Ilaria Alpi, per tutto il resto della sua morte….

Dopo ventiquattro anni ci ritroviamo ancora una volta in attesa di una clamorosa verità che potrebbe smentire la precedente grazie alle nuove rivelazioni di un vecchio testimone relativamente alla esecuzione di Ilaria Alpi e di Miram Hrovatin avvenuta in Somalia il 20 marzo del 1994.
 
La ricerca della verità rappresenta quindi una evoluzione generazionale e non solo quel periodo di tempo utile e necessario per accertarla da parte di una autorità giudiziaria, perché trascorrono interi decenni durante i quali l’evento criminoso originale perde invece di interesse di fronte alle nuove generazioni che si interfacciano adesso con qualcosa di giudiziariamente storico, per cui non rimane che agire sulle loro emozioni e sul loro desiderio di comprendere le ragioni di uno dei tanti misteri italiani.
 
Un mistero è tale non quando manca una verità ma quando ve ne sono troppe non vere e, tutto ciò, accade sempre nel nostro strano paese nel momento in cui vi sono interessi di più ampio respiro rispetto alla sola morte di una vittima innocente.
 
Un mistero è tale quando chi depista non è il mero presunto autore del reato ma chi è parte di una nozione di sistema che agisce un rodato meccanismo del depistaggio tanto da non giungere ad altro che alla manifesta volontà dei genitori della vittima di non arrendersi a quelle stesse troppe verità, scadenti però di un supporto probatorio e talvolta anche di quel buon senso utile per accettarle come tali ed elaborare finalmente il proprio lutto.
 
Un mistero è tale quando dei rappresentanti delle istituzioni sembrano rispondere ad una dottrina di sistema e non alla esigenza di giustizia di una madre e di un padre; sistema che si limita a identificare un presunto colpevole ma non a cercare la verità e questo non può farlo una istituzione che agisce in nome del popolo italiano che comprende i fatti e, non, in nome del popolino che si accontenta dei pettegolezzi, del discredito, del riduzionismo, del fango che è stato gettato anche su Ilaria Alpi e sul suo lavoro da parte di chi ha ricoperto un ruolo istituzionale trovando proprio nel popolino il ridondante eco dell’ignoranza ma anche la ferma opposizione delle intelligenze che supportano la madre di Ilaria a continuare la sua battaglia, ormai da sola perché il padre è morto.
 
Il depistaggio inizia col vigliacco metodo di abbandonare prima di tutto la vittima, uccidendone la memoria, i fatti, la storia, le emozioni e trasformandola in un mero fascicolo cartolare da passarsi fra uffici e delegati come una fastidiosa patata bollente che nessuno vuole affrontare, perché farlo significa confrontarsi con quella nozione di sistema che ormai si è fatta politica proprio sin dal 1994 e che ha quindi consolidato un potere enorme ed ingerente in tutti i gangli delle amministrazioni dello Stato.
 
La vita di Ilaria Alpi si è paradossalmente trasformata nella sopravvivenza della sua stessa morte, perché sarà proprio durante tutto il resto della sua morte che potremmo forse e finalmente conoscere le ragioni della sua uccisione e riconoscere chi ha voluto ammazzarla insieme a Miram Hrovatin.
 
La loro esecuzione è avvenuta in un periodo storico importante per il nostro paese ed in un paese, la Somalia, simbolo di quella vergogna che ancora oggi rappresenta una verità da difendere da parte di chi teme che quel popolo italiano prenda coscienza del prezzo del compromesso che la politica ha fatto per restare potere politico e non funzione pubblica.
 
Ilaria Alpi aveva capito e cercava di farci capire quel sistema col suo lavoro di giornalista, ponendo in discussione un potente nucleo di interessi convergenti come ogni vero giornalista dovrebbe fare senza sudditanza o reverenza, senza paura.
 
Ilaria Alpi ha provato paura probabilmente solo quando ha visto arrivare la morte coprendosi il capo con le mani e per questo un colpo le ha portato via un pezzo di dito, magari proprio quello con cui avrebbe voluto indicarci chi l’ha uccisa.
 
Noi, collettività, possiamo ancora oggi non essere il solito popolino che si accontenta dei pettegolezzi giudiziari ed investigativi ma un vero, solido, elemento sociale che supporta una madre coraggiosa e determinata a scoprire il colpevole di una non verità e non solo chi le ha ucciso la figlia.
 
Ilaria Alpi non dovrebbe essere una bandiera o un premio ma dovrebbe restare una giovane ragazza uccisa durante lo svolgimento di un lavoro importante, come quello del giornalista, lavoro che dovrebbe difenderci dalle non verità di Stato come Lei stava facendo e che ancora farà, per tutto il resto della sua morte…
 

Sara e Fabio Piselli


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