l’approccio pedagogico al trauma della prostituzione, quando una donna sceglie di affittare il suo corpo ma avrebbe anche potuto scegliere di non farlo…

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Sara Moi Piselli, Roma 2009

L’ascolto pedagogico del disagio degli adulti mi ha consentito di confrontarmi con una donna che ha trascorso molti anni nella prostituzione, vivendo ora una sorta di disturbo da stress post traumatico perchè ha sempre considerato questa sua scelta essere stata una violenza sessuale volontaria e reiterata, perchè ha permesso che le fosse inflitta decine di volte al giorno per molto tempo da centinaia di uomini, sconosciuti.

Ho ascoltato a lungo, ho riflettuto sul disagio emotivo di questa donna, verso i suoi  quaranta anni, ho individuato quelle sue ferite invisibili tipiche della PTSD in tal senso, ho cercato di fornire la mia professionalità per permetterle di estrarre ed esprimere quelle risorse interne residuali, per stare meglio, per superare il disagio, per vivere un futuro sereno ma, sinceramente, non sono sicura di esserle stata effettivamente utile.

Quel che ho capito da quanto ha desiderato espormi è il profondo malessere che ha provato sin dalla prima volta che ha affittato se stessa ad un uomo, aveva meno di venti anni.

Chi crede che fare la prostituta sia una apatica ripetizione delle pratiche sessuali fino a diventare una sorta di rituale recita, priva di sensazioni e di emozioni, si sbaglia.

Napoletana piena di energia ha raggiunto Roma insieme al fidanzato che in quella città aveva trovato un lavoro come PR in discoteca, col quale aveva vissuto una esperienza sessuale diversa dopo che questi aveva coinvolto un suo amico nella loro intimità.

Mi ha raccontato che non sapeva quel che sarebbe successo, che stava facendo l’amore col suo ragazzo quando questi nel momento di massima eccitazione le ha detto che a breve sarebbe giunto un suo amico, di farsi trovare nuda, bella, eccitata, di “farlo per me” le ha ripetuto.

Poco dopo è entrato un uomo molto più adulto di loro, l’ha presa e posseduta davanti al suo ragazzo, più volte, quindi se ne è andato dopo qualche ora.

“Ho visto che ti è piaciuto” le ha detto il fidanzato con un tono fra il sorpreso ed il rimprovero, per poi prenderla di nuovo come se dovesse riconquistare il suo possesso di un corpo giovane di una ragazza sessualmente carica, piena di energia.

“l’ho fatto per te” è stata l’ultima frase che ha detto a quel ragazzo che non ha più rivisto, tornato a Napoli per dire a tutti che l’aveva lasciata perchè si era messa a fare la “zoccola”.

In effetti si era fatto pagare da quell’uomo per cedere la sua ragazza.

Niente di strano, sono forme di silenti iniziazioni assai comuni, purtroppo, ove il fidanzato con scarsi valori morali che non regge la serena sessualità della sua ragazza ne condanna il piacere e quella carica troppo potente per lui, fino ad annullarla cedendola proprio per distruggerne la purezza.

Una donna che ama ed ama essere amata spaventa gli uomini, vittime delle proprie debolezze emotive e di un pregiudizio difensivo che giustifica il loro abbandono.

Sola in quella casa che avevano affittato, dopo qualche giorno ha visto tornare quell’uomo molto più grande di lei, al quale si è ceduta di nuovo, accettandone il compenso ma senza provare lo stesso piacere della volta precedente.

Non ha più smesso, inebriata dai cospicui guadagni garantiti dal passaparola dei clienti che ne apprezzavano proprio quella energia che ha fatto di lei una “amante passionale” e non la puttana di tutti, anche se mi ha confessato di non aver più provato nessuna forma di piacere, si dava, si affittava, ci metteva tutto il necessario per far felice il cliente, quindi si lavava ed avanti il prossimo, tutti i giorni per oltre quindici anni.

Anni segnati da gravidanze interrotte e infezioni varie, oltre a qualche tentativo di rapina e di sottomissione al racket, ma, suo dire, ha saputo mantenersi autonoma e gestire la sua prostituzione personalmente, scegliendo di viverla in modo diverso dalle classiche donne da marciapiede o da chi si definiva “escort” convinta che in questo modo potesse donare una sorta di onorabilità a quel mestiere.

Non si è mai più realmente innamorata e mai più ha allacciato una relazione sentimentale stabile con un uomo, si dava in locazione e quando desiderava amare ed essere amata cambiava città per essere una ragazza che incontrava per caso un uomo che nulla sapeva del suo lavoro, le bastavano pochi giorni di un fine settimana per vivere appieno quei momenti come una grande storia di amore e di piacere puro, per poi tornare alla sua vita di sempre, vita di prostituta dal primo pomeriggio a notte inoltrata.

Mi piaceva ascoltarne l’accento napoletano che emergeva in ogni sua frase, la osservavo e ne riconoscevo la ragazzina spontanea, pura, giunonica, semplice che era, anche coraggiosa per aver sempre mostrato la sua serenità nel vivere quella forte carica sin dalla sua prima adolescenza, in un quartiere popolare nel quale si cresce in fretta.

Ha deciso di smettere dopo l’ultimo aborto fra i non pochi, perchè l’uso degli alcolici e della chimica le avevano abbassato il controllo sui clienti, finendo con l’essere sostanzialmente stuprata senza protezione e coltivando così un nutrito numero di clienti amanti di quel tipo di sessualità aggressiva, non protetta.

Aveva cercato aiuto fra i vari presidi pubblici e qualche associazione di volontariato ma soprattutto presso degli psichiatri, perchè la sua consistenza economica le consentiva un elevato tenore di vita.

Finalmente aveva capito che la sua era una continua punizione, una condanna che si era data, un annullare quel se stessa mai evoluta e rimasta nella misura dell’avrei potuto essere diversa.

Forse non ha mai realmente compreso le ragioni per le quali, nonostante avesse messo da parte un ingente somma, ha continuato a fare quel mestiere ancora a lungo prima di smettere. Oppure lo sapeva ma desiderava una conferma da qualche professionista.

Una volta smesso ha cercato di rifarsi una vita con un compagno che nulla ha mai saputo del suo passato, ha cambiato città comprando una villetta nell’entroterra della Tuscia.

Per un po’ è stata felice poi gli incubi, i ricordi intrusivi, il senso di colpa per quei figli quasi nati, il rimorso per la vergogna della famiglia di origine, anche se si era ricomprata la loro “verginità” con prestiti vari.

Sbalzi di umori giustificati con sindromi premestruali improbabili, periodi di depressione alternati ad altrettanti periodi di euforia, difficoltà dal distaccarsi dal quotidiano ripetuto aperitivo alcolico, vita sociale difficile da sostenere per quella sua incontrollabile aggressività nelle normali discussioni fra amiche, fra amici, fino al suo progressivo nuovo isolamento in quella bella casa di campagna.

Ricordo che disse che lei non aveva perso la sua dignità, perchè non sapeva bene cosa fosse ma aveva perduto il suo orgoglio che invece nel suo quartiere valeva molto.

Col tempo ha capito che avrebbe semplicemente potuto dire di no, forse non la prima volta accettando di essere una delle tante donne che amano il sesso nelle sue varie espressioni, certamente avrebbe potuto non accettare quel primo compenso, o il secondo, o il terzo, poi tutto è diventato uguale ed il tempo si è fermato.

I suoi ricordi intrusivi erano sempre più frequenti, caratterizzati non solo da una realtà passata che si imponeva improvvisamente nella sua attualità ma anche da una sorta di ricostruzione immaginativa di eventi non necessariamente reali, fattore che ne evidenziava non solo un disturbo da stress ma anche un pericoloso rischio di crollo psicotico con tutte le negative conseguenze.

Aiutare una donna con una simile sintomatologia tramite un approccio pedagogico è possibile, investendo nelle sue risorse interne residue da estrarre e rinforzare, occorre però fare molta attenzione alla valutazione di una struttura psichica pre-psicotica che, proprio in chi patisce una violenza sessuale o ripetute violazioni del fisico e delle emozioni, aumenta il rischio di crollo e di deriva verso il delirio e le allucinazioni.

Siamo riuscite a togliere tutti i fattori complementari di rischio, come l’uso degli alcolici e la riduzione di sostanze psicotrope, fino a raggiungere degli obiettivi a breve termine, quindi a medio termine utili al rinforzo costante e progressivo, non senza ricadute e difficoltà che purtroppo le hanno impedito di concretizzare questo percorso a lungo termine, in modo da stabilizzare quel “se stessa” estratto e finalmente riconosciuto.

E’ difficile assistere al profondo senso di colpa di una donna ancora giovane che da bellissima ragazza al naturale si osserva adesso gonfia e con lo sguardo spento, ingrassata e priva di quella carica che l’ha sempre contraddistinta.

Il dolore peggiore era rappresentato dall’aver perduto ogni opportunità di diventare madre, proprio a causa dei ripetuti aborti e delle complicanze di qualche virus che nel frattempo le era stato trasmesso da qualcuno dei suoi tanti clienti.

Certo, si può ipotizzare che avrebbe certamente proiettato in un figlio tutte le sue speranze di recuperare se stessa o mille altre ipotesi negative ma una gravidanza sarebbe comunque stata una sua scelta autonoma che, invece, si è impedita con lo stile di vita che aveva scelto.

Le ferite invisibili di un disturbo da stress post traumatico sono quelle dell’anima, delle emozioni, dell’interrotto rapporto con se stessi, ora mediato dai sensi di colpa, dai ricordi terribili, dalle tante domande e dalle poche risposte che sviluppano un vortice nel quale il rischio di perdere l’equilibrio psichico è elevatissimo.

La PTSD non colpisce solo i militari veterani delle guerre ma chiunque abbia vissuto un evento traumatico particolarmente effrattivo, una sigla che sinceramente non ho mai amato come poco amo la classificazione di quelle “patologie” che ad un esame diagnostico non manifestano nessuna evidenza e per questo ritengo corretto definirle le “ferite invisibili”…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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