i figli in viaggio fra continuità e radicamento, comprendere quando fermarsi e capire quando ripartire…

Nel corso del nostro viaggiare abbiamo conosciuto delle famiglie straniere che, diversamente da noi, viaggiano tutto il tempo per tutto l’anno in una sorta di “gap” per provare uno stile di vita diverso oppure per vivere una esperienza unica che rimarrà parte della loro storia.

Sono famiglie quasi sempre statunitensi che hanno organizzato almeno un anno di giro del mondo e tale fanno toccando le varie capitali con un budget dedicato; molti tornano poi alla propria vita arricchiti dal viaggio ed altri invece arricchiscono la propria vita continuando a viaggiare, abbandonando così la stanzialità del domicilio e del lavoro  e strutturando le entrate inventandosi dei lavori da poter svolgere ovunque, sia on line che di posto in posto.

Noi, Famiglia Piselli, siamo in viaggio dal 2010 ma abbiamo delle tappe di permanenza nelle varie località a medio termine oppure con un tempo più lungo per soddisfare le esigenze evolutive dei nostri tre figli, nati in viaggio e da sempre in movimento.

In tutte le occasioni insieme a mio marito ci siamo confrontati sui concetti della necessità della continuità e del radicamento in un luogo in favore dei bambini, ponendo costantemente in discussione la scelta compiuta oppure il desiderio di offrirci una ulteriore esperienza di una permanenza in un paese straniero, come avvenuto in Francia per esempio.

Il confronto è alla base della relazione nella nostra Famiglia e come tale verte sul rispetto delle esclusive esigenze evolutive e generali dei figli oltre alla serenità delle emozioni che ci caratterizza, anche quando il confronto è serrato o di non facile argomento.

Certamente i bambini necessitano di un radicamento ad un luogo e di una continuità dei loro impegni, delle loro progressive prassi e delle loro competenze evolutive, tutto questo è consigliabile anche da parte della pedagogista che sono e dell’educatore che è mio marito ma non è detto che per soddisfarle occorra sempre, solo ed esclusivamente una casa fissa nella stessa città.

Essere mobili non significa essere “zingari” perchè sono situazioni del tutto diverse ma, purtroppo, il nostro paese ha un “pre-giudizio universale” nei confronti di chi vive fuori griglia, preferendo partire dalla critica da dover essere poi compensata con la descrizione dei benefici rispetto che osservare i benefici verso i quali agire un confronto, anche critico ma auspicabilmente costruttivo.

Se dovessi parlare delle volte in cui mi sono sentita dire delle banalità sui bisogni dei figli, rischierei di fare del mio titolo un alibi di arroganza e mai, tale, sono stata in vita mia.

Per cui in tutta umiltà rispondo che, il radicamento, i figli nella loro fase di crescita dagli zero ai cinque anni lo debbono avere soprattutto coi loro genitori, senza che questo diventi esclusivo o simbiotico bensì forte per permettere loro quella necessaria socializzazione con il mondo oltre la Famiglia; radicamento che gli offra la chiara, certa, reperibile presenza relazionale ed emotiva della Mamma e del Babbo, invece spesso mediata da quelle figure di riferimento terze nel cosiddetto “mondo normale” fra tate in delega e nonne delegate, per i giusti motivi degli obblighi lavorativi e delle esigenze personali ma riducendo così il rapporto uno ad uno coi figli che, per essere coltivato, non necessita di “quella” cameretta dei bambini.

Diverso è il concetto di continuità, mirato soprattutto alla acquisizione ed alla crescita delle competenze evolutive dei bambini, come avviene negli asili e nelle scuole ed il fatto che con mio marito abbiamo agito una educazione parentale nei confronti dei nostri figli è dovuto alla ragione che abbiamo tutte le competenze e la formazione tecnica di educatori pedagogisti per farlo, offrendogli contestualmente ogni opportunità di socializzazione con tutti gli altri bambini, dal parco giochi alla ludoteca, dai progetti per l’infanzia alle attività ludiche ed educative che abbiamo gestito direttamente noi, estese agli altri bambini italiani e stranieri nelle località in cui abbiamo vissuto.

Sostanzialmente Matilde, Fabio Massimo ed Edda hanno da sempre socializzato, interagito e giocato con bambini di ogni razza e colore, parlando italiano, sardo, francese, inglese e tedesco ed alcune di queste lingue sono oggi meglio coltivate perchè più grandi e più interessati a parlarle, salvo il sardo che rimane la mia lingua madre che però parlo con loro solo nei momenti di rimprovero e, quando mi sentono parlare in sardo, ben sanno ascoltarmi.

Relativamente alla educazione parentale occorre conoscerne appieno i certi vantaggi ed i potenziali danni per i bambini, che variano in base alla struttura della singola famiglia e non possono essere uguali per tutti, per cui invito coloro interessati a riflettere molto prima di togliere i figli dalla scuola.

Tornerò sul tema della educazione parentale con un prossimo approfondito articolo.

La scelta di fermarci a Latte di Ventimiglia è nata proprio per permettere ai primi due figli di iniziare la prima classe della scuola elementare e di vivere questa esperienza “come tutti gli altri bambini”.

Una esperienza che ci consente di misurarci coi nostri pensieri di vita di comunità e con le emozioni dei figli, valutandone appieno i risultati oltre il riconoscimento delle competenze delle maestre che ben hanno saputo cogliere i vantaggi dello stile di vita dei nostri figli ed altrettanto bene i bambini stanno avvantaggiandosi delle caratteristiche personali e professionali delle loro maestre.

Non ho mai amato gli schemi educativi e le griglie di riferimento, come poco credo che il “dovere” delle regole possa regolare i bambini al rispetto dei “doveri” perchè se poi tornano a casa in una famiglia mediocre tutto si confonde ed assume lo scarso valore educativo della ipocrisia.

L’educazione (contro l’ignoranza) dipende soprattutto dalla struttura della famiglia, nella quale coltivare il seme della cultura del rispetto per se e per gli altri e la pianta della conoscenza delle cose e della gente, senza necessariamente delegare tutto questo alla scuola, che è e rimane una agenzia educativa, con la quale la famiglia dovrebbe interagire e sviluppare una continuità invece interrotta a priori dalla delega che molti genitori impongono alla scuola sollevandosi dal proprio dovere di educatori, tali perchè genitori.

Ampio sarebbe il dibattito su questo tema che in questo nostro Blog certamente affronterò per il confronto coi lettori.

Il radicamento e la continuità sono la bussola che ci consente di non perdere la rotta quando affrontiamo la scelta del fermarci e del ripartire, oltre a tutto il resto delle variabili per le quali abbiamo iniziato questo nostro lungo, lento, viaggio.

Matilde e Fabio Massimo sono bambini aperti alla tolleranza, sereni nelle relazioni e nell’interazione col mondo oltre la Famiglia, con la differenza che ancora non hanno ben capito il concetto di “cameretta” o di gelosia di un giocattolo da non prestare, diversamente dai loro esclusivi peluche che da sempre viaggiano con noi.

Sara


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