l’impatto della cronaca nella vita dei bambini…

E’ oggi molto più facile per dei bambini ancora piccoli riuscire a captare le notizie di quegli eventi di cronaca, anche gravi, riportati dai vari TG televisivi o commentanti in famiglia a voce alta pensando che per il solo fatto che “non sono cose da bimbi” i bambini non ne percepiscono la drammaticità.

Accade quindi che proprio i bambini siano i primi a chiedersi fra loro ed a chiedere agli adulti il significato delle varie parole sommariamente sentite, come morte, uccisa, madre strangolata, bambina violentata etc. etc.

Non è, invece, facile fornire una risposta che non sia troppo mendace ed allo stesso tempo nemmeno drammaticamente realistica del valore dell’evento, inoltre forte è il condizionamento della cultura sociale e del territorio della famiglia oltre naturalmente al tipo di linguaggio comunicativo usato abitualmente in casa, per cui non esiste un metodo adottabile ad ogni latitudine se non quello del buon senso genitoriale.

Qualche giorno fa mia Figlia Matilde mi ha chiesto i motivi per cui “mamma Antonietta” non avrebbe più trovato i figli una volta tornata a casa dall’ospedale, evidentemente riferendosi ai recenti tragici eventi di Latina ove un carabiniere ha ucciso le figlie per poi suicidarsi, fatto che Matilde ha captato in qualche modo, perchè nella attuale casa non abbiamo il televisore.

E’ stato faticoso trovare il modo per spiegare ad una bambina di sette anni un simile evento e non nego che ho dovuto misurare attentamente le parole perchè la sensibilità di una bambina di quella età rappresenta una spugna a lento rilascio, ovvero non dobbiamo sentirci soddisfatti per il solo fatto che non manifesta una reazione negativa immediata, questo perchè ogni bambino ha tempi di elaborazioni diversi ma tutti non hanno mai una pronta e certa risposta a quanto appreso su temi così delicati.

Per questo motivo ho ludicamente indotto Matilde a disegnare sin dalle ore successive alla sua curiosità e, adesso dopo qualche tempo, osservo i suoi disegni in cui evidenzio un tratto di angoscia tipica del segnale che manifestano i bambini quando assumono il peso della drammaticità di un fatto ma non hanno strumenti sia per capirlo che per contenerlo; ecco l’importanza di un indirizzo di “sfogo” dell’angoscia che inevitabilmente prenderà forma nel minore nei vari indici di attenzione.

Negare un fatto dicendo che non sono cose per bimbi, potrebbe sembrare la soluzione più facile da attuare, col rischio però che la curiosità non si acquieti e che possa essere soddisfatta da gente meno sensibile.

Mediare quel fatto a misura di bambino, compatibile con l’età cronologica e con gli strumenti del minore, è un lavoro tecnico che non tutti i genitori sanno fare.

Rimane quindi il buon senso e la capacità da parte di un genitore di ascoltare i figli e di parlare con loro veicolando appunto quel buon senso utile a soddisfarne le esigenze senza troppi particolari e senza bugie compensativi di verità dolorose.

Nel mio caso ho raccontato a mia figlia, utilizzando lo stesso tono dei racconti del pre-sonno, che il padre ha fatto male alle sue bambine e che la moglie non lo sapeva ancora, una volta giunta a casa lo avrebbe scoperto addolorandosi del fatto che le figlie avevano sofferto e…..a quel punto (come sperato) scatta la ricostruzione immaginativa del bambino, esattamente come accade di fronte alla favola serale ed è così scattata anche quella di Matilde nel mio caso, che proprio in base alla sua sensibilità ha proseguito il racconto dell’evento con la misura della fantasia e della immaginazione, terminandolo con un “tutto bene”.

Queste dinamiche sono importanti per comprendere anche ogni altra forma di angoscia che possa condizionare la serenità dei figli, anche con indici elevati, che emergono soprattutto nel modo in cui il proseguimento della ricostruzione immaginativa di un evento rappresenterà la proiezione dei bambini, che si identificano in terza persona con il personaggio protagonista del racconto stesso, le cui avventure potranno essere simili agli stessi disagi invece realmente percepiti dai bambini che, così ce li raccontano.

Rimane il consiglio della pedagogista di non imporre ai figli l’ascolto di quel bombardamento di notizie tragiche che fra TG, programmi pomeridiani, approfondimenti e gossip giudiziario vario rappresentano ormai i maggiori contenitori televisivi quotidiani.

I pedagogisti hanno inventato i giocattoli per questo, per far divertire i bambini con degli strumenti divertenti, anche quando si parla di “mostri”, che tali sono nell’aspetto ludico e non mostri perchè hanno appena ammazzato la moglie…

Sara Moi Piselli, pedagogista


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