dell’insegnare ai figli a volare…

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Babbo Fabio con Edda, lezioni di volo, primavera 2017

Dal momento del taglio del cordone ombelicale i figli hanno messo le ali, noi genitori dobbiamo quindi insegnargli a volare e non a rinforzare quel cordone del quale necessitiamo per acquietare le nostre angosce.

Il nostro è un dovere genitoriale, quello dell’accompagnare i figli verso la loro autonomia fino al sereno distacco dalla famiglia, altrimenti non solo cresceremo degli immaturi ma faremo dei bambini la nostra bandiera di puro egoismo camuffato da un presunto senso materno che in realtà rappresenta la simbiosi malata e non un sano attaccamento, col rischio di una castrazione evolutiva in danno di una autonomia che deve invece crescere e sapersi staccare da Mamma e da Babbo.

Osservo ed ascolto spesso quelle madri che sembrano impedite di essere e dal diventarlo a causa di una ingerente forma di angoscia, di ansia, di una quasi nevrotica spinta verso la gestione del figlio sotto forma di controllo, di impedimenti, di proiezione delle stesse ansie che vive e genera.

Insegnare ai figli a volare non è solo un bello spettacolo offerto da un Padre sereno al parco mentre fa volteggiare in aria la terza figlia, che assume il volo d’angelo quasi come una coreografia del divertimento e del giusto gioco.

Insegnare ai figli a volare significa educare se stessi al distacco, alla piena consapevolezza del fatto che si tratta di soggetti autonomi in costante evoluzione e non di una prolunga genitoriale da iper-proteggere per tutelare le nostre certezze.

Un bambino sano, sereno, vivo è quello che si sbuccia le ginocchia e ne piange felice il dolore, è quello che spalanca gli occhi dalla breve paura senza chiudere i sorrisi, è quello che i tre passi da Mamma e da Babbo rappresentano il mondo libero dei suoi confini evolutivi in progressiva riduzione, fino al distacco, fino alla presa del volo.

Questo è il nostro lavoro e dovere, questo è il senso delle competenze genitoriali, da arricchire con la propria personalità, con la capacità di esprimere delle meravigliose condivise emozioni, con l’intelligenza di permettere ai figli di scrivere dentro di loro quel libro delle esperienze che rileggeranno da grandi per riconoscersi bambini amati e non solo figli cresciuti.

Riconoscere i benefici dell’autonomia dei figli è una soddisfazione e non una riduzione del legame con loro che, come tale, si riduce nella materialità e rimane saldo nelle emozioni ma necessita di quella rottura che inevitabilmente rappresenta il passaggio generazionale che la vita ci impone.

“Giancamillino non sporcarti il giubbino di pelo di capra Hircus” dirà la madre ansiogena e vincolata all’immagine sociale mentre la sua prode prole tenterà di giocare insieme alla mia ultima figlia Edda, anche solo per avere il sano diritto di sporcare quel benedetto giubbotto in cashmere, simbolo di un benessere ma non necessariamente di un bene-stare.

Il confronto con la Siura mi consentirà quindi di ridurne l’angoscia laddove appresa l’età di Edda, più autonoma, si sentirà confusa nel vedere le differenze col bellissimo Giancamillo assolutamente prigioniero delle ansie della mamma.

Ridurne l’angoscia tramite il semplice esempio di Edda, non migliore o peggiore del buon “Gianca” da lei così ribattezzato ma solo più serena di giocare come desidera, sotto l’occhio attento e non soffocata dalle attenzioni.

Osservare la positiva sorpresa negli occhi di una madre quando assiste alla facilità con la quale l’hircussiato figlio compie dei normali giochi da lei considerati pericolosi, anche per il giubbino, è una soddisfazione che di tanto in tanto mi tolgo quando mi trovo in qualche parco cittadino.

Madri, Padri e Nonni tutti, basta con le vostre ansie, liberate i bambini da quel cordone a doppia maglia che ne strangola l’infanzia, dipinta spesso di soli colori alla moda e non da quel modo, quasi vintage, di lasciarli serenamente giocare, crescere, staccarsi pian piano da noi…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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