perchè i genitori picchiano i professori dei figli…

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Sara Moi Piselli

La scuola italiana sembra aver perduto nel tempo il ruolo di agenzia educativa, trasformandosi invece in un parcheggio a lungo termine di giovani laureati in didattica da petto gonfio in nome di un “rispetto” del quale ne ignorano il reale significato.

Giovani, figli di immaturi meno giovani ma rimasti ragazzini che agiscono quelle azioni e quelle reazioni tipiche proprio del petto gonfio, convinti che difendendo i figli tutelano quel “rispetto” sul quale hanno costruito tutta la propria vita sociale, nei limiti stretti di un quartiere che si allarga solo verso degli orizzonti di prevaricazione e di pura prepotenza, verbale e fisica.

Realtà arcinote in ogni periferia, un tempo recintate nella cosiddetta dispersione scolastica o nella criticità di una classe essa stessa considerata “di periferia” nella quale investire meno o da far gestire da un sostegno educativo specifico, oggi invece diventate parte di un territorio oltre il quartiere difficile; realtà sociali che sembrano simulare il peggior cattivo esempio proveniente dall’estero fra l’organizzazione in gruppi-bande ed un bullismo sempre più emotivo rispetto che la classica prepotenza fisica di un compagno con le mire del Ras della classe.

Per alcuni di questi veder tornare a casa il figlio con un rimprovero o con i segni di una debolezza caratterizzata dalla “lezione” offerta da un professore, generalmente nei modi urbani ed altre volte dettata dalla esasperazione, rappresenta tutto meno che una opportunità di confronto, per cui altro non fanno che agire i soli strumenti dei quali dispongono per tutelare quella errata concezione della parola rispetto.

Genitori che hanno tutti una stessa mimica verbale, che adottano tutti le stesse dinamiche comunicative caratterizzate dal dito puntato, dal petto gonfio, dal rinocerontolare la testa sotto il viso e da quella ampia classifica della violenza utile come viatico del dover dimostrare agli astanti la loro “puuteennzaa” come marcatore sociale della propria impattante forza.

Come ho detto un tempo tutto questo avveniva nei quartiere più disagiati, nei quali l’elevato indice di criminalità spicciola ed organizzata costituiva il doposcuola dei mariuoli, oggi è invece una realtà diffusa anche negli ambienti più elitari, ricchi di mezzi ma privi di strumenti educativi anche nelle famiglie cosiddette bene.

La figura dell’insegnate è passata da un ruolo fin troppo autoritario ad un mero riferimento alfabetico, perdendo il valore di agente educativo in favore di quei bambini e ragazzi che proprio nella loro educazione dovremmo tutti investire.

Insegnanti sempre meno motivati e molto più motivanti le ragioni di una mediazione educativa fatta di voti alti ma “basta che te ne vai”, perchè ormai ben consci che investire nei figli del nulla non è più la missione del salvataggio sociale tramite i libri ma una azione bellica suicida che trasforma il libro in un’arma a doppio taglio, specie se te lo sbattono ripetutamente sulla testa.

Insegnanti non sempre formati ed all’altezza di sostenere le numerose fonti di stress, non sempre capaci essi stessi di comunicare con toni sereni o con le dita meno puntate, trovandosi così ad alimentare il linguaggio dell’ignoranza che, generalmente, deriva nella auto-provocazione fino alla reazione violenta da questa giustificata.

Insegnanti di trincea, quelli inviati nelle scuole più difficili ed abbandonati da un sistema scolastico statale che impone delle mere griglie di riferimento e non raccoglie i loro segnali di allarme quando vedono trasformarsi quelle griglie nelle loro sbarre, prigionieri di un metodo del tutto inapplicabile in favore di soggetti mai applicati ad alcun metodo di rispetto oltre i presunti valori dettati in una famiglia priva del rispetto delle esigenze evolutive verso l’infanzia.

E’ vero, esistono in ridotta misura anche degli insegnanti pessimi, mortificanti, partigiani, politicizzati, razzisti ed anche del tutto incapaci del ruolo raggiunto grazie alla raccomandazione, del quale abusano abusando l’infanzia o lo strumento educativo di cui dispongono.

Non è possibile però avallare un’aggressione verso un insegnante, sia esso “balordo” sia esso il giusto che compie con coraggio il proprio dovere, perchè colpire un insegnante rappresenta un ferita grave per ogni opportunità offerta dalla cultura, dall’educazione.

Chi picchia un insegnante è un vigliacco diplomato, specialmente laddove crede di poter così dimostrare ai figli un metodo “educativo” tramite il dare una “lezione” a chi di lezioni oltre che camparci rischia di morire.

Osservo un pericoloso espandersi dei metodi da guappo di quartiere, ove molti usano un tono di voce alto, parlano con un linguaggio del corpo completamente muto, mimano anche nelle più normali discussioni una gestualità da film sulla camorra o sulla banda della Magliana in dolby stereo.

L’educazione non è mai cultura quando è rappresentata in tal senso dagli stessi rappresentanti della cultura, quando è veicolata in ogni programma televisivo pregno di mani alla bocca per urlare una frase e di sguardi mortificanti verso la controparte senza essere capaci anche solo di vederli.

Osservo dei ragazzini delle elementari inviati a fare dei corsi di arti marziali per imparare a combattere la difesa di un rispetto, animalesco, che nulla c’entra con la filosofia del combattimento difensivo.

Noi, educatori, pedagogisti, insegnanti abbiamo il dovere di imporre un filtro a tutto questo nel nostro stesso ambiente di lavoro, organizzando non un sistema educativo compatibile con quel che il nostro paese non è in grado di contenere, ovvero la transumanza di bambini di ogni provenienza da assemblare insieme come fossero pecore, bensì un modello operativo di lavoro che possa da un lato rispettare le griglie ministeriali  e dall’altro le esigenze della classe.

Il problema è far capire ai capoccioni che quando imponi ad una scuola di ammassare insieme delle realtà difficili, sperando che le dinamiche di gruppo siano tali da mediare i conflitti, in realtà altro non fai che trasformare un insegnante in un cane da guardia che, quando abbaia troppo o addirittura morde, viene bastonato…

Sara Moi Piselli, pedagogista


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