i figli delle coppie omosessuali, fra pregiudizio ed opportunità…

Attualmente viviamo al confine con la Francia, a pochi passi da Menton e di tanto in tanto torniamo a Nizza dove abbiamo vissuto per qualche tempo, città in cui abbiamo alcuni amici all’interno della folta comunità omosessuale, amicizie che si sono sviluppate nel corso degli anni proprio per la mia e nostra totale serenità verso un “mondo” tanto vario e diverso al suo interno quanto poco conosciuto dalla collettività eterosessuale.

E’ capitato quindi che il solo fatto di condividere dei momenti insieme o di frequentare degli spazi di arte gay o partecipare a progetti comuni ci abbia automaticamente trasformato in qualcosa di “ambiguo” agli occhi di chi ha osservato la nostra serenità di Famiglia immersa in un chiaro ambiente con pochi bambini, salvo quei bambini figli di coppie gay.

La prima volta che due uomini mi hanno presentato loro figlio è stato imbarazzante e non lo nego, sono mentalmente aperta ma rimane in me quel residuo di donna con tutti i sacramenti ed un pizzico di pregiudizio col quale ho dovuto confrontarmi.

Il mio buon marito ha sempre qualche consiglio valido e da maschio tutto di un pezzo ha saputo manifestarmi la sua parte più donna, quasi materna debbo dire.

Abbiamo così avuto l’opportunità di trascorrere qualche tempo insieme a questi amici, i nostri rispettivi bambini hanno fatto i bambini giocando e ridendo mentre passo dopo passo lungo la Promenade des Anglais ho potuto meglio affrontare le mie riserve sui genitori gay e, soprattutto, sui figli di una coppia omosessuale.

Ho inevitabilmente approcciato il confronto con il ruolo della pedagogista, osservando le “competenze” genitoriali di due padri e non di un padre maschio ed una finta mamma “maschia”, perchè di due padri si tratta senza nessun surrogato materno di sorta ed una camicia di lino alla provenzale scollata non trasforma un uomo in una donna, se non agli occhi di chi giudica l’apparente femminilizzazione dell’omosessualità come icona del mondo gay.

Superare le apparenze è infatti un passo importante da compiere per entrare finalmente nella qualità del rapporto di un figlio di una coppia omosessuale nella relazione padri-figlio e nell’assenza di una relazione figlio-madre. Non c’è una madre, ci sono sono sempre e solo due padri.

Dico quindi padri-figlio perchè di questo si tratta, di un nuovo modello di rapporto genitoriale col quale dobbiamo imparare a fare i conti perchè, almeno all’estero, è più frequente di quanto si possa immaginare e meno condizionato da pregiudizi morali e religiosi, soprattutto verso i figli di donne lesbiche che sembrano garantire quel rapporto materno invece del tutto assente nella coppia di maschi.

Da pedagogista ho osservato e raggiunto alcune convinzioni, superando da un lato i miei pregiudizi e coltivando dall’altro alcuni dubbi che esprimo in questo articolo, premettendo che occorre prima di tutto superare il pensiero indotto proprio dal pregiudizio diffuso verso i gay, ovvero gay-bambini uguale abuso, niente di tutto questo e soprattutto non si crea un forzato vivaio di futuri omosessuali per il solo avere dei genitori tali.

Detto questo mi permetto di evidenziare il primo problema che identifico proprio nell’assenza del rapporto figlio-madre, ben diverso dal figlio di un padre vedovo o abbandonato, perchè in questo caso la madre non è mai esistita e non esisterà mai nemmeno come “presenza psichica” ovvero non si crea ne un rapporto fisico e tanto meno emotivo con una figura materna che non esiste a priori, se non nella gestazione in conto terzi appositamente organizzata oppure nella adozione di un minore orfano o giunto allo stato di adottabilità, da parte della coppia gay.

La qualità emotiva del rapporto è positiva anche con due padri gay, la proprietà del sentimento fra la coppia e verso il bambino è ottima ed offre tutte le garanzie di un corretto e sereno processo evolutivo ma rimane la potenziale lacuna (futura) di un riferimento materno e non esclusivamente femminile nella vita del bambino, non tanto rispetto ai bambini di coppie etero quando si confronterà col mondo oltre la comunità gay, quanto nella sua percezione emotiva di “madre” ovvero quando si chiederà cosa è la madre e perchè non ne ha avuta una, salvo naturalmente la capacità dei genitori gay di accompagnarlo progressivamente a questa fase.

Di fatto, quando e se questo accadrà occorrerà considerare il bambino allo stesso modo dei bambini orfani di madre sin dalla nascita, col valore aggiunto che in questo caso non c’è un lutto da elaborare da parte del vedovo ed il bambino non vive nel corso della sua crescita la drammatizzazione sociale secondaria della condizione di “senza madre” perchè orfano.

In buona sostanza non vi sono elementi negativi tali da contrapporsi ad un nuovo modello di famiglia, quella di genitori gay, perchè sono maggiori le opportunità di espressione delle emozioni nel bambino e verso il bambino, rispetto che nel camuffamento di un indirizzo omosessuale come sovente avviene nelle famiglie ordinarie, ove un padre o una madre vivono la propria omosessualità in modo clandestino e frustrante per le loro emozioni che inevitabilmente si proiettano in danno del rapporto coi figli.

Ho osservato la serenità in quella coppia gay, data soprattutto dall’assenza di intolleranze e di un equilibrio emotivo importante, associato alla maturità individuale e culturale della persona, che certamente arricchisce la vita emotiva del figlio.

La nostra è una epoca di un potente mutamento sociale, filosofico e culturale vasto ed importante a tal punto da aver di nuovo creato delle sacche di resistenza nei canoni tradizionali di chi nei dogmi sociali trova rifugio anche per le proprie paure.

Nel mio lavoro come pedagogista in favore della coppia, ho conosciuto numerosi genitori con una immagine sociale di etero sessuali, vivere invece la propria omosessualità come una doppia vita con un peso emotivo enorme, con una ambiguità tale e con un camuffamento che ha inciso negativamente nel rapporto coi figli, i primi ai quali nascondere la propria realtà invece espressa in modo clandestino e, come tale, “sporco” e quindi inquinante la serenità familiare.

La famiglia non rappresenta un ruolo di cui vestirsi, non è una fortezza sociale in cui rifugiare ogni latente o palese omosessualità, dovrebbe invece essere l’unica realtà della realtà unica, della verità, della sincerità fra i genitori e fra i genitori ed i figli.

Un bambino necessita prima di tutto quell’amore che non dipende solo dal cosiddetto “cuore di mamma” ma dalla capacità delle emozioni e dalla proprietà dei sentimenti, cosa non facile da incontrare, perchè occorre tanto coraggio per amare “controcorrente”, quello stesso coraggio delle emozioni che consente di superare la paura di accettare la realtà, qualunque essa sia e, nel caso di una coppia omosessuale, non dobbiamo interpretare la loro unione come un “vizietto” ma come amore, come sentimenti, come quelle emozioni che arricchiranno i loro figli…

Sara Moi Piselli, pedagogista


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