pedagogia della famiglia, quando una madre non elabora suo padre…

Dottssa_Sara_Moi_Piselli
Sara Moi Piselli, primavera 2010

Osservare un bambino trascurato nelle sue esigenze relazionali e mortificato dai bisogni della madre rappresenta quel senso di impotenza che come pedagogista riesco a tollerare, meno come donna e come madre io stessa ma debbo contenere lo stimolo di ingerire nel loro rapporto se non con gli strumenti del mio lavoro.

La pedagogista non esprime infatti una valutazione giudicante i propri assistiti e, per questo, insisto nel fornire quel confronto utile ad estrarre le risorse più idonee per consentire a quella madre di elaborare un suo vissuto emotivamente traumatico in tutela della serena evoluzione del figlio.

Nel caso di specie ho avuto di fronte una donna adulta che persiste nel convivere con la presenza psichica del padre mortificante, latitante, traditore a tal punto da averle impedito di  radicare la sua fiducia negli altri da se, restando di fatto una eterna immatura in cerca di conferme.

Una donna che nel corso della sua infanzia e adolescenza è stata testimone di una relazione genitoriale caratterizzata dai continui tradimenti del padre, abbandoni, ritorni e successivi tradimenti, nuovi abbandoni ed infine una fuga con una ragazza che al tempo era più o meno sua coetanea.

Padre che ha impedito alla figlia di coltivare una fiducia in se stessa, vivendo costantemente il terribile sentimento di “non meritata” che le ha sostanzialmente impedito di crescere emotivamente nelle (sue) relazioni sentimentali.

Ricerca di conferme che non potrà mai trovare e, per questo, niente e nessuno potrà mai superare il valore di “strumento” relazionale, ivi compreso il figlio ancora troppo piccolo per contenere la sua angoscia mentre l’altra figlia molto più grande è ormai blindata nei meccanismi difensivi che ha attivato da tempo, finendo con “adottare” la madre.

Osservare un bambino che ha difficoltà nel restare concentrato su qualcuno o qualcosa, teso, duro, piantato a terra, facilmente irascibile, talvolta incapace di dosare la violenza che manifesta di fronte ad ogni intolleranza, è una tortura perchè basta poi trattarlo a misura di bambino per ottenere tutta la sua capacità di attenzione, di concentrazione e quei sorrisi tipici di chi ha un immenso desiderio di esserlo, bambino.

Proprio la facilità del cambio di comportamento del bambino stesso mi ha spinto ad invitare la madre ad affrontare quel suo processo emotivo presente ma che ha origine nel suo passato e, soprattutto, il meccanismo di proiezione dell’ansia e del sostanziale disadattamento che ha ora invaso il figlio minore.

Non sono una psicologa e perciò l’approccio pedagogico a questo tipo di rapporto inverso non può trovare che il confronto e l’ascolto da parte mia ma non dei sistemi terapeutici di sorta.

La madre vive il vuoto dei suoi bisogni disattesi che la spingono ad una costante richiesta di appagamento, invece sempre delusa, fino a cercare paradossalmente nel figlio la soddisfazione di un “attaccamento” paterno mai consolidato.

Si impone quindi al figlio di fornire tutte le certezze emotive e relazionali ad una madre che, non riconoscendole, reagisce a sua volta con un distacco emotivo-relazionale caratterizzato anche dalla mortificazione laddove il bambino possa far emergere qualche sua lacuna o marachella, col paradosso che di fronte a queste la madre lo difende sempre anche contro l’evidenza, non per tutela del figlio ma per dissimulare la sua sofferenza, dicendosi o meglio “raccontadosi” che tutto va bene e niente è a posto, come direbbe un mio amico ex legionario e clochard a Roma (Antonio) che non era un pedagogista ma un fine trentino intenditore di anime.

Sono realtà comuni nella vita di molte donne ed anche degli uomini, in quest’ultimi proprio il mancato attaccamento materno crea ulteriori disagi evolutivi sui quali magari tornerò con un futuro articolo.

Fornire il mio aiuto professionale a questa donna richiede molta cautela, perchè non è capace non solo di accettarlo ma anche di riconoscerlo, occorre quindi un ascolto pedagogico del suo disagio tramite una deriva triangolata della sua realtà, ovvero passando dal presunto, suo dire, “cattivo rapporto” del marito con loro figlio, escludendone qualunque sua personale responsabilità che, invece, essa nella sua silente coscienza ben riconosce ma non sa affrontare.

Marito, quindi padre del bambino, che a sua volta ha dovuto compensare i danni di un suocero mai conosciuto, ma sempre in casa, finendo col convivere con questa moglie che tale non è più se non nelle mere convenzioni sociali.

Estrarre delle risorse da una personalità simile è molto difficile se voglio restare nei confini della mia professione, per questo ho potuto solo invitarla a contattare una cara amica psichiatra al fine di elaborare con gli strumenti più idonei questo suo disagio, prima che si trasformi in qualcosa di più serio in danno del bambino.

Ho preferito quindi dedicarmi al sostegno del figlio, cercando di “tutelarlo” da un ruolo imposto per il quale non ha risorse di alcun tipo per sostenerne il peso e, purtroppo, tutto questo lo manifesta con i segnali che quotidianamente invia tramite la sua “durezza” e le sue manifestazioni di violenza.

Segnali non sempre raccolti e troppo spesso giudicati da chi non comprende che mortificare una cattiva azione di un bambino sofferente equivale a contribuire alla sua sofferenza e, spesso, ad un suo progressivo allontanamento dalla realtà, col rischio che possa raggiungere degli spettri ben più gravi di una madre che non riesce ad elaborare suo padre…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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