come educare i figli ad affrontare una situazione di emergenza…

i_fratelli_Piselli

Matilde e Fabio Massimo Piselli, ottobre 2016

In questo articolo approccio un tema sovente schivato dai genitori, quasi come una forma di esorcizzazione di quegli eventi di pericolo e di emergenza che il destino pone di fronte al cammino di ognuno di noi nel corso della vita.

Molte volte nei confronti avuti con mio marito Fabio ci siamo chiesti se siamo consapevoli del confine fra “educare” i bambini o “addestrare” i nostri figli alle emergenze, trovando una risposta in quella mediazione dettata dall’equilibrio fra il rispetto delle autonomie evolutive dei figli e la necessità di indirizzarli alla acquisizione di alcune precise competenze prassiche, naturalmente trasformando tutto in un gioco utile ad imparare divertendosi, per poi progressivamente arricchirle con la capacità emotiva ed intellettiva di comprendere un evento e sapervi reagire.

Sostanzialmente abbiamo concretizzato una serie di metodi idonei per ridurre soprattutto i rischi di quei pericoli secondari che si sviluppano da una emergenza primaria, per esempio il distacco e la perdita dei figli in mezzo ad una folla presa dal panico, oppure cosa fare nel caso i genitori non siano in quel momento coscienti e proprio i bambini debbono saper informare un centralino di emergenza in merito alla situazione e sulla loro localizzazione per coordinare i soccorsi.

Debbo premettere che in assenza di una serena relazione coi figli, di una serena relazione fra i genitori, di una serena struttura caratteriale e di quel minimo di intelligenza emotiva, tutto questo rimane pura teoria di fronte a dei genitori ansiosi ed ansiogeni o incapaci di farsi ascoltare dai figli se non col dito puntato o la voce grossa.

Purtroppo ci sono degli eventi nei quali proprio la competenza genitoriale richiede dei requisiti specifici della scelta di avere dei figli, un imminente pericolo ed una situazione di emergenza sono fra questi e sono inoltre i motivi per cui ho sempre insistito verso i genitori nell’invito ad apprendere le tecniche di primo soccorso infantile, ad investire due lire nell’acquisizione di quelle conoscenze idonee per gestire una emergenza rispetto che il nuovo telefonino o il taglio dei capelli dei figli alla moda del calciatore amato.

Ho la fortuna di avere un marito con una lunga esperienza in tal senso, non tanto per essere stato un militare di carriera ed un paracadutista, quanto per aver militato per molti anni nel volontariato sociale a bordo delle ambulanze ed è riuscito così a complementare le esperienze tipicamente militari delle situazioni ad elevato rischio con le competenze in materia di primo soccorso ma soprattutto è stato un educatore di bambini, anche di quelli abilmente diversi che tutti i giorni manifestavano delle esigenze speciali proprio per il tipo di patologia patita.

Fabio in tutti questi anni mi ha consentito di pormi psicologicamente a confronto con la mia paura, a misurarla ed a riconoscermi una donna presumibilmente coraggiosa ma certamente vulnerabile alle dinamiche del panico, imparando però a gestirne i confini per non perdere quella lucidità invece indispensabile nelle situazioni di emergenza.

Ho potuto così arricchire la mia formazione tecnica di pedagogista con un “addestramento” emotivo e psicologico per affrontare degli eventi straordinari nel corso di una vita urbanizzata e socialmente condivisa.

Fra noi, adulti, è stato relativamente facile mentre coi figli abbiamo dovuto e dobbiamo costantemente rimodulare tutta la nostra “presunzione di sapere” ed imparare a coinvolgere dei bambini piccoli in qualcosa di grande, senza imporgli il peso emotivo e la drammatizzazione di simili eventi.

Il gioco, talvolta il paradosso, sono gli strumenti alla base di ogni “lezione” che richiede l’attenzione dei figli verso un tema poco infantile, una volta trovato questo linguaggio comunicativo occorre veicolarne i contenuti fatti di posizioni, di sguardi, di segnali verbali e fisici, di frasi e di movimenti che seguono un loro percorso che i bambini debbono saper ripetere proprio durante una emergenza ed in base al tipo di emergenza che si trovano ad affrontare.

La differenza fra dei genitori “educatori” e dei genitori “addestratori” si evidenzia in queste dinamiche, ove il gioco è un metodo divertente per imparare cose serie e l’esercizio ripetuto tutti i giorni rappresenta quell’addestramento prassico indispensabile per “automatizzare” le reazioni istintive ad una percezione di pericolo.

Occorre quindi iniziare ad ipotizzare quali sono gli scenari più comuni dell’ampio spettro delle emergenze che quotidianamente accadono sia all’interno delle mura domestiche che in una società organizzata in un contesto urbano, senza disegnare degli scenari catastrofici ma tenendo presente anche quegli eventi oggi sempre più insorgenti come gli attentati e, l’esperienza di Nizza, ce lo ha purtroppo insegnato.

E’ importante classificare una emergenza fra i bambini vittime del pericolo o attori della risposta alla emergenza stessa, oppure partecipanti alle azioni dei genitori contro un evento al quale rispondere con la piena e cosciente consapevolezza di quel che accadrà nei prossimi tre minuti e non solo dell’attualità del pericolo immediatamente affrontato.

La prima fra tutte le emergenze è il soffocamento di un bambino, sia per delle latenti patologie che per il classico boccone di pane e, per questo, oltre ad acquisire le tecniche di disostruzione e di ventilazione è importante sapersi muovere “con la mente e con il cuore” proprio per permettere al bambino di collaborare alla sua stessa emergenza.

Gli altri tipici scenari nel panorama delle emergenze urbane sono gli incidenti stradali, gli incendi, un malore improvviso e gli ambienti iper-affollati come un centro commerciale per esempio, dal quale saper uscire senza farsi travolgere dalla folla presa dal panico.

Indipendentemente dallo scenario, alla base di ogni pronta risposta deve esserci una rodata prassi ed un immediato metodo di comunicazione verbale e non verbale fra i genitori ed i figli, proprio per comprendere immediatamente “la situazione” e sapervi reagire, oltre ad organizzare il “cosa e come fare” nei successivi tre minuti.

Parlo di tre minuti perchè questo è il tempo che intercorre fra il prendere coscienza di un evento e perdere i figli nella folla, tre minuti nei quali un soffocamento di un bambino diventa potenzialmente letale, in cui un malore che ha colpito un genitore deve essere già comunicato dai figli al centralino di emergenza ma soprattutto  il tempo che richiede il saper elaborare l’immediato successivo scenario alla emergenza principale, ovvero nel caso di un incendio prima di gettarsi dalla finestra è sempre meglio controllare se le scale sono ancora agibili per una fuga meno traumatica.

La vita richiede la capacità di sopravvivere e non solo nei teatri bellici o nella savana, anche se non siamo dei leoni e delle gazzelle con l’obbligo di correre veloci, restiamo degli “animali” esposti ai tanti rischi di una giungla civilizzata o presunta tale.

E’ importante quindi per i genitori organizzare il gioco dell’emergenze, studiare un linguaggio unico e non confondibile con altri scenari ordinari, fatto di parole anche apparentemente senza senso ma con un valore comunicativo decisivo nelle situazioni di emergenza ed è soprattutto necessario educare i figli all’addestramento alle situazioni di pericolo.

Un bambino percepisce il pericolo in modo diverso, naturalmente in base all’età cronologica ed allo sviluppo intellettivo, per il quale la Mamma ed il Babbo sono il primo riferimento emotivo della sua risposta istintiva alla situazione di emergenza che si trova a vivere.

Da questo momento in poi tutto dipende da quanto i genitori sono bravi ad educare i figli a gestire gli eventi insieme a loro, compatti ed uniti e non solo abbracciati e protettivi.

Non esistono dei metodi uniformati, salvo le più comuni manovre di pronto soccorso, per questo motivo tendo sempre a suggerire ai genitori di personalizzare il loro metodo in base al linguaggio della famiglia, alle caratteristiche dei figli, al miglior modo per attirarne l’attenzione e tanto altro ancora.

Certamente occorre da parte dei genitori imparare a conoscere le emergenze e se stessi di fronte alla percezione del pericolo, perchè il rischio più grande per i figli è rappresentato proprio dalla presunzione di quei genitori che pensano che a loro non capiterà mai…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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  1. […] Siamo una Famiglia nello zaino che viaggia da circa otto anni, abbiamo quindi voluto e dovuto strutturare una serie di comportamenti in caso di emergenza, di fronte a tutti i diversi scenari che possono presentarsi. come ho già descritto in questo articolo (leggi). […]

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