la pedagogia delle sbarre innocenti…

Nella parte del mio lavoro che riguarda l’ascolto ed il sostegno pedagogico al disagio degli adulti, mi capita di interfacciarmi con chi ha vissuto il carcere dichiarandosi da sempre innocente per i fatti che lo hanno portato a perdere la libertà.

Comunemente si dice che in carcere sono tutti innocenti ma in alcuni casi ho affrontato effettivamente l’innocenza documentale dell’evento giuridico ed anche l’escursione del trauma patito da chi è stato ingiustamente carcerato.

Il carcere è un contenitore di libertà, non solo una casa circondariale come è attualmente definita, rappresenta anche quel contenimento delle emozioni che implodono fino a scatenare un campo minato tale da far esplodere la mente, fino alla perdita della lucidità ove il detenuto si uccide o all’innesco di quei meccanismi difensivi tipici del trauma, della sofferenza oltremodo accettabile dalla mente.

Ho conosciuto persone che hanno manifestato tutti i segnali di una classica PTSD ovvero un disturbo da stress post traumatico, fra chi non riusciva più a star chiuso in una stanza fino a chi si aspettava di essere perquisito ogni volta che entrava o usciva da una porta.

Quando ero ancora alle superiori mi capitò di fare visita ad un amico più grande detenuto in uno di quei terribili carceri di allora della Sardegna, perchè ero vicino alla famiglia e mi fu permesso per varie ragioni di giungere alla visita parenti; l’impatto fu per me terribile e potei comprendere il senso della perdita della libertà sin da giovanissima ma soprattutto il grigio di quegli ambienti, sotto tutti gli aspetti.

Ho avuto modo di confrontarmi bene ed a lungo anche con chi ha lottato per decenni per ottenere la Giustizia della sua innocenza, osservandone tutte le complicanze tipiche di chi non solo ha vissuto la prigionia molto giovane ma è cresciuto con il pregiudizio di un reato mai commesso che gli ha condizionato gran parte dell’evoluzione.

Le sbarre innocenti alle quali faccio riferimento sono quella realtà in cui una persona non esce dal carcere solo perchè termina la prigionia, sono quelle che la mente non supera, in cui i pensieri non riescono più ad evadere, sbarre che non si riesce più a comprendere se si osservano da dentro una cella o da fuori, dalla libertà.

La libertà non è solo data dalla possibilità di muoversi o di decidere in autonomia, non dipende da quanto grande sia lo spazio di contenimento o dalla presenza o meno delle sbarre fisiche, la libertà per chi ha vissuto la prigionia da innocente è rappresentata dal valore della sua perdita e non dal vantaggio nell’averla ri-acquisita, perchè manca in molti casi la ri-conquista del concetto emotivo di libertà ovvero il riconoscimento della propria innocenza.

Una falsa accusa distrugge non solo la vita di chi la subisce ma anche le reti familiari, amicali, lavorative ed i lunghi tempi che nel nostro paese necessitano anche solo per giungere al primo grado di un processo, non fanno altro che peggiorare il deterioramento in tal senso, fra un prigioniero al quale è stata sospesa la vita e la vita esterna che si adatta alla sua assenza.

Un fattore che ho sempre evidenziato nel confrontarmi con molte persone che hanno vissuto una esperienza del genere, fra uomini e donne, consiste nella differenza fra chi racconta di essere stato “detenuto” e chi, innocente, dice di essere stato “prigioniero”…

Sara Moi Piselli, pedagogista


e.mail: sara.piselli@lafamigliapiselli.com

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