la dipendenza da guerra nei reduci di pace…

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Fabio Piselli, Sarajevo, primi anni novanta

L’approccio pedagogico alle complicanze della cosiddetta PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) mi ha consentito da qualche anno a questa parte di confrontarmi con alcuni militari ed ex militari che hanno partecipato alle varie missioni di pace.

Il nostro paese sia prima che dopo la missione in Libano del 1982 ha sempre inviato i propri militari in supporto alle risoluzioni dell’ONU o alle scelte della NATO, riportandone i caduti in Patria da Kindu al Libano, dalla Somalia alla Bosnia, dall’Iraq all’Afghanistan.

In Patria sono rientrati anche tutti i reduci che hanno vissuto quel tipo di esperienza, sia militari di leva che ufficiali e sottufficiali di carriera, fra i quali i membri delle unità più specializzate come i paracadutisti e le forze speciali che hanno offerto un contributo sempre maggiore in termini di uomini e reparti.

Ho potuto conoscere alcuni ex colleghi di mio marito, paracadutisti, i quali oltre “l’albero di natale” rappresentato da una uniforme colma di brevetti e medaglie, oltre le ferite fisiche riportare dalle varie operazioni e specialmente le più recenti, avevano anche quelle ferite invisibili di un disturbo da stress post traumatico sempre più insorgente nei reduci, sia uomini che donne.

Quel che maggiormente ho evidenziato non è tanto un forte legame col reparto di origine, fatto di fratellanza fra colleghi, di radicamento ai fregi ed ai brevetti, di identificazione col basco, quanto una sorta di dipendenza dalle esperienze di guerra che non tutti ma molti hanno affrontato.

Tornare a condurre una vita ordinaria dopo aver vissuto delle esperienze ad alto indice di stress, con una costante iper-vigilanza, con il riconoscimento pratico delle proprie emozioni sia di fronte alla morte degli altri che alla morte di un collega oppure a quella data ad un nemico, non è semplice e richiede un serio percorso di “re-inserimento” idoneo a misurare proprio quell’indice di disturbo da stress post traumatico che è sempre latente.

Possiamo solo immaginare quanto sia difficile per chi ha compreso le proprie realtà emotive di fronte alle conseguenze della guerra, tornare alla città al paese ed al quartiere di origine in cui ritrovare le stesse dinamiche relazionali di sempre, sovente caratterizzate dalla banalità del nulla o incentrate sui temi classici di una vita ordinaria, nella quale il reduce ha scelto o è stato costretto a tornare perchè congedato o perchè non ha vinto il concorso per restare nella forza armata.

Gli operatori in servizio attivo sono scudati da una sorta di perimetro difensivo contro i sintomi della PTSD che il Ministero della Difesa sembra aver attivato, inoltre il senso di appartenenza al gruppo media il disagio, ben diverso è invece per chi ha lasciato la carriera oppure ha raggiunto il congedo come ai tempi della leva militare.

L’uomo o la donna ex militare che torna a casa, dopo un iniziale paccheggiar di spalle, scopre quanto forte sia la sensazione di distanza sia dalla “sua gente” che da quelle esperienze di guerra, invece sempre presenti nei ricordi, nei pensieri e nell’indossarne i fregi sia nell’abbigliamento o nello zaino, oppure coi tatuaggi o col più semplice ricercarne “il sapore” nei film, nei documentari o tramite il frequentare un associazionismo comune in cui re-identificarsi.

Quanto sopra è una dipendenza da guerra bonaria, ovvero vissuta da chi sostanzialmente non tornerà a combattere.

Diverso è il caso dei tanti reduci che, dopo aver vissuto le dinamiche descritte, hanno preso atto di non essere felici una volta tornati alla vita ordinaria e per questo scelgono di inserirsi all’interno del circuito delle compagnie private di sicurezza e dei consulenti in materia militare, quelli che tornano nei teatri di guerra come “contractors” per la sicurezza in favore delle grandi società per la ricostruzione del paese distrutto dalla guerra o come operatori in appalto delle forze armate del proprio o di altri paesi.

Nei casi più qualificati e fortunati tutto questo avviene in modo assolutamente strutturato e di fatto poco cambia alle esperienze precedenti se non nel fatto di essere comunque dei civili che fanno un lavoro militare; nei casi in cui, invece, un reduce non riesca ad entrare nemmeno in questi circuiti si concretizza il rischio o di finire in mano al mercenariato più spicciolo oppure di entrare nelle dinamiche della frustrazione che altro non fanno che alimentare il latente disturbo da stress, fino anche a trasformarsi in una vera e propria PTSD.

La dipendenza da guerra è una droga feroce, che alla fine riduce il filtro emotivo di chi la patisce, trasformando un ex soldato di pace in un guerriero che cerca e ricerca il senso del combattimento, vittima dell’adrenalina e del rischio, in cerca della “bella morte”.

Con mio marito Fabio che qualche esperienza in tal senso l’ha vissuta sin dai primi anni novanta, talvolta ci confrontiamo sul significato di “soldato di pace” non sempre trovandone il reale senso proprio perchè Fabio ne riconosce il ridotto valore di fronte alla guerra mentre personalmente non riesco a comprendere appieno il “senso emotivo” del termine guerra.

Quando chiedo a mio marito di raccontarmi quelle esperienze, Fabio lo fa serenamente, quasi distaccato, poi dopo che gli chiedo di parlarmi di “lui” in quelle esperienze risponde solo di essere stato per brevi periodi un testimone passivo della banalità del male.

I ricordi intrusivi delle esperienze di guerra, combattuta o meno, sono il biglietto da visita del malessere di quelle memorie, che ogni reduce esorcizza come meglio crede, c’è chi torna a combattere, c’è chi finisce in depressione, c’è chi mantiene un equilibrio e c’è chi, ogni tanto, per portare i figli al mare indossa una “camicia operativa” ed assume uno sguardo come se dovesse stare attento alla fonte di fuoco di un cecchino…

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dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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