del coordinare gli insegnanti alla gestione dei segnali di disagio dei bambini…

fratelli Piselli 2017

Matilde e Fabio Massimo Piselli, inverno 2017

La nostra attuale società talvolta è, per i bambini, una fossa dei leoni nella quale sono esposti a numerose fonti di stress che, proprio perchè bambini, non solo non hanno l’età cronologica per affrontarlo ma non riescono a contenerlo, esprimendone così il disagio tramite una ampia gamma di  complementari segnali comportamentali, emotivi, relazionali e psicologici.

Segnali che sono soprattutto manifestati nel corso della giornata scolastica, luogo che rappresenta da un lato un momento di autonomia dalla famiglia e dall’altro un bacino di opportunità per “trasferire” il proprio disagio in danno di altri bambini oltre il naturale gioco fatto di spinte e di lotta o quelle azioni violente ma sempre nella misura nota del gioco anche dis-educato che possiamo osservare in ogni luogo del mondo, dinamiche del tutto ordinarie per un insegnante ed assolutamente gestibili con gli strumenti del proprio lavoro e col carattere del maestro o della maestra.

Diverso è il bambino o la bambina che frequenta una delle progressive classi di una scuola primaria che ripetutamente agisce le stesse azioni, caratterizzate da un elevato indice vessatorio nei confronti di uno o più compagni di classe, che adotta e reitera quotidianamente un comportamento violento oltre i limiti del consentito, che esprime un linguaggio con frasi non compatibili con la sua età cronologica e la sua maturità, che incolpa sempre ed in ogni singola occasione gli altri bambini o il compagno vessato delle proprie azioni o delle proprie cadute o della propria incapacità di apprendimento, che esprime delle ritualità gestuali e verbali ricorrenti, che sembra “staccarsi” dalla classe e non solo quando rimproverato.

Segnali che certamente le insegnanti raccolgono e ne fanno oggetto di un confronto fra loro, anche esteso alla pedagogista o alla psicologa, per poi comprendere come agire sul bambino o come coinvolgerne i genitori oppure se dare o meno seguito ad una segnalazione di più ampio respiro attivando le competenti autorità come estremo gesto di tutela.

Genitori che spesso ignorano le note sul diario con l’invito ad un incontro, adducendo una o più scuse, oppure che hanno un alibi sociale di spessore per professione e consistenza patrimoniale tale da fargli credere di scudare se stessi o il bambino da ogni azione di ulteriore verifica anche se nella maggior parte dei casi il problema si risolve col cambiare plesso scolastico, con buona pace di tutti.

Ricordo, nel corso di una passata consulenza, un genitore che ricopriva un importante ruolo in un corpo di polizia dello Stato, il quale non riusciva a capire la natura degli inviti degli insegnanti del figlio a recarsi presso un neuropsichiatra infantile, sentendosene offeso e sospettando che le stesse insegnanti fossero poco capaci o addirittura ostili nei suoi confronti perchè “zecche comuniste”.

Ci sono voluti dei mesi per superarne le difese e riuscire finalmente a porlo a confronto col disagio del figlio, originato da un atteggiamento mortificante e denigrante agito dai genitori in danno del bambino ad ogni errore o mancata soddisfazione di un “comando” e finalmente ha compreso unitamente alla moglie (e collega) la differenza fra educare un figlio ed addestrare un bambino.

In quella occasione ho potuto evidenziare il timore delle insegnanti a fare una segnalazione o una relazione specifica dei segnali di disagio che quel bambino aveva manifestato, infatti in più di una occasione usava ripetere mentre andava al bagno “fammi la pipì in bocca tanto io sono un vater” oppure aveva preso di mira un compagno che vessava costantemente sia con il tipico disturbo verbale fatto di suoni, usando anche frasi pesanti, che con botte e colpi in testa di particolare violenza assumendo nel contesto una espressione di odio feroce.

Tutti segnali tipici del bambino mortificato, non ascoltato dai genitori, gestito da questi come un “qualcosa” da organizzare a misura delle proprie esigenze personali e familiari ed a tutela della propria immagine sociale.

Il timore delle insegnanti nasceva proprio da ruolo istituzionale dei genitori del bambino, debolezza che non era da attribuire ai singoli maestri ma a quel brutto vizio ancora in essere di non riuscire a prendersi una responsabilità da parte di un dirigente scolastico di dare seguito ad una segnalazione che possa attivare un protocollo per la tutela di un minore laddove il suo disagio sia grave.

Un insegnante di una scuola statale è un incaricato di pubblico servizio ed ha dei doveri specifici in tal senso ma non è (sempre) formato per assumersi la responsabilità personale di una relazione che probabilmente darà lo stimolo per l’accensione di un burocratico iter di verifica del disagio, spesso strettamente collegato alla contestuale accensione di un fascicolo penale.

In parole povere l’insegnante si ripete una frase tipica del timore, ovvero “chi me lo fa fare”. Tanto più quando un clima omertoso della scuola tende a ridurre lo spessore del disagio, perchè potrebbe anche confondersi con altre variabili tipiche dell’evoluzione di un bambino e non “proprio” a scuola.

Gli abbiamo scritto sul diario?

Abbiamo cercato di far capire qualcosa alla madre?

Li abbiamo invitati a rivolgersi a qualche professionista?

Le quotidiane note di rimprovero scritte sul diario le vedono?

Per cui oltre questo, chi ce lo fa fare di assumerci delle responsabilità che ci daranno solo dei bei grattacapi e poco tuteleranno il minore, tanto finirà che gli fanno cambiare scuola e tutto termina in questo modo, come sempre.

Tutto vero, purtroppo.

Ecco perchè il coordinamento pedagogico ed il supporto psicologico è utile non solo per i bambini in generale ma per gli stessi docenti, sia perchè sollevate dall’essere i soli soggetti segnalanti un disagio, sia per le specifiche competenze per ruolo e specialità di questi professionisti nella gestione dei segnali di disagio di un bambino o delle dinamiche della classe per meglio ridurle o per meglio capirne la natura.

Comunemente la figura delle assistenti sociali è vista come quella di un cane da guardia mordace, mentre la psicologa come una strizzacervelli e quella della pedagogista come solo ed esclusivamente legata all’infanzia anche se non è così.

Per questo il mio ruolo mi consente in alcune occasioni di coordinare le maestre di un bambino che manifesta i segnali sopra descritti verso il colloquio coi genitori strutturandolo in modo tale da far passare il messaggio, invitante a comprendere che il problema del figli è il loro atteggiamento nei suoi confronti e non il comportamento degli altri bambini “cattivi” o nella presunta “invidia” delle insegnanti o degli altri genitori.

Coordinare un maestro o più maestre a gestire il disagio di uno o più bambini della classe è a mio avviso una funzione che dovrebbe essere parte della griglia educativa che le insegnanti adottano, perchè se ben gestito il disagio consente di non pagarne le complicanze in termini di lezioni stressanti, di ore perse, di altri bambini assenti perchè si rifiutano di tornarne a scuola, di altri genitori arrabbiati e di tanto tempo perso per non giungere ad altro che al riconoscimento di ciò che è già noto.

Noi, pedagogisti, siamo ancora una figura poco nota nella nostra reale ed effettiva funzione, nonostante la pedagogia esista da oltre duemila anni.

Mi auguro che prima o poi si riesca a creare dei tavoli di lavoro sinergico e congiunto fra le figure professionali dedicate anche all’infanzia, ricordandoci che dopo aver detto un sacco di belle parole pregne del nostro sapere, dopo aver fatto i soliti “cappottini” alla collega tutta incipriata e dopo esserci lamentate del sistema che non funziona, dobbiamo anche alzarci da quel tavolo e rendere pratici tutti i bei progetti dei quali ci riempiamo la bocca.

Perchè, quando un bambino di una scuola primaria dice “fammi la pipì in bocca tanto io sono un vater” evidentemente abbiamo saltato qualche passaggio nel far bene il nostro lavoro…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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