riflessioni sul significato di “tortura” in un paese di molte uniformi, di tanti uniformati e di pochi pensieri di libertà

Quando ero una studentessa universitaria non ho mai amato molto partecipare ai gruppetti politici che facevano propaganda delle proprie idee “contro”. Questo non perchè non avessi una spinta ideologica o un interesse verso la politica ma per quella cultura dell’attenzione verso la condivisione dei pensieri che mi ha sempre caratterizzato.

Osservare non significa non esporsi, significa non manifestare la propria esposizione per essere osservati e, questo concetto, rende bene l’idea che ho su chi propaganda una ideologia con delle forme impositive di attenzione.

Sono oggi una donna ed una professionista matura, madre di tre figli e moglie di un uomo che nella sua storia ha indossato una uniforme per qualche anno ed ha lavorato prima e dopo la carriera militare in un settore che gli ha consentito di affrontare alcune esperienze che sono per me un buon confronto per comprendere non solo un periodo storico particolare come quello degli anni ottanta ma anche le dinamiche della tortura, della privazione della libertà fisica e del condizionamento della percezione del significato di libertà di pensiero.

Ho nel tempo anche insieme a mio marito studiato ed analizzato il tema della tortura, come una attività posta in essere sia nei teatri di guerra che dai regimi autoritari fino a quegli eventi, anche nostrani, di abusi da parte delle varie polizie in danno dei detenuti o durante le manifestazioni “contro”.

Forse uno degli eventi che la collettività ricorda maggiormente è quello del G8 di Genova del 2001, del quale si continua a parlare perchè recentemente i vertici della polizia di allora hanno raggiunto dei ruoli apicali nell’amministrazione di polizia oggi confondendo non poco chi ha memoria dei fatti di Bolzaneto e della Diaz perchè sono stati tutti dei funzionari a vario titolo ritenuti responsabili di quegli eventi, anche moralmente tali.

La tortura ha un suo aspetto fisico ed una forte valenza emotiva e psicologica, non è solo un’azione violenta immediata oppure un protocollo militare a breve e medio termine bensì ha una sua specifica pedagogia, con lo scopo di “educare” la persona sottoposta a tortura e col fine di “formare” quella persona che di se stessa rimarrà dopo averla subita, la tortura.

La tortura è quindi uno strumento fisico e psicologicamente effrattivo e traumatico atto a distruggere le emozioni di una persona per ricostruirne i pensieri, strutturandoli in un sistema ideologico compatibile con gli schemi del persecutore.

La tortura è perciò uno strumento operativo oltre ogni accettabile etica militare e di polizia, apparentemente rifiutato da tutti ma altrettanto apparentemente praticato in fin troppe occasioni, anche tramite una maliziosa arte della delega.

Non è tortura la manganellata che un operatore sferra alla testa, spaccandola, di un manifestante reso ormai inerme durante uno sfollamento di ordine pubblico, quella è ancora una pessima espressione del concetto di sfollamento che coincide con la pessima abitudine all’uso del manganello.

Non è tortura il denudare calando i pantaloni e le mutande e incappucciando il volto di un combattente fatto prigioniero in un teatro bellico, protocollo comprensibile in quel tipo di operazioni ad elevato rischio, sia per impedire ogni tentativo di fuga condizionandone i movimenti fisici, sia per verificare che non indossi localizzatori gps, armi ed ordigni esplosivi e sia per non fargli memorizzare luoghi postazioni e persone nel campo base.

E’ invece una tortura fisica emotiva e psicologica non solo il contenimento della libertà ma anche e soprattutto l’annullamento dell’umanità del soggetto contenuto, trasformato ora in un oggettuale contenitore da svuotare dalla propria ideologia e da riempire con una forzata imposizione di un pensiero strumentale alle esigenze del persecutore.

Parlo di persecutore perchè tale diventa chiunque ponga in essere una simile condotta, anche se appartiene ai “buoni”, come parlo di vittima nei confronti di chi patisce la tortura anche se fino a poco prima aveva assunto il ruolo del combattente o del vigliacco terrorista uccidendo persone innocenti ma, ora sottoposto a tortura, è certamente una vittima ed il fatto di esserlo non cancella la sua originale azione, sono situazioni complementari ma ben differenti.

L’etica, morale ed operativa, rimane quindi la sola opportunità di umanità in quei contesti ad elevato indice di stress tipici dei lavori e delle situazioni ove parlano le armi e spiccano le uniformi, lavoro che chi sceglie dovrebbe essere formato a svolgere con la piena competenza della gestione dello stress nelle situazioni ad elevatissimo rischio.

Con Fabio, mio marito, mi confronto e mi scontro sulla sua convinzione che l’etica ai livelli di truppa e media manovalanza scade dopo il primo colpo che ti sfiora la testa o dopo il primo soldato caduto, non per la sola reazione in un conflitto a fuoco ma per l’identificazione del rapporto 1:1 fra i combattenti oltre le loro uniformi che poi una volta terminato lo scontro è mediata dalle dinamiche di gruppo in quei meccanismi di de-umanizzazione del nemico per i quali spesso di assiste allo scatto di fotografie-trofeo o alle forme di tortura più spicciole.

Fabio non considera tortura tutto questo ma solo una manifestazione della stupidità umana in un contesto irrazionale come la guerra, pur d’accordo con lui ribadisco che chi decide di fare quel lavoro ha il dovere ed il diritto di essere formato per gestire quelle dinamiche ma il buon marito insiste che è impossibile superare i meccanismi difensivi della mente, soprattutto in chi ha subito una formazione proprio per essere uniformato e non solo per indossare una uniforme.

Ho quindi nel tempo approfondito le mie ricerche andando a studiare gli atti dei processi ai torturatori dei vari regimi del mondo nei vari periodi storici dalla seconda guerra mondiale ad oggi, ho potuto comprendere così che il concetto di “uniformare” non appartiene solo ai militari ma anche e soprattutto alla politica del consenso nei paesi cosiddetti democratici, tramite una forma di tortura ben diversa da quella alla quale possiamo assistere in un centro militare di intelligence nei teatri di guerra o dentro le celle di sicurezza di qualche comando di polizia gestito da “sceriffi da strapazzo” e non da seri operatori di pubblica sicurezza.

Di seguito esprimo in due punti quello che ho compreso e che mi permetto di offrire al confronto dei lettori del Blog della Famiglia Piselli, relativamente al concetto della tortura sia in un paese come il nostro che nei teatri bellici.

  • La tortura nel nostro paese, protesa ad uniformare la collettività, è una risorsa adottata tramite l’ingerenza nella scelta dei programmi di vita delle persone attraverso lo strumento della precarietà lavorativa e della gestione della moneta e soprattutto con la cattiva gestione della Giustizia e della Sicurezza al fine di condizionare la percezione del cittadino, sempre bisognoso di una protezione da parte del governo pro tempore che coopta a se le paure della collettività che egli stesso ha indotto o lasciato coltivare con l’ignavia politica, questo è quella forma di consenso estorto che dovrebbe risvegliare le intelligenze, in modo tale da superare lo scontro partitico politico e raggiungere una condivisione di intenti nel superare i punti critici di scontro, altrimenti ci trasformiamo nei kapò di noi stessi.
  • La tortura in guerra o nelle attività di intelligence è un esclusivo strumento psicologico idoneo per estrarre notizie di interesse operativo e per imporre un pensiero destabilizzante le emozioni della vittima per poi stabilizzarle nei confini del pensiero del persecutore, superando così il solo significato “operativo e di situazione” e raggiungendo invece lo spazio di quel processo emotivo e psicologico di cambiamento che induce la vittima torturata (sdraiata a terra nuda e sporca delle sue feci) ad identificarsi con il suo torturatore (con le scarpe lucide davanti agli occhi del torturato).

Sostanzialmente la tortura è parte delle risorse politiche e militari anche di quei paesi democratici che non sono retti da un regime autoritario, lo si vede nelle caratteristiche della formazione delle sue forze armate e delle sue forze di polizia, ove non basta riferirsi alla sola “marzialità” o all’ardimento tipico dei reparti in armi ma si può identificare nella diffusa mentalità operativa dei militari e dei poliziotti in azione che de-umanizza il soggetto\avversario che una volta vinto o contenuto perde di colpo la sua personalità, la sua intelligenza, la sua emotività, la sua storia di fronte alla oggettualità che della sua persona verrà fatta in relazione al tipo di evento al quale ha partecipato.

Non dico certamente che i nostri militari ed i poliziotti sono dei torturatori, parlo invece anche del loro essere stati uniformati ad una mentalità operativa che, la storia ci insegna, non essere talvolta capace di rispettare quella etica della quale in molti si vestono per edulcorare i rischi di deriva in atteggiamenti oltremodo accettabili anche in un contesto di guerra.

E’ questa la ragione per cui sovente parlo di un alibi quando mi offrono la meravigliosa umanità dell’uomo-soldato come propaganda di una professione o di una missione umanitaria, rispetto al rischio che quello stesso uomo perderà la sua umanità una volta posto di fronte al significato di indossare una uniforme e di usare le armi in quei teatri ove, come dice Fabio, dopo il primo fischio delle pallottole scade il valore etico di quella operazione…

Sara Moi Piselli, pedagogista


e.mail: sara.piselli@lafamigliapiselli.com

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2 risposte a "riflessioni sul significato di “tortura” in un paese di molte uniformi, di tanti uniformati e di pochi pensieri di libertà"

  1. grazie Ammiraglio del suo commento

    credo che si potrebbe iniziare dalla formazione ai diritti umani del personale che veste una “autorità costituita” ruolo dal quale, spesso, si pretende un atteggiamento di sudditanza da parte dei cittadini…

    gli eventi del G8 di Genova sono un chiaro esempio del concetto (istituzionale) che la politica ha nell’affrontare il tema della tortura, ovvero scade di una visione collettiva e si riduce alla mera tutela della propria bandiera…

    mi auguro fortemente che si possa istituire quanto Lei ha menzionato

    se molti degli operatori fossero stati ben formati al rispetto dei diritti umani, compresi i loro, probabilmente l’ordine di agire una macelleria messicana sarebbe stato immediatamente filtrato dal rifiuto di trasformarsi da bravi poliziotti a manovalanza di un potere in quel momento rappresentato da una deriva ideologica fascistoide ancora troppo presente nei vari reparti in armi del nostro paese…

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  2. La ringrazio delle sue considerazioni su una tematica così complessa come quella della tortura. In Italia non è esistito il reato di tortura, mentre in altri Paesi comporta delle conseguenze penali gravissime (vedi ad esempio in Gran Bretagna). L’Italia è stata redarguita in campo internazionale per il suo atteggiamento di tolleranza alla tortura. Tornerò sulla questione appena avrò un momento di tempo.
    La questione è ovviamente legata alla problematica dei diritti umani. Al Senato esiste una commissione che riguarda i diritti umani (presieduta dal Senatore Luigi Manconi) ma non è così alla Camera. Da tempo ho chiesto dell’istituzione anche alla Camera di una tale commissione.

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