pedagogia della famiglia, il sorriso dei figli nelle preoccupazioni dei genitori…

I bambini, tutti, ci guardano e ci ascoltano anche quando crediamo che questo non possa avvenire in quel momento ma, i figli, sono capaci di osservare le nostre espressioni e di ascoltare le nostre emozioni, sempre.

Noi, genitori mediamente competenti in un ruolo così importante, abbiamo il dovere di scegliere se educare i figli anche al nostro malessere oppure se “addestrarli” a fuggirne le espressioni.

Possiamo perciò comprendere che i bambini vivono il momento del nostro malessere senza la capacità di costruire il quadro di insieme della situazione più ampia, per cui è importante da parte nostra saper filtrare le emozioni, le parole e gli atteggiamenti che adottiamo quando viviamo una preoccupazione o un periodo di malessere, soprattutto quando crediamo che la percezione dei figli sia minore solo perchè loro sono dei minori.

I bambini percepiscono il momento, il “qui e adesso”, delle nostre emozioni riuscendo pian piano con la crescita a farne una sorta di quadro più ampio nel quale riconoscersi, donandosi così una posizione e, se non ben assistiti, rischiano di darsi un ruolo di colpa oppure di assorbire il peso del nostro malessere anche quando noi genitori siamo convinti di non averne trasferito le emozioni perchè “non visti” o “non sentiti” nei nostri pianti o nelle preoccupazioni.

Il sorriso dei figli non è solo una manifestazione della loro gioia o una bandiera della nostra felicità, è un vero e proprio strumento educativo idoneo per saperli accompagnare al confronto con le nostre preoccupazioni e col nostro eventuale malessere temporaneo o, in alcuni casi, purtroppo anche cronico col rischio di una sorta di complicanza secondaria in danno dei bambini.

Osservo nel mio lavoro di pedagogista e nella quotidiana vita di madre di tre figli, molti bambini dal sorriso spento, dagli occhi vuoti, dalle espressioni blindate come segnale di una imposta “depressione” da parte dei genitori in crisi o di fronte a dei problemi seri o solo da loro ritenuti gravi per i quali l’indice di preoccupazione è elevato.

Questi bambini non hanno il dovere di essere tristi per il solo fatto che qualcosa rabbuia i genitori, non hanno l’obbligo di assumere l’atteggiamento del malessere della famiglia, non sono e non debbono essere un quadro espressivo della tristezza momentanea o cronica dei genitori o di uno di essi, perchè questi vivono una preoccupazione o un malessere emotivo o relazionale per esempio.

I figli hanno diritto al sorriso, sempre, hanno diritto al gioco anche quando il clima in famiglia non è ottimale.

Educare e formare un genitore “triste” a questo concetto non è affatto facile, perchè l’autoreferenzialità è costante tramite quell’ “io” ripetuto ad ogni frase che impedisce di superare i confini dell’egoismo, di quell’egoismo emotivo che concentra tutto su di sé e che impedisce di accorgersi della posizione che stanno dandosi i figli in quel quadro dal quale crediamo che siano lontani, ma non è affatto così.

Quel quadro si chiama famiglia, la cui cornice non è mobile ma ben fissa e si allarga con l’evoluzione dei figli, non si può in alcun modo ridurre o contenere, nemmeno quando crediamo che basta impartire ai figli quegli ordini tipici del “genitore triste” per tenerli lontano, fuori cornice, dicendo per esempio:…”non è il momento”.

No, è sempre il momento, perchè quel “qui e adesso” rappresenta i tanti momenti che costruiscono la giornata del figli e la qualità del rapporto genitori-figli e, soprattutto, figli-genitori.

Essere genitori significa sostanzialmente questo, usare il sorriso ed il gioco come strumento di tutela in favore dei figli anche contro il nostro malessere o le nostre preoccupazioni e non come un “atto dovuto” da affrontare controvoglia, tipico della madre o del padre che accompagna i figli al parco e li fa giocare come cani al giardino restandosene in disparte nelle sue preoccupazioni, lontano dalle esigenze dei figli.

Un genitore colmo di pensieri ha il dovere di capire che quello è invece il momento dei figli, è il qui e adesso da arricchire con tutte le azioni che debbono avere la misura dei bambini, ovvero col gioco e coi sorrisi, ai quali partecipare perchè sono una meravigliosa fonte di energia e di riconoscimento anche delle capacità genitoriali che rinforzano e che donano la giusta risorsa per affrontare il problema che ci affligge.

Osservare dei bambini che ridono e che sventolano la bandiera della loro felicità non significa che in famiglia vada tutto bene, che i genitori siano belli sani ricchi e felici, bensì rappresenta quella “autorità emotiva” che guida e coordina il ruolo del genitore cosciente di esserlo anche quando le cose vanno male.

Autorità emotiva che permette ai figli di riconoscere la loro posizione in quel quadro chiamato famiglia, senza ruoli imposti o emozioni assorbite che non gli appartengono.

Noi, genitori, non possiamo spegnere il sorriso di un bambino come una forma di linguaggio comunicativo sociale per veicolare il nostro malessere, non possiamo allo stesso modo comprare il sorriso dei figli col gioco, il regalo, il premio momentaneo al quale però non partecipiamo emotivamente.

Dobbiamo partecipare, sempre, al gioco dei bambini, esserne coinvolti, non siamo dei conduttori di cani ma gli educatori dei nostri figli che, in realtà, ci stanno educando proprio col loro desiderio di gioco, di sorriso….

Sara Moi Piselli, pedagogista


e.mail: sara.piselli@lafamigliapiselli.com

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