Dottoressa, può una madre odiare un figlio?…

Blog_Famiglia_Piselli_calagonone

la Pisellanza in viaggio, primavera 2017

L’ascolto pedagogico del disagio degli adulti mi ha portato in un caso a dover affrontare un tema difficile, quello di un uomo ormai adulto che ha vissuto una evoluzione caratterizzata dalla percezione dell’essere il figlio problematico, quello che rispetto alla sorella ed ai due fratelli più grandi ha sempre rappresentato il soggetto giustificativo di ogni infelicità nella famiglia, ricevendo una costante e progressiva mortificazione in ogni aspetto della giornata.

Qualche anno fa la moglie di un amico comune mi chiamò per chiedermi di parlare del problema vissuto dal marito, che sembrava affliggerlo a tal punto da non riuscire a trovare un equilibrio nel rapporto sia con la moglie che con la figlia ormai maggiorenne, tanto che era entrato in circuito di auto-mortificazione preoccupante.

Mi raccontò a grandi linee la storia del marito, nato nella metà degli anni cinquanta dalla classica famiglia operaia del sud Italia, genitori cresciuti sotto il fascismo che dopo la guerra hanno saputo uscire dalla miseria per trovare una opportunità di lavoro e di futuro emigrando al nord con la tipica valigia di cartone.

Il padre del marito era un uomo dei suoi tempi, un gran lavoratore, autoritario e schivo al confronto, incapace di porsi in discussione e dedito ai piaceri della carne che non disdegnava nonostante avesse contratto matrimonio con una conterranea che alla fine del conflitto lo aveva sposato per seguirlo verso un futuro migliore.

Famiglia tipica di quel periodo, rigida nelle emozioni e ferma negli obiettivi, in cui il sentimento non era alla base del rapporto, fatto di gerarchia e di doveri, di ricatti morali e mortificazioni, di violenza e di tanti “punto e basta”.

La donna mi raccontò che il marito alla nascita aveva avuto dei problemi al cuore che per i primi cinque anni della sua vita lo hanno posto a rischio vita, scompigliando l’organizzazione della giornata di tutta la sua famiglia fino a rappresentare l’elemento di rottura del presunto amore fra i genitori, i quali pur restando uniti per doveri di legge, in realtà litigavano spesso con momenti anche di feroce violenza.

Cresciuto in questo clima ha sempre cercato un collegamento emotivo con quei genitori sostanzialmente anaffettivi nei suoi confronti.

I fratelli erano i tipici bambini regolari che offrivano la soddisfazione sociale ai genitori e non manifestavano mai quelle problematiche invece attribuite a quest’ultimo figlio in ogni sua azione, anche laddove portasse dei bei voti da scuola o eccellesse nello sport, il bambino prima e l’adolescente poi ha sempre sofferto il mancato o ignorato riconoscimento di un suo merito contro le costanti mortificazioni patite.

Lascia ancora molto giovane la casa per un convitto professionale alberghiero dove dopo il diploma inizia a girare più località anche all’estero, riesce così a trovare un equilibrio ma non quella felicità della quale aveva sempre sentito parlare ma che non riusciva a riconoscere nella sua vita.

La donna lo ha incontrato dopo uno dei suoi vari fallimenti professionali, sembrava infatti incapace di chiudere il cerchio, di concretizzare un obiettivo nonostante avesse tutti i requisiti per farlo, quasi sentisse il bisogno di riconoscersi nella mortificazione derivante dai suoi stessi, quasi auto-inflitti, fallimenti.

Proprio la dedizione della moglie nei suoi confronti lo aveva portato a ritrovare il desiderio di serenità, un piccolo albergo dei suoceri da gestire insieme, quindi il matrimonio e la nascita della amata figlia ora studentessa universitaria in una città non lontano da casa.

La famiglia di origine partecipava alla sua vita con distacco, quasi per dovere, il confronto coi fratelli era costante in ogni colloquio con la madre che lo incolpava anche della morte del padre.

La moglie mi ha raccontato che nelle occasioni di convivialità comune coi cognati e con la suocera ha assistito a dei momenti di denigrazione gratuita e di mortificazione tali da soprannominare il marito “cenerentolo” con il nascosto desiderio di ridurre quella enorme sofferenza che evidenziava in lui.

Dopo altri ricordi della loro relazione mi ha posto una domanda:..” Dottoressa, può una madre odiare un figlio?”.

Ha fatto immediatamente seguire a questo quesito la sua certezza che in realtà la suocera riconoscesse in questo figlio un sentimento ed anche dei valori ma non riusciva a manifestare altro che rancore, mortificazione, malessere, odio.

Rispondere ad una simile domanda richiede la consapevolezza del significato di “odio” espresso da una madre nei confronti di un figlio ed i motivi per i quali questo avviene.

Non ho mai amato le frasi come “cuore di mamma” o del tutto simili inneggianti all’amore incondizionato di una madre verso un figlio, perchè se questo forse accade in natura non necessariamente avviene fra gli umani per mille diverse variabili, sia relazionali che riferibili a degli aspetti freudiani di “miseria nevrotica” oppure ad una reazione psicogena depressiva nelle sue varie espressioni di intensità ed evoluzione verso un quadro depressivo più grave.

Una madre insoddisfatta, incapace di un equilibrio interno, costantemente vittima delle varie escursioni patologiche tipicamente somato-formi, sostanzialmente frustrata da una relazione caratterizzata dalla mortificazione coniugale e specialmente se proveniente da una evoluzione nel periodo bellico, in cui il senso della perdita e dell’abbandono era pane quotidiano rispetto invece alla scarsità del quotidiano pane alimentare, può giungere alla proiezione dei suoi bisogni positivi verso i figli, da amare perchè li soddisfano, fino anche alla proiezione di quell’ansia e della sofferenza verso un figlio che ne catalizzerà invece tutto il sentimento di odio, di rancore e di sfogo laddove questi per qualsivoglia ragione possa ricordarle o rappresentarle l’elemento giustificativo del suo malessere.

Tipico è il caso del figlio non desiderato che ha costretto alla rinuncia di tutti i sogni di una vita, oppure al figlio dello stupro o, come nel caso di specie, al figlio che ha causato la rottura di un equilibrio faticosamente costruito sulla ipocrisia dei sentimenti, portando tutti alla realtà di una famiglia anaffettiva e sostanzialmente priva di valori umani di spessore.

Soggetti considerati non cattivi ma emotivamente apatici perchè autoreferenziali ai propri bisogni interni, inconsci e spesso conflittuali con quelli consci, fino a dar vita alle nevrosi che caratterizzano molte donne di quella generazione, ove anche una scarsa scolarizzazione al contrario di una elevata ignoranza hanno aggravato il quadro di insieme di un sistema di pensiero povero, caratterizzato dal conflitto “voglio essere buona ma non riesco a non odiare”.

Dinamiche purtroppo comuni in molte famiglie con meccanismi diversi ma con esiti simili in danno di quei figli che crescono con un trauma in prestito che gli condizionerà la vita, incapaci di riconoscersi un merito e scissi fra la rincorsa verso un dover dimostrare meriti mendaci compensativi ed il recupero di se stessi dopo la caduta.

Molti uomini potranno riconoscersi in quanto sopra descritto.

Uomini che ove hanno una intelligenza ed una cultura idonea per contenere la frustrazione riescono a raggiungere la costruzione di una vita normale, ordinaria, fino a quando non giungono di fronte a quel conflitto col quale sono cresciuti, ovvero al “non lo merito” alla mortificazione dei propri risultati anche emotivi ed affettivi esattamente come è stato educato dalla madre.

Altri, meno strutturati, derivano in forme delinquenziali anche gravi, proiettando la propria sofferenza verso le donne, fino nei casi estremi ad ucciderle per uccidere la madre.

Una caratteristica del bambino “non desiderato” sono i sogni nei quali uccide la madre ed il padre col coltello del pane.

Esperienze terribili per dei bambini che non hanno gli strumenti per capire che la propria madre è una nevrotica depressa con forme somatizzate di malattie di ogni tipo che ne giustificano i costanti malumori, con un pensiero catastrofico verso ogni obiettivo per poi sentirle dire che solo grazie alla sua positività è riuscita a superare momenti brutti, invece costruiti come tali da una psiche che ha solo attivato una reazione di conservazione.

Bambini che paradossalmente ne cercheranno sempre un segnale di affetto, anche quando abbracciando la madre ne avvertiranno la durezza, perchè per queste donne è più forte il sentimento conservativo della propria sofferenza rispetto che il coraggio delle emozioni, della espressione di quell’amore verso il figlio mai coltivato…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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