la paura della miseria ed il coraggio della povertà di quei genitori ricchi d’amore…

Nel corso del mio lavoro alcuni anni or sono mi è capitato di sviluppare una relazione relativa una indagine familiare nei confronti di due genitori con due figli piccoli in serie difficoltà economiche, che avevano purtroppo raggiunto uno stadio di rischio per la nutrizione dei bambini e per il sostentamento generale della famiglia.

Coppia sposata sulla quarantina, italiana, abitante in una grande città, entrambi diplomati con un lavoro fino a qualche tempo prima ordinario con uno stipendio regolare, poi un problema inatteso ed il veloce declino verso la soglia della sopravvivenza; dopo aver contratto dei finanziamenti in banca ed alle finanziarie ed i successivi debiti per pagarne le rate fra parenti ed amici sono scivolati nell’isolamento con tutte le secondarie complicanze in termini di stress e di depressione.

Qualche vicino di casa invece di capire come aiutarli si è prodigato per informare i servizi sociali già comunque notiziati dai canali della sussistenza sociale del volontariato verso cui i genitori si erano rivolti quando non sono riusciti in più occasioni a fare la spesa, ottenendo dalle varie associazioni e agenzie di solidarietà il pacco viveri di supporto dopo essere stati sostanzialmente identificati per ottenere una sorta di passi per accedere in sede.

Qualche litigata fra i due a voce grossa fece intervenire la polizia su richiesta del solito vicino, che alla fine scoprimmo essere stato rifiutato dalla donna nel corso di qualche avances, fino ad aprire un fascicolo tale da giustificare il temporaneo allontanamento dei figli minori presso una struttura con tutte le negative conseguenze, anche se i nonni paterni e materni si erano ora offerti di prenderli in carico fino a quando fosse stato necessario ma il loro precedente “abbandono” dei figli era stato considerato come trascuratezza e non come quel brutto ma normale meccanismo di tanti amici e familiari, che tendono a porre distanza verso chi vive una difficoltà per mille dinamiche diverse moralmente opinabili ma non per una incuria volontaria.

Coi figli in struttura e loro sottoposti a quel monitoraggio dei servizi sociali, addirittura con incontri protetti, si è innescata fortunatamente una reazione basata sull’amore che lega la coppia e non su un più feroce conflitto tipico dei genitori separandi, avendo compreso i due che il loro rapporto era saldo e che avrebbero solo dovuto saper reagire alle difficoltà con meno vittimismo, si sono quindi decisi a restare compatti e a lottare per tornare ad essere una famiglia unita.

Fui incaricata della consulenza dal loro avvocato ed iniziai quindi le classiche indagini familiari coi colloqui pedagogici coi due genitori fino al confronto con la struttura che ospitava i minori e coi bambini stessi e, dopo qualche tempo, grazie anche alla professionalità degli operatori pubblici riuscimmo a riportare la famiglia insieme “educando” i genitori ad una migliore gestione delle entrate e a comprendere che proprio nelle difficoltà occorre l’unione, senza vomitarsi addosso scelte sbagliate o acquisti oltre misura.

Qualche anno dopo ci siamo rivisti e ho preso felicemente atto del loro totale cambiamento di vita, ora indirizzato ad una esistenza priva del superfluo ed indirizzata verso il rinforzo e l’espressione delle emozioni, senza nulla far mancare i figli ma senza nulla di materiale in cui identificare la propria famiglia. Le famiglie di origine gli avevano permesso di comprare un piccolo casolare di campagna e si erano trasformati in vivaisti di cactus, riuscendo a lavorare serenamente a contatto con la natura.

Di fatto, l’esempio che detti con la mia famiglia ed il nostro stile di vita nella filosofia de “less is more”, niente di più pedagogico di  questo oltre al tecnicismo del mio lavoro nello scrivere le relazioni in favore di tribunale dei minori ma nel rapporto con loro sono come sempre stata me stessa senza “ruolo” di superiorità o di accettazione di quella forma di sudditanza generalmente espressa da chi vive una difficoltà.

Noi, Famiglia Piselli, ben conosciamo la differenza fra il concetto sociale di “miseria” e quello di “povertà” sia per esserci confrontati direttamente nel corso della nostra vita con alcune difficoltà in tal senso, sia perchè ho ed abbiamo sempre avverso la cattiva abitudine da parte del pubblico di  valutare le competenze genitoriali anche tramite la consistenza patrimoniale.

La “miseria” è quasi sempre riferibile al degrado, anche emotivo e morale, alla trascuratezza ed all’incuria, fra bambini ignorati nelle loro esigenze esclusive e adulti caratterizzati da una totale assenza di strumenti idonei a prendersene cura, fra uso di alcol e sostanze, fra sporcizia e strutture abitative fatiscenti, fra evasione scolastica e commercializzazione dei minori in più fronti, dall’accattonaggio a ben peggio.

Questa è la miseria.

La povertà è invece una condizione temporanea, raggiunta da genitori competenti e regolari per difficoltà insorgenti come la perdita del lavoro o una malattia oppure per altre ragioni ma che può risolversi nel tempo e, nulla incide, nella struttura emotiva e relazionale della famiglia.

La cosiddetta povertà può essere anche la scelta di uno stile di vita contro una società consumistica o per educare i figli ad un rapporto con la natura e col mondo oltre l’omologazione alle convezioni sociali, senza per questo emarginarsi o non rispettare le regole condivise di una comunità urbana.

Povertà che non significa affatto incuria o trascuratezza, bensì assenza di proprietà come quella di una auto o di una casa o di altri beni mobili ed immobili, una vita semplice fondata sul minimo concreto e non sul tanto superfluo.

Nel nostro caso abbiamo scelto di investire nella ricchezza delle emozioni, nel permettere ai bambini di esprimerle in purezza, di consentire ai nostri figli di essere felici con ciò che necessita e non con quello che debbono avere altrimenti sono “diversi” dai compagni di classe o indicati come “poverini” perchè magari non hanno tanti vestiti o zaini firmati, rispetto che ai pochi indumenti tecnici di buona sostanza e gli zaini più anonimi ma “operativi” anche per una gita fuori porta.

La felicità che osserviamo nei nostri figli, le loro progressive competenze prassiche, la loro capacità di esprimere le emozioni in piena autonomia è per noi il risultato migliore, senza confrontarci con chi ha molto di più e senza fronteggiare le capacità dei reciproci figli.

La nostra filosofia non nega l’uso o il desiderio di avere un furgone per esempio o la possibilità di affittare una casa dignitosa, rinforza invece proprio la dignità del poco inteso come semplice e non necessariamente come “minore”.

L’Amore dei genitori non si misura in base alla consistenza patrimoniale e chi indica il “poco” come scarso in favore dei figli commette un errore importante, perchè si priva della possibilità di arricchire quel poco con le proprie emozioni senza camuffarle con una ricca materialità che certamente dona e offre una serenità maggiore ma, non necessariamente, quel giusto sentimento nella relazione genitori figli.

Sia ben chiaro che non parlo di classi sociali, conosco numerosi genitori assolutamente benestanti che hanno tutte le capacità di comprendere il senso educativo dell’investire nella espressione delle emozioni, molto più sereni per le spalle coperte offerte da un patrimonio importante, nel quale però non si sono identificati o di cui non fanno bandiera di vanto sociale.

Diversa è la condotta di quei genitori che identificano nel benessere materiale le proprie certezze, spesso caratterizzate da una autarchia emotiva e referenziale che priva i figli di quell’empatia di cui necessitano nelle relazioni con gli altri da se e certamente oltre la fortezza famiglia in cui vivono; quasi sempre i primi a puntare il dito o a giudicare l’abbigliamento o lo stile di vita degli altri, in forza delle normali dinamiche sociali che un tempo classificavano i quartieri delle città o le famiglie di paese.

In parole povere la miseria spaventa ed è uno stadio in cui nessuno deve mai cadere, la povertà materiale è una scelta coraggiosa, perchè priva di strumenti e beni che certamente potrebbero facilitare la giornata ma offre anche quel coraggio delle emozioni altrimenti difficile da esprimere e condividere.

Quando mi confronto con qualche collega, nulla pone in discussione le rispettive competenze, come nulla cambia nei confronti dei miei figli quando giocano con gli altri bambini o fra loro oppure con noi genitori, a meno che non si voglia andare a cercare la firma nell’abbigliamento rispetto che la qualità delle emozioni in quel momento espresse o le capacità professionali manifestate nel corso di un incarico.

La nostra è una società sempre più fondata sull’immagine sociale, sul quel benessere materiale che piace a tutti ma che non deve essere il vincolo fondante la scelta o meno di costruire una famiglia.

I soldi non possono e non debbono essere considerati una compensazione emotiva oppure una variabile delle competenze genitoriali.

Per rispondere ad una cara anziana amica toscana, senza lilleri si può anche lillelare e non perchè ci si accontenta ma perchè siamo già contenti…

Sara Moi Piselli, pedagogista


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