come tutelare i figli dalla depressione in famiglia…

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Matilde e Fabio Massimo Piselli, estate 2015

In ogni famiglia vi sono motivi di malessere ed oggi la depressione, vera o adattata, sembra rappresentare un ottimo rifugio per molte persone che fra un lamentio rituale ed una seria forma depressiva rischiano di coinvolgere i figli ed i nipoti nel proprio circuito di pensieri catastrofici e di emozioni negative.

Il depresso può essere silente e remissivo come costantemente provocatorio, perennemente ansiogeno e con un linguaggio caratterizzato dalle parolacce o dal rancore verso la vita stessa, per cui è difficile fornire dei consigli a chi, a vario titolo, convive o interagisce con un parente cosiddetto depresso.

La depressione secondaria nei bambini è più frequente di quanto possiamo immaginare, si esprime con forme diverse da quelle degli adulti ma il rischio di condizionarne l’evoluzione è reale ed anche difficile da affrontare con i normali strumenti educativi della scuola e delle reti sociali oltre la famiglia; questi bambini hanno infatti un indice di angoscia elevato, manifestano una catalizzazione delle ansie degli adulti in modo criptico e sovente tendono a dissimulare la propria condizione coi normali eventi dell’infanzia, giustificando un pianto o un momento di tristezza con mille diverse ragioni tipiche del gioco dei bambini.

Serve una capacità di ascolto nei loro confronti e dei loro silenzi che la nostra adulto-centrica società non è ancora in grado di esprimere appieno e per questo l’atteggiamento tipico è la trascuratezza dei segnali di depressione secondaria dei bambini, credendo di compensarla con qualche gioco premiante o con quei sempre meno “no” che fanno ancora più danno.

Molti tendono a fuggire dalla depressione altrui oppure a subire quel senso di impotenza nel patirne le tipiche dinamiche relazionali, talvolta talmente frustranti che la capacità di tolleranza diminuisce a tal punto da entrare in conflitto col depresso che, così, avrà una nuova ragione per rinforzare la sua condizione, non necessariamente patologica.

Infatti, la depressione, è oggi un termine abusato anche da coloro che definisco essere i “pigri emotivi” ovvero chi non agisce una reazione e preferisce faticare due volte di più a star male, per non ottenere altro che le ragioni del malessere.

“Son depresso” dirà il padre che ha perso il coraggio delle emozioni o la madre che non accetta l’aumentar dei fianchi e il diminuire le voglie del marito, allo stesso modo dirà la nonna che fra un acciacco è l’altro potrà così lamentarsi di tutti i rancori che non ha saputo elaborare nella sua vita proiettandoli nel malcapitato di turno, quasi sempre il figlio “difficile” o la povera moglie o il marito di quest’ultimo.

Meccanismi del tutto comuni in molte famiglie ai quali la risposta è data dalla malcelata sopportazione o dall’evitamento ove non la fuga, mentre il depresso accetterà di buon grado la chimica degli psicofarmaci oppure la quiete del vino ove purtroppo anche un comportamento autolesionistico grave.

La depressione è un contenitore di serie sindromi ma anche di ridicole lamentele, di un atteggiamento mentale e di una viltà emotiva, occorre perciò la pazienza di capire che di fronte ad una situazione del genere l’unica soluzione è il male minore associata ad una costante attenzione, un monitoraggio importante che possa prevenire i peggiori esiti della depressione che sfociano nel suicidio e talvolta nel suicidio-omicidio in danno anche dei figli, perchè il depresso li uccide credendo di difenderli dai mali della vita, una paradossale eterna protezione che lascia increduli i sopravvissuti.

I figli piccoli ed i nipoti del soggetto depresso non hanno degli strumenti interni tali da difenderli da una simile imposizione di emozioni negative e di pensieri ansiogeni, sono infatti vulnerabili e debbono essere tutelati seriamente proprio per prevenire una depressione secondaria in tal senso. Patiscono non solo una limitazione della libertà di movimento o di frequentazione ma soprattutto la libertà di espressione delle proprie emozioni, non più basate sul “sono felice, sono triste” ma sul riferimento costante al soggetto depresso ovvero “quel che faccio rende triste o felice la mamma, il babbo, la nonna”.

Che fare, quindi, quando una madre o un padre entrano nel circuito della depressione, oppure quando un parente prossimo, nonni e zii, che hanno una frequentazione assidua coi figli non si rendono conto di invaderli con le loro ansie?

Difficile offrire una risposta soddisfacente per tutti, inutile anche proporre un confronto intelligente al depresso stesso che ne userà i contenuti per auto-provocarsi al fine di provocare, col rischio che finisca in una rissa verbale se non peggio.

Tanti sono i diversi scenari della depressione in famiglia, dal ricatto morale alla provocazione, dal costante clima di rancore alla distruzione di ogni potenziale momento di gioia.

Pensare di usare la purezza dei bambini come strumento di felicità è irrazionale, non funziona col depresso, al contrario proprio i bambini rischieranno di assistere all’inquinamento di quella loro naturale purezza emotiva.

In molti casi funziona, purtroppo, il falso bersaglio o quello che più comunemente è descritta come “una presa per il sedere bonaria” ovvero acconsentire alle ansie del depresso, tollerarne le provocazioni e le lamentele, rispondere positivamente al ricatto morale per poi educare i figli alla gestione di queste dinamiche.

Altrimenti non rimane che fargli trascorrere il minimo tempo necessario oppure, nel caso che i depressi siano proprio i genitori, una forte rete extra-familiare fatta di sport, di giochi e di una sana socializzazione oltre i fregi di comunità.

Il fattore agonista necessita sempre di un fattore antagonista, per cui se dei bambini tornano a casa dopo essere stati dai nonni o dagli zii carichi di ansie o di quella tipica ritualità dello stress indotto, occorre immediatamente fare un gioco o un qualche cosa di antagonista, al fine di permettergli di scaricare e di elaborare l’esperienza di depressione patita.

Se, invece, la depressione vive con loro ben maggiore deve essere il monitoraggio di chi ne evidenzia i segnali, dalla scuola alla parrocchia, ricordando sempre che non basta una preghiera per risolvere il problema…

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dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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