spiegare ad una famiglia italiana in difficoltà, i benefici regalati agli extracomunitari ed ai clandestini…

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la Famiglia Piselli, autunno 2016

Chi ha iniziato a leggere questo Blog ha compreso che siamo abituati a viaggiare, a conoscere persone di ogni razza e colore, che viviamo umilmente nella filosofia de “less is more”. Per cui lungi da me ogni forma di razzismo o di classismo ed infatti questo articolo spiega le ragioni per le quali mi sento invece spinta, forzatamente indotta a dover assumere un pensiero di “differenza” proprio a causa della gestione delle differenze nel nostro paese da parte di una politica sociale molto ambigua.

Siamo una Famiglia di cinque persone, ci paghiamo tutto, dai trasporti alle cure mediche e per quanto siamo sotto il servizio sanitario nazionale è più volte capitato che, dati i lunghi tempi di attesa, abbiamo dovuto ricorrere al privato a pagamento per ottenere in tempi utili il percorso diagnostico necessario e certamente ci paghiamo il dentista nei suoi, alti, costi.

Sostanzialmente rinunciamo a tutto il superfluo proprio per riuscire a far fronte alle spese ordinarie e straordinarie, le nostri fonti di guadagno sono rappresentate dal mio scrivere quando “mi faccio pagare” i libri che rappresentano i contenuti più approfonditi dei temi che tratto anche in questo Blog oppure dalle consulenze on line a costo convenzionato e dai confronti in favore dei lettori che vivono un problema o una difficoltà, mentre mio marito fa il cuoco a chiamata oltre ad essere il mio fidato consulente, accedendo quando necessario anche a dei finanziamenti con il dovuto flusso di rientro da dover gestire.

Naturalmente nei momenti di difficoltà che anche noi abbiamo conosciuto, abbiamo accettato di svolgere tutti i lavori utili, dai badanti per gli anziani al lavare le scale.

Non possediamo beni o auto e nemmeno chili di oro nascosti sotto il mattone. Siamo gente semplice che conduce una vita normale arricchita dalle emozioni che abbiamo scelto di donarci affrontando la filosofia de “less is more” e viaggiando, per questo siamo stati definiti “una Famiglia nello zaino” ma in verità, senza quello “zaino”, saremmo considerati una Famiglia sostanzialmente ai confini della povertà materiale, che tale non sembra essere e non dimostra di essere proprio per la scelta di vita compiuta e per la ricchezza delle emozioni che riusciamo a scambiarci e ad offrire anche oltre il nucleo familiare.

Sposando questa filosofia abbiamo scelto di non aderire ai circuiti del sostegno sociale o di altre forme di richieste verso lo Stato laddove ci trovassimo in serie difficoltà, proprio per una forma di “ribellione” verso la politica di questo Stato e ben coscienti che ogni eventuale difficoltà dobbiamo saperla affrontare ma questa è la nostra storia, mentre nell’odierno articolo voglio raccontarvi dell’esperienza di una famiglia più ordinaria, la classica famiglia italiana composta da un padre lavoratore dipendente, da una madre casalinga e da due bambini normodotati e scolarizzati.

Qualche tempo fa mi è capitato infatti di assistere professionalmente una famiglia italiana in serie difficoltà economiche, che si era rivolta al comune per essere sostenuta dal servizio sociale, trovandosi poi immersa in una serie di accertamenti che questi hanno vissuto come loro dire umilianti, laddove hanno dovuto subire una sorta di confronto sulle capacità genitoriali e sui motivi della loro attuale povertà, ritrovandosi poi divisa fra bambini inviati in una struttura insieme alla madre ed il padre invece escluso e costretto a dormire da amici e parenti dopo essersi venduto anche la macchina, oltre al ricorrere alle associazioni convenzionate col comune per il “pacco viveri” e per le altre ordinarie attività della giornata.

Dopo il giusto periodo di confronto e di osservazione ho redatto quindi una relazione idonea a sostenere le loro capacità genitoriali, la positiva situazione evolutiva dei figli anche dopo lo sfratto e soprattutto protesa ad escludere ogni altra ragione diversa dall’aver perso la casa ed il lavoro che giustificasse la loro condizione di povertà materiale, associata come spesso capita ad un periodo di depressione secondaria e non il contrario come invece ipotizzato da altri, ovvero genitori depressi e “nullafacenti” che hanno mollato le redini rischiando di trascinare nella loro condizione anche i figli, motivo per cui era stato attivato una sorta di monitoraggio d’ufficio in tutela dei minori.

Le volte in cui sono andata a trovarli insieme ai miei figli ho potuto osservare anche la presenza di un ingente numero di extracomunitari assistiti dalle varie associazioni, giovani provenienti dall’Africa tramite quel canale migratorio rappresentato dai gommoni che tanto ha suscitato le polemiche nel nostro paese ed oltre i confini nazionali.

La prima lamentela che ho ricevuto è stata proprio nella differenza di “trattamento” fra la famiglia italiana e “loro”, ove la prima era assistita col minimo della sopravvivenza e “loro” invece “coccolati” addirittura con lo spostamento gratuito di un pulmino della associazione che li portava a fare delle visite gratuite presso i vari presidi ospedalieri e nei centri di vaccinazione. Oppure con l’invio presso alberghi convenzionati o case in affitto già pagato con tanto di volontari che gli portavano i pasti, mentre la famiglia italiana viveva divisa e si sentiva, sempre loro dire, umiliata quando per recarsi nello stesso posto loro prendevano i mezzi pubblici ed i “neri” invece accompagnati ma la cosa che sembrava farli più arrabbiare era rappresentata dai bei vestiti e dai telefonini con costi gratuiti che questi ricevevano mentre loro avevano dovuto rinunciare anche a quelli per dimostrare di saper gestire le priorità delle spese.

Niente che già non sapessi o non avessi osservato anche solo vivendo nel territorio di Ventimiglia, abituata a quel flusso migratorio verso la Francia che invece ristagna proprio nel paese di Latte ove attualmente viviamo, con momenti di calma ed altri di assoluta anarchia.

Come ho detto questa era una famiglia italiana che ha sempre lavorato ed ha pagato le tasse e per varie vicissitudini si è ritrovata a dover affrontare una grave difficoltà economica, quasi sempre associata ad altre realtà magari fino ad allora ignorate o ridotte di importanza, che temeva di rivolgersi ai servizi sociali per la paura di “perdere” i figli perchè “non se li poteva più permettere” e questo cattivo pensiero spiega bene il perchè ancora nel nostro paese i figli sono considerati quasi un bene e non solo persone.

In realtà non c’è questo automatismo “meno soldi-via i figli” perchè i coefficienti di valutazione per togliere i figli ai genitori richiedono delle variabili ben diverse dalla sola consistenza patrimoniale ma come ho detto sono proprio le complicanze secondarie che rappresentano la fonte di rischio in tal senso, come la depressione, come il rapporto conflittuale fra i genitori che si danno reciprocamente la colpa, come il contrarre debiti per bisogno e ritrovarsi a perdere tutto in un attimo con il conseguente isolamento creditizio che spinge verso lo strozzinaggio.

Non parlo quindi di una famiglia abituata al disagio, come possiamo vedere nei casi di una tossicodipendenza trans-generazionale o nelle classiche sacche sociali del disagio generale, parlo di una famiglia del tutto ordinaria che ha sempre vissuto una vita normale, fatta anche di investimenti sbagliati o di superficialità nelle spese perchè certi del proprio lavoro e mai hanno voluto, anche per esorcizzarne la paura, ipotizzare una diversa è peggiore realtà fino a quando non ne sono stati travolti.

Nel caso di specie riuscimmo ad ottenere la disoccupazione per il marito dopo un difficile iter burocratico perchè la ditta per la quale aveva lavorato non riusciva a ricostruire la sua “carriera” fra periodi a nero e orari ritoccati, riuscimmo a fargli ricevere un sussidio dal comune per le spese vive dopo che trovammo, privatamente, una gentile signora che sulla nostra fiducia gli affittò un piccolo appartamento e riuscimmo anche a formare il marito nell’arte della panificazione grazie alla quale l’uomo fu assunto da un amico di mio marito che necessitava di un “apprendista”.

Questo gli ha consentito di superare la difficoltà e di fare meglio i conti con la nuova fonte di sostentamento, anche di crescere come coppia e come famiglia ora invece serena dopo che i bambini hanno superato quelle difficoltà che sembravano aver vissuto dal distacco col padre.

Di contro, ho osservato il totale pensiero assistenziale verso gli extracomunitari, non solo nei giusti confronti delle giovanissime ragazze africane coi propri bambini, ben poche in realtà ma soprattutto in favore di giovani uomini “abili ed arruolati” con una struttura fisica ben diversa dai “biafrani” che ci hanno sempre fatto conoscere come bandiera della carestia.

Assistere, da parte mia, al parcheggio di numerosi ragazzi ed uomini presso varie sedi istituzionali e private, anche ben accessoriate, lasciati bighellonare per tutto il giorno nella città o nel paese in cerca di reti wi fi dove collegarsi coi loro nuovi telefonini, ben vestiti ed in qualche modo “arroganti” di questo ricevere, ha costituito un tema di confronto coi colleghi pubblici fra educatori pedagogisti e psicologi. I quali molto serenamente non hanno mai nascosto la loro delusione e mortificazione professionale di fronte al sostanziale commercio che di “quella gente” era fatto da parte di alberghi stracotti che si rifacevano una verginità economica cedendo i posti alla Regione, di associazioni nate sul momento che aderivano ai finanziamenti pubblici, di soggetti più o meno qualificati che sviluppavano dei corsi di alfabetizzazione e di inserimento sociale per migliorare le condizioni di questi migranti, utilizzando proprio i professionisti più seriamente qualificati come “educatori” al pari del bravo volontario che magari faceva l’idraulico di mestiere e nel tempo libero indossava l’uniforme dell’associazione per aiutare il prossimo.

Tutte azioni che raramente ho visto offrire al corrispettivo della difficoltà e del disagio rappresentato dalle famiglie italiane, escluso i nomadi Rom e Sinti anche di cittadinanza italiana ma, su questo tema, tornerò con un futuro articolo.

Quando il disagio diventa fonte di guadagno, nel nostro strano paese, tutti diventano specialisti dell’emergenza e l’emergenza stessa diventa un fatto cronico e stabilizzato proprio per trasformarsi in fonte di guadagno per ogni ente e persona che dell’emergenza altrui ci vive.

Se, poi, osservando le tante sigle associative e gli enti assistenziali pubblici e privati, si prende atto che riferiscono in alcuni casi anche ad un interesse politico, la solidarietà scade di valore e tutto si trasforma in consenso, trasformando in oggetto di consenso anche il dolore di chi si ritrova in difficoltà costretta a vivere lontano dal marito perchè sulla carta non ha i requisiti per essere assistito, dopo aver lavorato e pagato le tasse per anni, diversamente dal primo sedicente extracomunitario in fuga da presunte realtà belliche che, dopo essere stato preso in carico da un ente o da una associazione, lo ritrovi a nullafare in giro per la città con sigaretta in bocca, telefonino all’orecchio e già preda di quel sottobosco africano dello spaccio e del commercio abusivo.

Certo non è sempre così e vi sono numerose associazioni che effettivamente prestano delle opere di sostegno importante, al pari di enti pubblici ben organizzati ma occorre prendere atto della realtà per capire che il problema non è dato dalla sola differenza di trattamento del disagio bensì dal sistema che gestisce questo flusso migratorio, caratterizzato in gran parte da giovani clandestini che si dichiarano sedicenti e quindi di non facile identificazione anagrafica certa, rispetto a coloro invece realmente proveniente da serie problematiche e con tutti i requisiti per ottenere l’asilo politico o il giusto supporto umanitario che nessuno gli nega.

Il nostro è uno strano paese, in cui dei perfetti sconosciuti che adombrano una difficoltà ricevono casa, cibo, vestiti, accessori, sussidi ed ora sembra anche il dentista gratuito, pur nella loro piena facoltà fisica e psichica di produrre guadagno in modo autonomo, possibilmente diverso dallo spaccio, dall’accattonaggio e dal commercio abusivo. Poi incontri delle famiglie italiane in difficoltà che debbono rinunciare a curarsi i denti perchè il dentista costa molto caro ed osservi dei bambini ancora con una dentatura simile a quella dei nostri padri, nel periodo della guerra.

Col paradosso che se un membro della famiglia italiana finisce nella depressione secondaria rischia anche di vedersi monitorato nelle sue competenze genitoriali.

Tutto questo è fonte di un razzismo altrettanto secondario ed anche di ritorno rappresentato dal “giovane nero” che arrogantemente ci impone la sua ignoranza con quelle tipiche manifestazioni dell’arroganza dell’ignoranza stessa, perchè nel gran giro dei milioni di euro nessuno ha mai pensato di invitarlo a fare un percorso di educazione civica e di inserimento verso le regole sociali del nostro paese.

Tutto questo è pericoloso, perchè molte famiglie italiane in difficoltà preferiscono dare la colpa al diverso prima di porre in discussione le proprie responsabilità e, attualmente, gli sono offerte molte opportunità di razzismo.

E’ pericoloso perchè io stessa quando esco coi miei figli sono costretta a dover gestire l’arrogante, talvolta prepotente, richiesta da parte di giovani neri e magrebini non sempre dai contenuti urbani.

E’ pericoloso perchè quando osservo la fattura del dentista debbo fare i conti con una scelta nella economia delle rinunce e dei sacrifici per poi, sapere, che al primo sedicente che arriva il dentista è ora offerto gratuitamente.

Mi si permetta quindi, da pedagogista, suggerire che le priorità per un extracomunitario in fuga dalla guerra sono rappresentate dall’essere posto in condizioni di essere autonomo ed inserito, ove ne ha i requisiti, nel paese in cui ha scelto di donarsi una opportunità di futuro ed è il benvenuto. Non è una priorità emergenziale la cura dentistica presumibilmente gratis certamente utile ma, sinceramente, sono io stessa stanca di osservare i tanti girovaganti extracomunitari del nulla fare o dell’accattonaggio o mentre mi sbattono sotto il muso il loro commercio abusivo, sorridere con denti bellissimi certi del fatto che, tanto nel nostro paese, sono utili a qualcuno che farà di loro oggetto di fonti di finanziamento o di consenso politico.

Ecco perchè, alla fin dei conti, meglio essere una “Famiglia nello zaino” che nulla fa mancare ai propri figli nelle loro esigenze evolutive, scegliendo di viaggiare per allontanarsi da un sistema umiliante e mortificante, invece di restare preda di un paese del quale portiamo fieramente i colori ma ne riconosciamo tutte quelle lacune e debolezze istituzionali e sociali che stanno spingendo le famiglie italiane verso un razzismo secondario molto pericoloso, quando la disparità di trattamento e della gestione delle difficoltà appare agli occhi di molti italiani sostanzialmente, razzista…

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dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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