due parole sui figli suicidi…

testata2000

balzi rossi, Ventimiglia

Avevo appena aperto la finestra per cambiare aria alla stanza dopo esserci alzati al mattino presto, quando sentii il tonfo di Irene, una adolescente che si era appena buttata dalla finestra di fronte a casa nostra, uccidendosi.

Abitavamo a Ventimiglia Alta dove siamo rimasti per poche settimane in attesa di tornare in Francia, giusto il tempo di vivere ed affrontare quel lutto che aveva colpito tutti nella piccola realtà di quel “villaggio” coeso fra le famiglie e la comunità.

Mi è capitato quindi di elaborare un lutto che in qualche modo ha colpito anche la nostra Famiglia, per quanto giunta in paese solo due giorni prima ma quell’evento ha coinvolto tutti ed ha richiamato in qualche modo la stessa drammatizzazione dell’attentato di Nizza che avevamo vissuto pochi mesi prima.

Irene era una giovane studentessa di 19 anni, non una ragazzina quindi e nemmeno una donna, una giovane che si affacciava alla vita oltre la famiglia che, per ragioni mai comprese appieno, ha scelto di uccidersi, non volando dal quarto piano come poeticamente ho sentito dire, ma cadendo dal quarto piano e morendo in modo atroce dopo qualche momento di agonia.

Irene, come molti altri adolescenti che scelgono la morte come espressione del loro vivere, come manifestazione di una determinazione autonoma, come punizione per una famiglia opprimente, come ultima risorsa interna di un mondo esterno per il quale erano privi di risorse o, come tali, quel mondo li faceva sentire.

Perchè i ragazzi si uccidono, in un crescendo di episodi fra la morte cercata per chiaro suicidio e la morte trovata per aver sfidato la vita tramite quelle prove di coraggio che in fin troppi oggi filmano per identificarsi nel gradimento dei followers di un account su youtube o su facebook.

Il perchè risiede tutto in noi genitori, tutti, nessuno escluso, nemmeno noi che crediamo di avere una marcia in più come educatori pedagogisti ma in realtà non è così, perchè crescere dei figli richiede tanta umiltà e tanta dobbiamo riuscire a mantenerla, sempre.

I genitori “moderni” sembrano aver perduto il coraggio del proprio ruolo, sembrano non avere più la giusta misura fra l’investimento nei figli come responsabilità per farli crescere e l’investire nei figli come un interesse futuro da dover pretendere.

Genitori incapaci di porsi in discussione e come tali protesi al controllo della vita dei figli con regole e doveri talvolta castranti e mortificanti.

Genitori “amici” che camuffano la propria incompetenza e la loro scarsa autorità emotiva con un rapporto che non esiste, perchè un genitore amico non significa nulla.

Genitori zerbini che non sanno imporre un divieto ai figli per timore di dover poi affrontare un conflitto.

Genitori vigliacchi che abbandonano i figli perchè incapaci di accettare di essere messi in discussione da un ragazzo o da una ragazza, che durante l’adolescenza si ribellano a quelle regole ed a quei doveri imposti, che necessitano di determinare un pensiero autonomo facendo giustamente anche le domande più fastidiose ed innescando dei frustranti conflitti per un genitore che come tale, ha, il dover di tollerare.

Genitori schizofrenogeni, per i quali è più importante l’assetto dei cuscini di un divano e la simmetria delle sedie rispetto che l’equilibrio di una figlia, perduto sul divano di un adulto estraneo alla famiglia.

Genitori immaturi che entrano in conflitto coi figli, dai quali pretendono quell’interesse di un investimento genitoriale dopo aver risparmiato in emozioni mai donate.

Genitori frustrati che proiettano sui figli le loro angosce e dai quali ne chiedono la compensazione, costringendoli a ruoli professionali a loro vietati, a titoli di studio compensativi di un ruolo sociale mediocre, a colmare quelle lacune evolutive di un adulto mai cresciuto che impone ai figli tutta la sua immaturità, sotto forma di ricatti morali, di divieti emotivi e soprattutto di mortificazioni costanti; relazioni malate, le stesse che poi aprono una finestra dalla quale i figli si getteranno fisicamente oppure gettando al vento la propria vita per punire un padre ed una madre ossessivi, ingerenti, controllori, castranti e soprattutto incapaci anche di accettare il dolore della morte di un figlio, da de-umanizzare immediatamente per timore di soffrire.

Quando da pedagogista lavoro sul disagio degli adulti, incontro anche quei genitori che della delusione fanno uno strumento educativo verso i figli, senza capire che proprio quel senso di costante delusione spegne la volontà, la grinta, l’autonomia di un bambino e di un adolescente soffocato dal sorriso spento di un padre e di una madre, delusi, da cosa?

Cari genitori fatela finita con le vostre manifestazioni di finta autorità tramite l’urlo, la voce alta, il dito puntato, le botte e quelle colpe indotte ed introdotte a forza nelle emozioni dei vostri figli, dai quali pretendete dei risultati materiali perdendo di vista l’unico reale obiettivo che un genitore deve raggiungere coi e per i figli, ovvero la loro completa autonomia ed il sereno distacco dalla famiglia.

Distacco che, in fin troppi casi, avviene tramite un salto dalla finestra…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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