dalle grandi esperienze dei bambini alle vuote esperienze dei grandi…

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Matilde e Fabio Massimo Piselli, Nizza 2016, pochi giorni dopo la strage terroristica

In questi giorni sono a Livorno con tutta la Famiglia per sbrigare alcune pratiche di mio marito ed ho colto l’occasione di tornare al parco della Villa Fabbricotti, ove ho potuto salutare degli amici che non vedevo da tempo e fra questi ho rivisto Claudia, una maestra ed anche lei madre di tre figli con la quale ho scambiato due parole sulla scarsità del lessico comunicativo manifestato dai bambini della nostra attuale società, spesso caratterizzato da dei meri rinforzi verbali come il “cioè” il “tipo”  ed altro ancora, tanto da sembrare di “reppare”.

I bambini imparano a scuola ma non sempre hanno l’occasione di coltivare a casa quanto appreso fra i banchi ed alla lavagna, oggi ormai uno schermo LIM e non solo quella col gesso e a spugna.

Si rischia così di spezzare quella continuità invece necessaria per i bambini, non solo sotto il profilo squisitamente educativo quanto per l’organizzazione della loro giornata che non dovrebbe avere dei “turni emotivi” ma come ho detto un sereno continuum rispetto al confronto con le esperienze che fanno, dalla scuola alla famiglia, dal gioco allo sport.

Parlo di turni emotivi per definire in qualche modo l’adattamento che i bambini sono obbligati ad attivare in base a chi hanno di fronte e non in relazione alla esperienza che stanno affrontando, ora verso la scuola con le sue regole ed i suoi tempi, ora verso la famiglia con i doveri dei tempi, ora verso il tempo da dover rincorrere per il gioco e per lo sport.

Bambini che, appunto, rincorrono la propria infanzia sin da quando si svegliano perchè è organizzata sui tempi degli adulti, sempre di corsa per far incastrare i tempi con tutti i doveri e, purtroppo, molto spesso assumono il ruolo stesso del genitore come un “dovere” e non come una scelta compiuta di avere dei figli per “essere” un padre ed una madre, scelta che invece richiede tempo e soprattutto il rispetto dei tempi dei bambini.

Educare i figli alla comprensione del significato di esperienza è uno dei primi compiti dei genitori, che non può essere delegato agli insegnanti come purtroppo sovente accade, perchè l’esperienza è per i bambini un libro in costante progressione nel quale scrivere quegli appunti emotivi che rileggeranno nel corso della loro evoluzione per trarne un senso e riuscire a “compattare” anche quelle lacune che si sono create proprio per “i tempi fatti a pezzi”.

Il nostro non è un paese a misura di bambini e per questo è importante da parte dei genitori consentire ai figli di prendere appunti sulle loro emozioni, tramite quelle esperienze da vivere anche e soprattutto insieme e coi giusti tempi per riuscire a darne un senso.

Scegliere di essere un genitore ha come primo dovere la comprensione delle esigenze evolutive dei figli e, già questo, richiede la capacità di rinunciare a qualcosa e di investire i tempi di quella rinuncia insieme ai figli.

Quando ascolto dei genitori dirmi che non vedono l’ora che il bambino crolli dal sonno, verso le 23 e 30, dopo averlo fatto stancare in ogni modo, ascolto l’ignoranza pura dell’essere un genitore, perchè i bambini hanno bisogno di essere “educati a dormire”.

Ovvero è il genitore, quasi sempre la madre, a dover rimodulare gli orari e perdere anche più di un’ora nel lettino col bambino (all’ora giusta) per abituarlo ad addormentasi serenamente e pieno d’amore, non dopo essere crollato senza capire che la stanchezza per un bambino alimenta la sua stessa iperattività.

Rinuncia che significa mutare gli orari della cena o dei programmi televisivi, cambiare gli orari della palestra o degli aperitivi, rinunciare a qualche pizza e cose del genere ed invece capita di vedere molti genitori portarsi dietro “l’accessorio” bambino, imbacuccato in un passeggino e stonato dalla stanchezza in mezzo alla musica da Bhudda Bar e sigarette varie.

Allo stesso modo scade il passaggio delle esperienze dai genitori ai figli, esperienze emotive intendo, invece sostituite dalla meravigliosa capacità di conoscere a memoria la formazione della squadra di calcio amata o le caratteristiche senologiche dei personaggi televisivi dispersi in qualche famosa isola.

Dovremmo perciò ri-educare i genitori alla piena comprensione del senso di esperienza rispetto al solo trascorrere del tempo, da riempire con un significato emotivo e non solo colmarne i vuoti che, come tali, vuoti restano.

Essere un genitore è una esperienza meravigliosamente faticosa, è una esperienza individualmente condivisa perchè certamente vissuta generalmente col partner ma emotivamente da soli, ecco l’importanza del confronto fra i coniugi proprio per riuscire a misurare il significato di questa esperienza che, talvolta si dimentica, si basa proprio sulla condivisione dei tempi evolutivi dei figli ai quali adeguarsi ed in cui sapere intervenire, non da plasmare per le esigenze degli adulti o per tutelare quelle certezze acquisite che offrono un bel rifugio alla coppia.

Tutto questo si chiama responsabilità genitoriale, che non sempre gli insegnanti, i nonni e le tate possono o debbono compensare.

E’ importante quindi saperla vivere appieno la propria competenza genitoriale, altrimenti si impone ai figli una lacuna che ne condizionerà la loro stessa crescita emotiva costringendo poi i genitori stessi a rincorrerne le complicanze con un investimento in termini di ansia elevatissimo.

Incontro purtroppo e, lo dico senza supponenza del ruolo professionale  o dell’essere una madre di tre bambini, fin troppi genitori vuoti di esperienza dell’esserlo rispetto che alla manifestazione del lamentio del dovere esserlo.

Personalmente ho scelto di essere madre per ben tre volte, credo quindi che salvo i casi di violenza o di patologie intellettive, chiunque decida di mettere al mondo un figlio ben ne conosce il significato non solo emotivo quanto di sacrificio, ripagato proprio dalle emozioni che i bambini sanno e sapranno esprimere se solo educati a farlo.

Altrimenti avremmo solo dei bambini che pur sapendo leggere e scrivere, parleranno come rapper con un intercalare composto da “cioè” “tipo” “de” e parolacce di collegamento varie per poi dir ben poco o, magari, saremo così felici del fatto che il nostro pargolo conosce a memoria la formazione della squadra amata ed il nome del nuovo compagno della soubrette televisiva di turno…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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