come educare i figli a reagire al bullismo nella scuola…

Blog_Famiglia_Piselli_14_settembre_2017_primo_giorno_di_scuola_Latte

i fratelli Piselli, al primo giorno di scuola, settembre 2017

Ascolto, osservo, rifletto su quel che avviene intorno al mondo dei miei figli, da sempre abituati a vivere intorno al mondo.

Osservo quindi il comportamento dei bambini anche espresso tramite la prevaricazione e quel pizzico di prepotenza tipico dell’infanzia, niente di particolarmente strano o diverso dalle dinamiche evolutive che da sempre caratterizzano i bambini ed i ragazzi di ogni latitudine.

Il “nonnismo infantile” è appunto una espressione delle relazioni fra i bambini, in qualche modo una tappa obbligata per tutti e, tutti, l’abbiamo superata fino a quando non sono stati superati i limiti della “giusta prepotenza” come la definisce mio marito.

Certamente, per un genitore, assistere alla sottomissione fisica e verbale del proprio figlio da parte di uno o più bambini  più grandi, richiede un buon grado di tolleranza per non intervenire direttamente in sua difesa ma, farlo, sarebbe un errore come è un errore non farlo.

Che fare, quindi?

Prima di tutto capire, conoscere l’ambiente nel quale i nostri figli vivono quando sono lontani da noi per riconoscerne gli eventuali indici di rischio, non rappresentati dal bulletto di classe, che assume un atteggiamento tale con i compagni, quanto da un diffuso pensiero del bullismo come linguaggio comunicativo fra i bambini.

Capire quindi l’atmosfera amicale nella quale i figli sono inseriti, oltre la vetrina dell’immagine scolastica, perchè per quanto le insegnanti siano professionali ed attente è inevitabile che alcuni eventi non attirano la loro attenzione oppure il loro intervento rimane nella misura del rimprovero verso il bambino apparentemente discolo.

Occorre, soprattutto da parte dei genitori, la capacità di accoglienza e di ascolto del muto malessere dei figli una volta tornati a casa, senza attendere quel macro segnale di un disagio represso che potrebbe sfociare in modo impattante.

Questa è la base di partenza per intervenire in tutela dei propri figli contro un eventuale o manifesto episodio di bullismo, cioè oltre i limiti di quelle dinamiche accettabili descritte col termine di giusta prepotenza.

Non serve infatti, se non di fronte ad un imminente reale pericolo, difendere fisicamente il figlio ora “aggredito” da qualche compagno diseducato o prepotente, perchè sarebbe una effrazione emotiva forte per nostro figlio riconoscersi inadatto anche a subire una prepotenza, esperienza di cui hanno comunque bisogno i bambini.

Un genitore ha il dovere di educare i propri figli a riconoscere questi limiti, sia come attori che come vittime di un comportamento prepotente o di prevaricazione sugli altri bambini; confronto che rappresenta un “campione” idoneo per comprendere il più corretto metodo di relazione oppure per evidenziarne lo sconfinamento verso un bullismo comportamentale strutturato.

Un bambino che agisce una azione da bullo non è un bullo, è un bambino al quale il giusto confronto dei genitori gli permetterà di riconoscere che non ha bisogno di un comportamento del genere per imporre “il suo mondo interno” nel quale vive un conflitto.

Un bambino che manifesta un pensiero strutturato del bullismo è invece un vero bullo, probabilmente incapace di ascoltare gli altri ed altrettanto probabilmente figlio di genitori incapaci di parlargli se, non, tramite un linguaggio comunicativo tipico dell’ignoranza emotiva, quello della prepotenza e della prevaricazione e, tutto questo, avviene anche nelle case di laureati e benestanti, non solo nella classica famiglia disagiata o in un campo nomadi in cui proprio la prevaricazione fisica è un metodo relazionale (tornerò sui minori nomadi con un altro articolo).

Il bullismo non deve essere perciò associato all’immagine del bambino “extra” ma un fenomeno attuale che merita la giusta analisi di noi professionisti e dei genitori tutti, nella misura della serena valutazione e non nell’esagerata iper-protezione del figlio che patisce il bullo o al contrario nella dissimulazione del comportamento del figlio invece bullo, come spesso accade.

Educare i figli a reagire ad un bullo non richiede necessariamente la tipica frase che tutti noi ci siamo sentiti ripetere durante la nostra infanzia, che recitava così:…”mollagli un ciaffone e vedrai che impara a non toccarti più”. Perchè in realtà non è coi ciaffoni che si risolvono i piccoli conflitti fra i bambini, aggravati da un comportamento da guappi di cartone come quello dei bulli.

Un figlio lo si educa a riconoscere le proprie risorse interne, a rinforzarle tramite tutto il nostro amore rappresentato non solo dalle manifestazioni di affetto ma dalla vicinanza, dall’ascolto ed anche dal dire quei NO! di cui i figli necessitano proprio per non agire un bullismo domestico sotto forma di insistenti richieste fino a quando non saranno accolte.

Un bambino trascurato, che subisce l’incuria generale dei suoi  genitori, che riceve solo delle mortificazioni morali emotive e fisiche, manifesterà il suo disagio sotto forma di totale isolamento in classe o di una ingerente presenza e di una violenza oltre i limiti, considerato perciò un bullo e come tale da saper gestire e comprendere in ogni sua espressione e non solo da mortificare ancora con punizioni e rimproveri costanti.

Un bullo è un debole emotivo, è una risorsa su cui investire ma per farlo occorre personale competente e non possiamo delegare ai soli insegnanti una responsabilità che supera la gestione della classe e della lezione, già minata dal comportamento del o dei bulli.

Un bullo è un bambino da recuperare oppure un ragazzo già perso, in ogni caso occorre saper fare una scelta e non lasciare tutto nel limbo dello “speriamo che” col rischio che altri bambini ne siano le vittime oltre misura, spesso associata anche a gravi episodi di violenza o di autolesionismo.

Il bullismo non è un fenomeno, c’è sempre stato, oggi il vero fenomeno è la trascuratezza genitoriale, da un lato manifesta verso il figlio bullo e dall’altro espressa nella incapacità di riconoscere il disagio patito dai figli vittime del bullismo.

Trascuratezza che rappresenta una forma di bullismo genitoriale laddove si impone ai bambini quella cultura adulto-centrica in forza della quale si persiste col pretendere che siano i bambini a fornirci gli strumenti a misura di adulto che, come tali, non potranno mai avere.

Trascuratezza che si trasforma in sorpresa di fronte al richiamo della scuola verso un atto di bullismo posto in essere dal figlio e da un tentativo di suicidio della figlia vessata magari per il suo aspetto fisico.

I genitori trascuranti avranno sempre dei figli vigliacchi ed emotivamente deboli, ignoranti, una vera disabilità relazionale ben peggiore di tante altre più evidenti patologie.

Educo i miei figli a reagire al bullismo non con la violenza o con le arti marziali che mio marito Fabio pratica da sempre, che i bambini hanno imparato nella misura del rispondere ad una emergenza per evadere e fuggire dalla presa di un adulto o quando un bullo aggressivo rappresenta quel “troppo” da fermare, come una presa forte al collo per esempio.

Li educo a reagire al bullismo prima di tutto non agendolo, poi riconoscendo le loro emozioni di fronte ad un episodio di bullismo che possono aver patito o percepito come tale, ne parliamo quindi con un linguaggio compatibile con la loro maturità senza giudizi o schieramenti fra buoni e cattivi bensì riconoscendo chi è il bambino in quel momento “persecutore” e chi è il bambino in quel momento “vittima”.

Parlo di momento proprio per spiegare che la loro vita è fatta di tanti momenti, durante i quali possono scoprirsi come attori di un comportamento sbagliato o come vittime di un comportamento aggressivo.

Classificare sin da subito i propri figli come sempre e solo bravi ha una radice di arroganza che non mi sento di esprimere, perchè anche i miei figli domani potrebbero agire un comportamento del genere, che dovrò valutare come un segnale di disagio sul quale pormi in discussione ed analizzare tutte le variabili, senza la presunzione che siccome sono figli di una pedagogista e di un educatore questo li tutela da ogni stupidaggine.

I bambini si esprimono soprattutto tramite il loro giusto diritto alla irrazionalità, anche tramite una forma di bullismo che occorre immediatamente riconoscere, non far finta che non esista a meno che non si tratti di genitori talmente ignoranti nel ruolo e come tali prigionieri della propria ignoranza nella quale coltiveranno i propri figli, potenziali bulletti da strapazzo.

Parlo di genitori responsabili e competenti, capaci di porre in discussione il comportamento di un figlio senza mortificarlo e senza difenderlo, semplicemente osservandone gli agiti ed i segnali per capire se ha o meno un disagio sul quale intervenire.

Se uno dei miei figli si comporta male con un altro bambino, prima lo educo a non farlo poi cerco di capirne le ragioni e, magari, coi suoi tempi, riuscirà a dirmi che un suo compagno di classe lo vessa tutti i giorni con parolacce, piccoli colpi, minaccette a pugni chiusi.

Questo è il “momento” in cui intervenire per difendere i propri figli, non andando a parlare coi genitori del bulletto, parlando invece col proprio figlio al quale fornire tutto il necessario rinforzo per quel suo mondo interno nel quale macera il disagio.

Un bambino aggressivo, che pretende la paura degli altri verso i quali proietta un suo disagio lo si “disarma” non con altrettanta aggressività ma con la giusta forza da donare al proprio figlio per non esserne più una vittima.

Forza che gli permette di continuare a trattarlo come un compagno di classe con cui sempre giocare ed interagire ma che, nel momento in cui fa il bullo, rinunciare a farlo, dire NO! ad un gioco aggressivo, ignorare quei pugni chiusi continuando a giocare in altro modo, anche da solo.

Fare terra bruciata intorno ad un bullo è l’unico modo per educare i propri figli a reagire al comportamento da bullo di quel bambino e non fare terra bruciata intorno al bambino stesso, altrimenti questi usa il bullismo come strumento identificativo della sua sofferenza e ne rimarrà la prima vittima in danno di tutti gli altri bambini.

Difendere i propri figli dai bulli significa dargli il coraggio di giocare da soli, di non aver paura dello scherno degli altri, di rinforzarli sempre con la giusta misura delle loro qualità e della qualità delle emozioni che vivono in famiglia, quelle che molti bulli non hanno.

Il bullismo è oggi un fenomeno sociale sempre più insorgente perchè sempre minore è il coraggio delle emozioni, col rischio che stiamo tutti prevaricando uno sull’altro anche in quel mondo di adulti spesso rappresentato da fin troppi genitori immaturi…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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