni ideale politico senza nessuna sudditanza, questua o schieramento aprioristico.

Hai letto la storia della mia Famiglia, che ho voluto descrivere negli eventi patiti ma esprimere nel coraggio delle emozioni che ho scelto di vivere e di condividere, anche con te.

La sofferenza che più ha ferito la mia Famiglia è stata quella di assistere alla presa di distanza che ha progressivamente creato il vuoto intorno a noi, un isolamento terribile in forza della debolezza umana, dell’ignoranza, degli opportunismi, del bisogno di un nemico, della necessità di allearsi ad un potente strumentale.

Un testimone si assume un enorme rischio firmando col suo nome e cognome un documento giudiziario, specialmente quando parla di fatti che riguardano lo Stato. Non deve per questo mai essere abbandonato dalla società civile, anche se lo si descrive con una valenza dubitativa, perchè laddove fosse mendace proprio la rete sociale così creata gli impedisce di gridare al complotto contenendolo nelle sue menzogne ma, se invece è puro, gli offre tutta la protezione necessaria per rinforzarne non solo la volontà testimoniale ma anche per rappresentare un esempio, uno stimolo per tutti coloro che potrebbero contribuire testimoniando le proprie memorie.

Ho visto il tifo pro e contro mio marito, ho osservato l’estensione verso di me ed i nostri figli di un rancore privo di ragioni ma pregno del bisogno di odiare.

Ho scelto di non confliggere mai con nessuno, di restare fedele ai miei valori, di non portare sulle spalle il peso dell’odio, di tutelare i miei figli col coraggio di amarli anche con tutta la mia paura.

La testimonianza più forte contro ogni potere la puoi dare tu stesso, restando libero di conoscere e riconoscere i fatti senza diventare un oggettuale elemento di consenso del potere, con l’offerta di una tesi rinforzata dalla delegittimazione e dalla denigrazione di chi la pone in discussione.

Il valore di quel che ho scritto prende forma non in ciò che leggi ma in quel che saprai riconoscere come valore indispensabile della libertà intellettuale.

Noi, Famiglia Piselli, non siamo forti ma semplici componenti di un nucleo che ha scelto di non avere nemici e di non cercare complotti e, proprio questo, è la nostra unica forza.

La forza di restare radicati ai fatti incontrovertibili da porre all’interno di un quadro d’insieme da analizzare, cercando prima di tutto i nostri errori…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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9 risposte a "“la moglie del testimone”, di Sara Moi Piselli"

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