la paura del male grande ed il grande male della paura…

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Fabio Piselli, prima diagnosi del fibroma osseo, luglio 2017

La vita è quel meraviglioso cammino che ognuno sceglie di fare come meglio desidera o almeno così dovrebbe essere.

Cammino durante il quale si incontrano numerosi ostacoli che ci permettono come si suol dire di “misurarci la febbre” col nostro carattere, con la nostra capacità di affrontare le difficoltà e soprattutto con il timore di non riuscire a superarla, una difficoltà.

Uno di questi timori è rappresentato dal “male grande” ovvero dal cancro, dai tumori che sembrano ormai colpire chiunque tante sono le famiglie che possono ricordare un loro caro morto per uno dei tanti vari “oma” che riempono decine e decine di pagine della cartella clinica e la nostra Famiglia ne annovera diversi fra i caduti in questa guerra contro il destino, ad iniziare dai nostri rispettivi padri.

In questi giorni trascorsi da mia suocera a Livorno che ringrazio per la sua pazienza, mio marito Fabio è stato impegnato in quel percorso di conoscenza con la natura del fibroma che si porta nelle ossa da qualche tempo, in realtà se ne accorse nei primi anni duemila ma era talmente minuscolo da non rappresentare una preoccupazione, passando così qualche giorno fra ospedali e laboratori istologici in terra di Toscana.

Dopo i confronti con gli specialisti è emerso finalmente che la situazione è migliore di quel che sembrava essere, ovvero siamo ancora nell’isola del benigno anche se i medici consigliano di valutare l’ipotesi di asportarlo e, per questo motivo, ci stiamo confrontando coi tanti “se” e coi molti “ma”.

La paura è, per noi Famiglia Piselli, un ottimo sensore che ci consente di compiere delle scelte equilibrate ma, quando questo sensore perde di equilibrio, il rischio di fare delle scelte dettate dalla paura è elevato, motivo per cui ci prendiamo il tempo necessario per fare amicizia con questa nuova paura e capirne la giusta misura.

La malattia durante il viaggio è qualcosa che abbiamo conosciuto, dall’incidente stradale al resto delle varie emergenze non preventivate fino al riuscire a compiere un viaggio dentro la malattia come questa ultima esperienza ci ha consentito di fare.

E’ stato un bel viaggio a bordo dei nostri timori, non solo di coppia che si ama ma anche e soprattutto come genitori di tre figli ancora piccoli ai quali abbiamo progressivamente spiegato il senso degli eventi che stiamo affrontando appieno dal luglio del 2017, come ho già descritto in questo articolo (leggi).

i Ricordi della morte dei nostri padri sono immediatamente emersi, compreso quelli legati non solo al momento di chiudergli gli occhi ma nel corso della malattia stessa che, nel caso del Padre di Fabio ha avuto un percorso fatto di una pesante radio e chemio terapia.

Il primo pensiero in attesa del responso delle analisi ha fatto un viaggio nel treno delle ipotesi ove, in caso di risposta di un tumore maligno, i tanti “se” miravano appunto al quesito se fare o meno quel tipo di percorso tipico del cancro, fra chemio e tutto il resto delle terapie sempre più moderne. Attesa che spinge le orecchie fin dentro gli uffici del reparto sperando di captare le voci dei medici mentre allo stesso tempo di ripeti di non farlo, perchè potresti capire male e creare dei mostri che non ci sono.

Poi è giunto il sollievo della natura ancora benigna della “palla” che appesantisce la nostra vita negli ultimi tempi, con l’invito proprio a valutarne l’asportazione chirurgica se ritenuto effettivamente possibile da chi poi, in caso accettassimo, dovrà meglio analizzarne gli indici di rischio.

“Non ho un tumore” è stata la prima frase che Fabio mi ha detto al telefono ma la voce in sottofondo di un suo ex collega che lo aveva accompagnato in ospedale, egli purtroppo ben inserito nell’ambiente oncologico, ci ha ricordato “no, c’hai un fibroma ma per ora ti vuole bene” prendendosi uno dei rari scaramantici “vaffa” che escono dalla mia bocca.

Questo Blog rappresenta un confronto anche fatto di esperienze in prima persona e non solo ai riferimenti delle esperienze professionali, perchè credo molto negli esempi sia positivi che negativi, molte infatti sono le famiglie oltre questo schermo che vivono lo stesso momento e non tutte hanno i giusti strumenti per affrontarlo; mi auguro quindi che quanto scrivo possa essere di qualche ausilio e chi crede che solo parlarne “porta male” o appare come una sorta di vittimistica espressione della vita, sbaglia perchè proprio la vita necessita di tutta l’umiltà del reciproco confronto fra le esperienze personali e non fra la banalità del nulla che caratterizza molti colloqui.

Il  viaggio nella malattia ha delle fermate obbligatorie che sono quelle in cui scende anche la consapevolezza che esistono degli aspetti somato-formi che ne costituiscono i vari sintomi, reali, che poi invece di fronte ad una diagnostica non sempre si materializzano come visibili, quindi apparentemente “isterici”.

La somatizzazione di un conflitto, di un evento stressante e di una ampia serie di variabili interne ed esterne sviluppa effettivamente delle “malattie” che il corpo e la mente vivono come tali, talvolta si concretizzano in disagio fisico altre volte emotivo e qualcuno ipotizza che gli stessi tumori possono nascere dallo stress non elaborato.

Non ho competenze in medicina, ho studiato in modo approfondito il collegamento fra emozioni e stress e fra questo e la somatizzazione ma, debbo dire, che non ho mai avuto delle certe evidenze dello sviluppo di un tumore di esclusiva natura somato-forme.

Fabio in particolare ha sempre avuto una schiena “pesante” che gli ha creato non pochi problemi nel corso degli anni, studiando le dinamiche della quale abbiamo potuto riconoscerne, fra i traumi fisici patiti, anche degli aspetti somato-formi che effettivamente in precisi momenti di stress o di fronte ad un dato conflitto, si manifestavano.

I conflitti emotivi e psicologici ci consentono di lottare con noi stessi a tal punto da essere i nostri peggiori nemici, per questa ragione ritengo molto importante affrontare un “viaggio” nei vari lidi dei meccanismi difensivi ove approdano i pensieri naufragati dal distacco con il nostro equilibrio psico-emotivo in generale e con la facilità con cui riusciamo a farci del male in particolare.

Talvolta capita che la nostra mente ci dica razionalmente di non attivare un comportamento che poi invece manifestiamo, anche rendendoci ridicoli o donando delle armi al “nemico” magari con delle frasi o delle “recite” utili per contenere la sofferenza che nasce dal conflitto di quel dato momento.

Situazione che successivamente escluderemo dai nostri pensieri come “mai accaduta” oppure potrà renderli protagonisti di una messa in discussione anche feroce per capire le ragioni per le quali siamo ancora “deboli” di fronte ad un dolore che evidentemente non riusciamo ad elaborare.

Il tempo che trascorre durante l’attesa di una risposta fra le evidenze di un tumore maligno ed il suo contrario è pregno di questi meccanismi, fra una logorroica manifestazione di stress ed un silenzio assordante, tra il simulare una identificazione verso un fregio di forza ed affrontare invece la realtà delle proprie paure.

La paura della sofferenza, del dolore e della morte è quindi quell’emotivo “oma” col quale fare i conti tutti i giorni, perchè esorcizzare la morte può aiutare a far finta di vivere ma si rischia poi di vivere fingendo che la morte tocca solo agli altri, perdendo così quella empatia e quella umanità necessaria per vivere appieno la nostra epoca, anche con tutti i suoi momenti di malattia vera, presunta o potenziale…

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dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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