la pedagogia della tutela delle donne, il valore dei sorrisi e degli sguardi attenti…

La prima risorsa di cui dispone una donna per tutelare se stessa è l’intelligenza, la capacità di percepire le emozioni, la consapevolezza del rischio presente nelle situazioni che sceglie di affrontare, di vivere, di condividere; questo soprattutto quando allaccia una relazione con un uomo che, poi, si rivelerà come il suo persecutore

Il rischio di una aggressione estemporanea è sempre presente in ogni occasione della giornata di una donna di ogni età, dallo scippatore al maniaco, per questo imparare a difendersi ha una sua ragione sia fisicamente che psicologicamente ma difendersi da un ex marito o da un ex fidanzato\compagno incapace di tollerare la frustrazione del distacco e desideroso di una rivalsa, nel nostro paese, è quasi impossibile per l’ipocrisia degli strumenti giudiziari e di prevenzione ed anche per il forte stimolo di vendetta che spinge l’uomo oltre i limiti della legge, fino in troppi casi alla soppressione fisica della donna, alla sua uccisione.

Queste sono le ragioni per le quali prendo molto sul serio la preoccupazione di quelle donne che sembrano essere entrare nel vortice della “percezione della minaccia” che trasforma la loro vita in un incubo, costantemente condizionata dai “se” e sovente anche di fronte alle denunce ed alle richieste di aiuto la donna rimbalza sul terribile meccanismo del riduzionismo, del dubbio preventivo, talvolta anche della denigrazione.

Certo, l’isteria esiste, l’ansia anche ma esistono allo stesso modo i numerosi femminicidi che caratterizzano le statistiche “della morte a cuore armato” ovvero quella data per un presunto amore che tutto sembra giustificare, quasi fossimo ancora ai tempi del delitto d’onore ex art. 587 del codice penale poi abrogato agli inizi degli anni ottanta.

Le denunce sono raccolte spesso da operatori non formati in tal senso e trattate come ogni altro presunto fatto-reato, senza comprendere appieno che nel caso di specie l’oggetto del reato è anche il soggetto denunciante, così come è anche il testimone ed è la parte offesa e, solo questo, già richiede un approccio ben diverso dalla mera raccolta della querela di parte come se si trattasse di un “furto” di emozioni.

Rimane in me la certezza, salvo i casi patologici o di grave vulnerabilità emotiva, della capacità da parte della donna di percepire le emozioni e di raggiungere la consapevolezza dei sintomi di un disagio nella gestione del rapporto da parte del marito compagno nei casi di conflittualità della relazione e, come tale, questa percezione rappresenta una opportunità di prevenzione, da associare alla capacità di sorridere e di avere uno sguardo attento, ovvero di manifestare la felicità del rapporto.

Perchè in una relazione, se mancano i sorrisi e gli sguardi attenti alla reciprocità fra chi si ama e verso il mondo oltre quel nucleo, significa che manca il linguaggio comunicativo di base di una relazione affettiva; che rimane così invece un circuito autarchico della possessività tipico del commercio dei sentimenti.

La violenza verbale e\o fisica non è mai un evento improvviso ma dopo una attenta analisi si scopre che ha già avuto degli episodi precedenti nel periodo medio e lungo di una relazione, caratterizzata dall’ambivalenza fra la fase aggressiva e quella remissiva che sembra agire sulle ghiandole della debolezza del “perdono” che sprona sempre la futura vittima ad offrire una ulteriore opportunità al suo persecutore, già pienamente tale sin dalle iniziali manifestazione proprio di quella violenza verbale e\o fisica oggetto di volta in volta del “perdono”.

Una donna mediamente capace di porsi e porre in discussione ed emotivamente intelligente è ben conscia di chi si mette accanto.

Quali sono quindi le variabili che fanno di un percorso d’amore comune un dirottamento verso la violenza, l’infelicità, la morte, occorre chiederci da parte di noi studiosi e professionisti ed anche da parte della collettività, che assiste alla morte così data tramite i vari programmi televisivi che trattano i casi di cronaca.

Il grande errore della donna è, a mio umile avviso, rappresentato dalla commercializzazione del sentimento per compensare una lacuna emotiva radicata durante la propria evoluzione, che spinge ad amare tutto ciò che sembra amarla, rischiando così di donare valore a qualsiasi rapporto che camuffa un mero incontro che si esprime col linguaggio dell’amore, in un reale ed effettivo sentimento che si rinforza con la crescita della coppia.

Una coppia che “camuffa” la propria unione, formata dalle sole rispettive singole esigenze raramente cresce ma, molto più spesso, inizia sin dai primi giorni a scadere nel rapporto conflittuale fatto di possessività e di ricatti morali che cementano solo l’immaturità emotiva di chi forma la coppia, non il sentimento che dovrebbe unire due autonomie che non si annullano una nell’altra.

La mortificazione costante e reiterata non ha nulla a che vedere col sentimento, tanto meno la violenza fisica, perchè per quanto una donna si sforzi di analizzarle come dinamiche di una sofferenza patita e non elaborata o di una incapacità di tollerare la frustrazione da parte dell’uomo, occorre che proprio il marito, compagno, fidanzato si ponga in discussione e cresca anche nell’ascolto della moglie, compagna, fidanzata ed inizi per questo un percorso per la riduzione di quegli atteggiamenti fino alla loro totale elaborazione, maturando nel reale significato del sentimento.

Tutto il resto sono coppie in realtà formate da persone sole, incapaci di solitudine e perciò proiettate verso l’attribuzione di un valore emotivo ad ogni opportunità di fuggire dalla propria solitudine, con tutti i rischi collegati.

I sorrisi e gli sguardi attenti sono un ottimo sensore per ogni donna innamorata di se stessa e della vita, emozioni che decide di condividere con un marito, un compagno o fidanzato che sia.

Perchè quando quei sorrisi si spengono e gli sguardi si fanno distratti, è il momento di porre in discussione la qualità della relazione e lo spessore dell’amore per se stesse…

Sara Moi Piselli, pedagogista


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