la pedagogia della coppia, il silenzio dell’ascolto e le grida del sentire…

L’ascolto del disagio degli adulti mi consente di lavorare con donne che vivono una serie di difficoltà nel rapporto col proprio uomo, marito o come più frequentemente è descritto negli ultimi tempi “il mio nuovo compagno”.

Lavoro anche con gli uomini che sembrano ancora manifestare delle perplessità a rivolgersi ad una professionista donna, però riesco lo stesso a veicolare il confronto quando opero con la coppia insieme, osservando sempre più spesso quella classica dinamica del “ti sento” ben diversa dal “ti ascolto”.

E’ il tipico meccanismo di chi “sente” le parole dell’altro e ne attribuisce il proprio interpretato significato, annullando completamente l’interlocutore in ciò che desidera effettivamente dire se non nella misura in cui questi diventerà il bersaglio di rivalsa di ciò che, sostanzialmente, si racconta colui o colei che “sente”.

Non è una strategia comunicativa o una intelligente forma di confronto, al contrario rasenta la banalità del parlare o meglio del mero sentire.

Appartiene al ruolo della supponenza emotiva ed è prevalentemente maschile ma una dinamica in tal senso prende sempre più spazio anche fra le donne, che sembrano ormai aver assunto una mimica ed un atteggiamento tipico dell’aggressività verbale un tempo di esclusiva pertinenza degli uomini, dal dito puntato alla postura difensiva fino al tono di voce ormai elevato anche nelle normali conversazioni amicali.

Non assisto a confronti o ad uno scambio comunicativo basato sul linguaggio della soluzione possibile, bensì al  costante conflitto proteso alla attribuzione della colpa ed alla fuga dalla stessa fra le parti e, se non fosse per l’accento diverso per regione e località, potrei dire che in tutto il paese si parla la stessa lingua, quella delle poltroncine televisive del programmino pomeridiano in cui uomini e donne si scelgono in base a delle caratteristiche pari alla festa delle medie col gioco della bottiglia.

Il paradosso lo evidenzio quando nell’ascoltare professionalmente dei genitori in difficoltà o in fase di separazione, sento parlare di segni zodiacali come mediatori di personalità e variabili di buon rapporto.

E’ in quei momenti che rimpiango il periodo trascorso con mio marito ad imparare le tecniche dell’agricoltura biodinamica, perchè per molte persone occorre una fattucchiera brava con i giri di carte e non una pedagogista o una professionista laureata ed esperta.

Di fronte a delle coppie simili e nemmeno giovanissime a che serve il confronto, si urlano addosso il loro covato rancore sotto forma di un millantato amore utile solo a fuggire la paura della solitudine, per poi trovare decine di negatività proprio riferibili al segno zodiacale o a dei temi che effettivamente trattavo in prima liceo. Che confronto potrò mai offrire, mi chiedo.

Poi fortunatamente subentra la mia razionalità professionale ed alla fine riesco a veicolare una condivisione di intenti grazie alla mediazione e talvolta anche al paradosso, in qualche caso sono anche così fortunata dall’estrarre quelle residue risorse che rinforzano la loro intelligenza emotiva e giungiamo finalmente ad un confronto di coppia basato sul significato del sentimento e sugli esclusivi interessi dei figli minori, ove presenti.

Certo, forse esagero e quanto sopra potrà apparire uno sfogo di spessore professionale e magari lo è anche, ciò non toglie che nella nostra attuale società è difficile saper ascoltare l’altro da noi, sia esso il proprio partner che un collega o anche un semplice astante il turno delle lastre.

Questo perchè abbiamo perduto la capacità del silenzio dell’ascolto e siamo sempre più condizionati dall’imporre quel noi stessi ciarlante mentre crediamo di sentire cosa sta dicendo l’altro, è però molto difficile comprenderne il significato se già stiamo pensando a ciò che noi vogliamo fargli (imporgli di) capire e, se questo avviene da entrambe le parti, ecco nascere quel conflitto caratterizzato non più da parole compiute ma da frasi emoticonizzate a favor di stomachino e non di intelligenza.

Occorre oggi più che mai il ritorno alla gentilezza, alla proprietà del silenzio e dell’empatia, alla pietas, alla consapevolezza che l’ascolto è accoglienza reciproca e reciprocità benevolente, non una rincorsa verso una vittoria per riconoscere la propria sconfitta, alla quale restare intolleranti e ripartire così dal via.

“T’amo, t’amero, tamarindo e menta” è la tipica frase del mio buon marito quando gli chiedo un confronto su una coppia.

Fabio, mio marito, ha sempre avuto la capacità dell’ombra dalla quale emerge con una frase che mi consente grazie alle risate di far pace col mio lavoro, senza naturalmente schernire le persone ma più indirizzate ad alleggerire quel senso di sconfitta che di tanto in tanto provo di fronte alla nostra umanità…

Sara Moi Piselli, pedagogista


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