il male ridotto al nulla e la banalità dei colloqui…

Fabio_Piselli_aprile_2018_Latte

Fabio Piselli, inverno 2018

Uno dei maggiori pericoli per ogni forma di intelligenza è rappresentato dalla assuefazione al male, dall’abitudine al male-stare altrui e soprattutto da quell’egoismo difensivo che ci trasforma tutti in vittime di noi stessi, incapaci di emozioni reali ma solo di mere sensazioni di benessere.

Ascolto il disagio degli adulti, delle coppie in particolare, in alcuni casi caratterizzato da una tale banalità che sfiora la patologia benché sia espresso da persone del tutto dotate ed anche con uno spessore formativo universitario, non solo dall’anziana popolana che parla per frasi fatte ed occhi al cielo.

“I problemi ce li abbiamo tutti” è la tipica frase del confronto laddove il tema riguarda il disagio di un parente o di un amico; oppure “ma, qualcosa ci sarà” con quel pizzico di dubbio rispetto ai contenuti di una difficoltà tema di un confronto.

Tutti si interessano ma nessuno vuol sapere nulla, tutti giudicano ma nessuno dice di farlo, tutto è uguale a tutto col risultato del nulla periodico sotto il profilo del reale significato del confronto, delle esperienze, della possibilità o meno di affrontare e superare una difficoltà emotiva, relazionale o materiale.

La debolezza umana alla quale assisto è disarmante e per questo spinge molti ad adeguarsi a questa forma di silente resa alla banalità del male, partecipando così ad un meccanismo demotivante che alimenta il male stesso anche sotto forma di mancata partecipazione ad ogni opportunità di soluzione.

L’autismo sociale è una patologia sempre più insorgente, ove tanti egoismi ammassati insieme altro non fanno che girare in tondo fra loro tramite quei rituali movimenti compulsivi e quelle parole vuote gridate alla eco del nulla.

Il bene materiale diventa così un totem identificativo, ora una manifestazione di benessere economico ora una mortificante espressione di piacere del malessere altrui riconosciuto come benessere proprio.

Una società debole avrà sempre bisogno di un duce, di un motivatore, di un catalizzatore di debolezze individuali che, ammassate come pecore, credono di formare un insieme unito e compatto specialmente quando gli offrono un nemico da odiare oppure un “diverso” verso il quale proiettare la propria angoscia, fosse anche un parente od un amico.

Il grande errore che compiono coloro capaci di confronto e di intelligenza emotiva è quello di abbandonare il confronto stesso con chi trasforma la propria ignoranza nella banalità del nulla. Abbandono assolutamente comprensibile e spesso unica risorsa per non finire in un esaurimento nervoso ma sbagliato, perchè riduce il seme della ragione e lascia spazio al banale gergo comunicativo di chi poco dice e molto parla.

Ci vuole pazienza infatti a parlare con chi non solo riduce ogni contenuto alla misura della propria “visione” ma ne trasforma il significato in forza di un banale meccanismo del colloquio, ovvero non ascolta ma “sente” e, di quel che sente, ne fa una conclusione propria attribuendola però all’interlocutore, col risultato di un vociare in progressivo aumento che non giunge ad una condivisa comprensione ma solo ad un conflitto mediato dalla banalità stessa.

Gli intelligenti hanno un dovere, da un lato quello dell’umiltà e dall’altro quello della fermezza della propria umile intelligenza, per non rischiare di scadere ad un livello tale da perdere anche la propria capacità di riconoscersi intelligenti senza arroganza, la stessa arroganza manifestata da chi impone una intelligenza auto prodotta cementata da tanti, tantissimi “io”.

Non dobbiamo arrenderci alla banalità del nulla, occorre invece impegnarsi a soffrire anche il male altrui, altrimenti finiremo solo con il compiacerci intimamente della morte improvvisa del vicino di casa, sperando di riuscire finalmente a costruire quella veranda abusiva che tanto lo disturbava…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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