pedagogia della sessualità e degli indirizzi di genere. Quando un minorenne decide di cambiare sesso…

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pedagogia della sessualità e degli indirizzi di genere LGBT

Il nostro paese ha visto due o tre sentenze di un Tribunale dei Minori favorevoli alla istanza di un minorenne (e della sua famiglia) per “transitare” nel nuovo sesso, tramite un processo di cure ormonali propedeutiche per una eventuale successiva operazione, per cambiare anche fisicamente verso il suo nuovo indirizzo di genere.

Minore sedicenne o diciassettenne, capace in punta di diritto di autodeterminare la propria scelta, quindi nella piena consapevolezza del suo significato interno ed esterno.

Minore il quale è giunto avanti il Tribunale dopo il dovuto periodo di monitoraggio e di valutazione psicologica nei suoi confronti e, presumibilmente, esteso alla sua famiglia.

L’omosessualità non basta, ci si potrebbe chiedere, di fronte alla presa di coscienza di un giovane adolescente della sua “situazione” come ancora è definita quella sorta di “entità” che la nostra società non riesce bene ad assimilare come un evento assai comune, quello del “genere” che non è più solo nato maschio o nato femmina ma anche evoluto come “altro” da autodeterminare agli effetti di legge.

Affrontare una operazione del genere scegliendo di farlo da minorenne ci pone numerosi quesiti, fra i tanti “se” ed i molti “ma”.

“Se” ci ripensa, come se fosse un concorso, dal quale poi eventualmente prosciogliersi se non felice della scelta compiuta.

“Ma”, siamo sicuri, che un giovane adolescente sappia realmente quello che si accinge a compiere.

I quesiti potrebbero essere infiniti su questo tema, anche in merito alla famiglia di un minorenne che evidentemente ha reso edotti i genitori del suo indirizzo sessuale ben presto, per aver avuto il tempo di elaborare favorevolmente l’accompagnamento del figlio verso il cambiamento di sesso.

Oppure sono una famiglia di depravati, potrebbe pensare il ben-pensante.

Di certo, tutti noi, dovremmo concentrarci sulla condizione di un giovane adolescente che vive nel corpo sbagliato con un forma mentis opposta, come molti “giustificano” il desiderio di cambiare sesso o di travestirsi per somigliare il più possibile all’indirizzo di genere nel quale vi è una completa identificazione emotiva, relazionale e fisica.

Per la mia esperienza professionale ho avuto poche occasioni di interfacciarmi con dei minorenni ed in ogni caso si trattava di omosessualità conflittuale, sia perché non accettata dalla famiglia di origine, sia per il fatto che vi era il secondario problema della prostituzione che rappresentava un conflitto forte nel ragazzo, evento purtroppo non raro laddove un minore è stato cacciato di casa e deve mantenersi da solo.

Non ho mai avuto nessun incarico nei confronti di un minorenne deciso non solo nel suo indirizzo di genere ma anche a cambiare radicalmente sesso e stato civile.

Sotto il profilo umano sono favorevole ad ogni forma di autodeterminazione, se tale soddisfa tutti i requisiti di una libera, certa, non indotta, non patologica scelta di una persona e, un sedicenne ed un diciassettenne, per quanto ancora minore ha comunque i requisiti per confrontarsi con una realtà del genere, certamente sottoposto ad un vaglio psicologico della personalità e della capacità di autodeterminarsi.

Sotto il profilo professionale, da esperta nella pedagogia della sessualità e degli indirizzi di genere, comprendo il trauma di chi si sente prigioniero nel suo stesso corpo, ove una potenziale operazione consente anche di elaborarlo e di “liberare” le emozioni di un giovane che finalmente potrà vivere appieno la sua identità sessuale esterna col suo mondo interno, trovando il giusto equilibrio che gli consente di evolversi serenamente come donna e non più come omosessuale, o travestito o “trans” come impropriamente sono definiti coloro che si vestono da donna ma hanno l’organo sessuale maschile.

Debbo anche considerare la forza della famiglia di origine di un adolescente che si rivolge al Tribunale per cambiare identità sessuale e genere, autodeterminando il proprio indirizzo.

Famiglia evidentemente ben consapevole dei rischi di un rifiuto, come spesso accade, che precede la porta sbattuta ed il distacco traumatico di un giovane che poi nella maggior parte dei casi come ho detto finisce nel sottobosco della prostituzione, perché le cure ormonali e la successiva operazione costano molto, oltre al doversi mantenere una volta fuori dalla rete parentale.

Bene hanno fatto i genitori a non abbandonare il figlio, pur nella sofferenza di accettare un evento che forse non comprendono ma certamente saranno supportati in tal senso da parte di un presidio psicologico, di questo sono sicura.

Bene hanno fatto, perché in questo modo rimane intatto il legame, la reciprocità delle emozioni, il sostegno che un giovane necessita per affrontare non solo quel percorso ma tutti i pregiudizi sociali, forse gli stessi che ha già patito e che lo hanno rinforzato in questa scelta…

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Sara Moi Piselli, pedagogista

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