le complicanze da stress del militare veterano, in un paese che non comprende i militari veterani…

Qualche anno fa vivevo ancora a Livorno, ero in ospedale in attesa che mio marito finisse degli accertamenti, avevo accanto una donna sposata con un militare della Folgore, reparto nel quale anche Fabio ha prestato servizio tanti anni fa.

Parlando con lei abbiamo ricordato degli amici comuni fra gli ex colleghi dei rispettivi mariti e soprattutto abbiamo affrontato il tema dello stress, delle missioni, del concetto di “guerra” vissuto dai militari ed anche di quella scelta di aver sposato la Folgore insieme all’uomo parà che, fortunatamente, ho potuto non fare perchè mio marito era già in congedo dalle armi quando ci siamo conosciuti, nel settore della pedagogia forense.

Confrontandoci siamo giunte al tema del ritorno a casa dopo un evento bellico, le c.d. missioni di pace, sempre più caratterizzate da vere azioni di combattimento ove il soldato muore o uccide e, certamente, assiste alla morte in modo costante.

Suo marito è un incursore, è entrato in carriera negli anni ottanta ed ha partecipato a tutte le missioni fino all’Afghanistan da dove è tornato con un serio problema fisico che lo ha preoccupato per un po’ ma ciò che effettivamente preoccupava la moglie era il suo cambiamento nella relazione, il suo elevato livello di stress che nessuno sembrava volesse comprendere e capire.

Ascoltandola ho evidenziato tutti i segnali della tipica PTSD, anche se non amo riferirmi a quel termine perchè ha una connotazione fin troppo psichiatrica, mentre preferisco un approccio pedagogico alle complicanze da stress patite da chi ha vissuto una o più esperienze traumatiche.

Il termine PTSD (post traumatic stress disorder) è ormai comunemente associato al veterano militare americano del Viet Nam, sia per la diffusa filmografia in tal senso sia per le notizie che giungono da oltremare di una delle tante sparatorie compiute da un reduce “sbroccato” come popolarmente si dice alla nostra latitudine.

Latitudine italiana che sembra negare l’esistenza di un indice di rischio di questa natura anche fra i nostri militari, ormai non più solo gregari agli americani ma reparti autonomi e partecipi alle missioni ad elevato rischio ed il numero di morti, feriti ed invalidi lo dimostra ampiamente.

Siamo pronti quindi a sostenere le eventuali complicanze del veterano militare italiano di ritorno da un evento traumatico come una guerra?

Oppure vogliamo solo delegare la psichiatria militare o gli psicologi in uniforme ad affrontare in via riservata tutte le escursione di un trauma in tal senso, col timore che molti militari ne dissimuleranno i segnali per paura di essere declassati o congedati.

Negli ultimi anni ho offerto il servizio di ascolto pedagogico del disagio degli adulti anche all’interno di quel piccolo circuito amicale di mio marito fra i suoi ex colleghi, ho ricevuto quindi qualche chiamata non dai soldati ma dalle mogli, che hanno manifestato un quadro preoccupante rispetto al mutamento relazionale e caratteriale dei propri mariti o, in alcuni casi, ex tali.

Di fronte alla capacità di gestire lo stress sotto un conflitto a fuoco o in situazioni ad elevatissimo rischio, sembrano non riuscire a controllarsi contro le comuni provocazioni che nascono nei confronti verbali, nelle litigate o in quegli ordinari episodi di conflitto genitoriale coi figli ormai cresciuti, spesso mentre il padre era in missione.

Caduta del controllo e non certamente mancanza di capacità di gestione della tolleranza allo stress, da valutare nelle sue dinamiche laddove ad un tono di voce alto ricevuto la reazione è molto violenta, oppure evitante, ovvero identificativa nell’esclusivo vivere il reparto rispetto che la famiglia.

Sembra essere aumentato l’uso del vino, perchè fortunatamente non siamo negli USA e la cultura del superalcolico è molto minore in Italia, è in incremento però il meccanismo della frustrazione-perversione, cioè un comportamento sessuale promiscuo e caratterizzato da esperienze ad alto tasso di trasgressione, come anche l’elevata assunzione di integratori ipervitaminici e di qualche psicofarmaco.

Non ci sono i numeri per parlare di un problema ma possiamo certamente valutare il quadro di insieme per analizzarne ogni eventuale segnale che possa portarci prima o poi ad assistere a quegli episodi violenti molto comuni negli USA, questo anche perchè diverse sono le reti familiari americani, alto è il tasso di alcolismo, altissimo è il disagio sociale del reduce oltre le esperienze belliche.

Mio marito dice sempre che un ex parà non torna mai un civile, ma è un civile ex parà sia per l’esperienza vissuta in Folgore o nei reparti d’azione, sia perchè l’essere un ex parà in Italia somiglia ad una sorta di marchio e non ho ancora capito se in senso positivo oppure negativo.

Diversamente da alcuni ex colleghi di Fabio, mio marito non indossa particolari fregi o emblemi che ricordano il suo essere stato un paracadutista, certamente ne è fiero ed ha da qualche parte il suo zaino col basco della Folgore ed i brevetti, ma in tutti questi anni non ho mai visto nelle abitazioni in cui abbiamo vissuto dei crest di reparto, delle fotografie commemorative o il classico medagliere al muro.

Se non fosse per la faccia e la postura che lo caratterizza come un ex militare, dinamico e sportivo, talvolta scambiato per “sbirro” e non posso non ricordarmi la fuga di due marocchini ai quali Fabio stava solo chiedendo di spostarsi, sarebbe uno dei tanti ex appartenenti ai corpi dello Stato in sereno congedo.

Diverso è invece il reduce, magari già in congedo, che si identifica oltre misura nei fregi e negli emblemi del suo reparto di origine che, fino a quando questo rimane nei margini del bisogno del gruppo resta un meccanismo difensivo ma, quando, invece sfocia nel “rituale” autoreferenziale si rischia una deriva pericolosa, perchè a tal comportamento sono sovente associate le armi o le pratiche sportive caratterizzate dalle tecniche di combattimento militare.

La frustrazione è un fattore contenuto e tollerabile, capita a chi non svolge più un lavoro amato oppure perde quel senso del gruppo tipico della fratellanza in un reparto di azione, per questo esistono le associazioni o i gruppi specifici ma sempre vissuti come una opportunità oltre la normale vita lavorativa o familiare.

Lo stress del veterano nasce dalla mancata elaborazione delle esperienze vissute, per questo nelle forze speciali hanno ormai assunto un metodo di immediata elaborazione post operazione, il problema però ha una gestazione a lungo periodo, una sorta di campo minato che può esplodere di fronte ad un crollo psicotico oppure ad un più facile esaurimento nervoso.

Nel frattempo occorre chiederci se la qualità della vita è soddisfacente, oltre il reparto, nel rapporto con la moglie e nella relazione coi figli.

Un tema sul quale certamente tornerò perchè conduco una osservazione ed un monitoraggio di interesse in tal senso.

Per le esperienze che ha vissuto mio marito ed abbiamo vissuto insieme posso dire che, in tanti anni, ha sempre dormito poco, previene i pericoli con lo sguardo vigile e talvolta fin troppo iper-vigile e questo è un segnale che osservo tutti i giorni, l’iper-vigilanza ma, nel nostro caso, ha anche una sua ragione.

Chiedere un aiuto tecnico da parte del veterano è un atto eroico, le cui più bella medaglia è ritrovare la serenità…

 

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

Sara Moi Piselli, pedagogista


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