pedagogia delle dipendenze, dottoressa mi aiuti, mia moglie è schiava del gioco…

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Sara Moi Piselli, progetto pedagogia delle dipendenze, dicembre 2010

Non ho mai avuto l’abitudine del caffè al bar ma di tanto in tanto mi capita di entrare in un locale pubblico nel corso degli spostamenti o dei viaggi, in cui nella gran parte delle occasioni osservo qualcuno giocare alle “macchinette” ovvero le slot machine, anche al mattino presto.

Negli scorsi anni ho potuto confrontarmi con la realtà del gioco all’interno di un circuito delle cosiddette sale, in cui mio marito stava conducendo una collaborazione, scoprendo un mondo che non conoscevo diverso dalle dipendenze tipiche con le quali mi ero interfacciata prima, assistendo precedentemente chi aveva vissuto la dipendenza dalle sostanze stupefacenti e la dipendenza dal sesso.

Ricordo un uomo che chiese aiuto dopo essersi accorto di un forte ammanco di soldi dai conti correnti ma soprattutto quando un amico comune gli disse che la moglie frequentava assiduamente una sala slot, nella quale giocava per ore immersa in musichette suadenti.

In pochi mesi aveva dilapidato i risparmi di anni, il marito era disperato perchè quando ha affrontato la moglie ha trovato un muro di negazioni e di bugie contro il quale ha sbattuto a lungo e, anche tentando di abbatterlo, in realtà è riuscito solo a spingere ancora di più la moglie verso il paradossale rifugio compensativo del gioco.

Che fare, quindi, di fronte ad un problema che rischia di distruggere una famiglia, non solo sotto il profilo economico ma anche nella relazione fra i coniugi e coi figli.

L’approccio pedagogico alle dipendenze si concentra sulle risorse interne della persona che vive questo disagio, anche residuali, per estrarre ogni opportunità di rinforzo e di recupero di un equilibrio idoneo per tornare a vivere un benessere personale, relazionale e familiare. Non adotta quindi un protocollo comune per tutti ma personalizza l’ascolto ed il sostegno pedagogico in base alle caratteristiche del soggetto che necessita dell’aiuto, senza giudicarne il comportamento o la personalità.

Quando incontrai la donna vidi la classica casalinga ordinaria, senza grandi risorse culturali ne picchi di disagio particolare, una volta accompagnati i figli a scuola e salutato il marito mentre si recava a lavorare, trascorreva qualche ora a casa per “fare le faccende” quindi dopo aver visto il salotto televisivo mattutino usciva a fare la spesa, finendo col restare più di quanto avesse voluto attaccata alla macchinetta della sala slot, in cui dai pochi euro iniziali ha proseguito a giocare e fra vincite perdite ha di fatto portato a zero i risparmi di una vita.

Naturalmente il marito era corso ai ripari limitandone l’accesso alle carte di credito ed ai conti correnti, compreso quelli della famiglia di origine della donna, il rischio evidente era però quello di spingere la moglie verso il circuito clandestino dei prestiti tipico di questi ambienti, oltre a tutti i problemi relazionali che il meccanismo di negazione della donna alimentava fino anche a vivere dei litigi feroci e talvolta violenti.

La tutela dei figli minori era uno degli obiettivi del mio intervento, proprio perchè il disagio della donna non era confinato alla sua sola persona, problema che rappresenta un vero e proprio campo minato che esplode per simpatia e come ho detto distrugge tutto e tutti.

“Peggio di avere una drogata in casa”. Usava ripetere l’uomo nella sua disperazione, impotente di fronte anche alla sua preghiera rivolta verso i gestori della sala ai quali si era rivolto per impedire alla moglie di entrare, trovando una risposta da considerare ragionevole quando il direttore gli disse che cercare la soluzione alla fonte del problema era come chiedere allo spacciatore di non vendere la droga al tossicodipendente.

Approcciare a queste forme di disagio senza sconfinare nella professione della psicologa, richiede da parte mia la abituale attenzione al riconoscimento della misura dell’entità del problema sofferto da chi necessita di un serio sostengo per superare le proprie difficoltà interne ed esterne.

La supponenza di sapere e di saper fare non serve a nulla, al contrario l’umiltà della piena consapevolezza delle proprie capacità personali e professionali è l’unico reale strumento operativo col quale è possibile creare quel rapporto di fiducia fra la pedagogista e la sua assistita, nel caso di specie. Arricchendo questo rapporto con il progressivo raggiungere degli obiettivi a breve termine tali da donare il giusto rinforzo per mirare a quello successivo con tutte le capacità residuali recuperate.

Ho sempre ripetuto che la pedagogia non è una materia che può essere calcolata per ore di lavoro, perchè ritengo ingiusto imporre a chi ha delle serie difficoltà a porsi in discussione dei tempi confinati per farlo, motivo per cui i progetti sociali mirati consentono di superare le tariffe e gli orari tramite una organizzazione dei tempi e dei costi accessibile per chi, soprattutto, vive le complicanze secondarie di un disagio serio come quello della dipendenza da gioco, ove anche una moneta da due Euro rappresenta un “giro di sette” da far suonare dentro la trappola delle macchinette.

Dopo qualche mese di lavoro riuscimmo a trasferire l’obiettivo del gioco verso un gioco trasformato in strumento di lavoro per raggiungere il vero obiettivo di ridurre la dipendenza del gioco stesso, fino a superarla completamente.

Sono consapevole che tale disagio, da considerare nei casi gravi come una vera e propria patologia, non è originato dal solo giocare e per quanto ipnotiche siano le macchinette non attivano le stesse dinamiche della dipendenza dell’eroina per capirci. Per questo occorre agire sulla persona, sulle sue ansie, sulle sue angosce, su conflitti che non riesce ad elaborare e sulla valutazione dei meccanismi difensivi che ha attivato.

Cosciente che sarebbe stato impossibile interrompere tout court la dipendenza in tal senso, ho iniziato a ridurre lo spessore del gioco e dalle slot che sono una voragine a cielo aperto di soldi da buttarvi dentro, insieme al marito ed alla donna siamo riusciti a stabilire una quota minima da investire per un certo periodo nel gioco che ho indirizzato verso i gratta e vinci, tali da permettere alla donna di “scaricare” le ansie e di compensare i bisogni anche con vincite minime.

Nel frattempo abbiamo lavorato sul disagio e sulla estrazione di quelle risorse che hanno consentito alla donna ed alla famiglia tutta di recuperare una alleanza utile per risolvere il problema.

Dopo qualche settimana di gratta e vinci e qualche centinaio di Euro fra spesi e vinti, nulla in confronto ai numeri della sala slot precedenti, abbiamo offerto alla donna un compito individuale tale da soddisfare quelle esigenze di rinforzo di cui necessitava ed anche di riconoscimento della propria realtà interna invece in qualche modo annullata dalla vita che stava conducendo, durante la quale aveva “dimenticato” se stessa.

Queste forme di disagio non hanno infatti una esclusiva origine individuale, si attivano nella persona che vive una esistenza spesso frustrata nella qualità della relazione in famiglia, nel rapporto col coniuge, nella gestione dei figli, fino al confronto con la differenza fra quel che si è rispetto a ciò che avremmo potuto essere.

A tutto questo di aggiungono le resistenze al porre e porsi in discussione, la fuga dalla sofferenza tramite i meccanismi inconsci ed una ampia serie di variabili che aggravano il quadro di insieme della situazione se, poi, ci si mette anche il marito con le urla di disperazione e qualche sonante schiaffone, di certo la situazione stessa non migliora.

Il gioco d’azzardo, perchè di questo si parla, è una trappola seducente per le persone che vivono una fragilità temporanea o permanente, nella quale restano vincolati per lungo tempo o per il breve tempo utile a svuotare i conti ma, non per questo, termina la dipendenza che invece ricerca altre fonti di denaro per continuare a mantenere in essere quella parentesi di sospensione della propria vita e, ritengo giusto, far comprendere che si è sospesi su un filo di lana, sopra un vulcano attivo.

Lo Stato sembra fare il solito gioco delle tre carte, ove ti avvisa che è nocivo giocare ma allo stesso tempo permette di trovare il gioco ad ogni angolo e, forse, la politica non ha ancora compreso che sta essa stessa giocando d’azzardo coi suoi cittadini, che nei casi di dipendenza patologica da gioco impongono costi elevati alle risorse pubbliche.

Chi vince alla fine dei conti è sempre il banco, rimane quindi da chiedersi se il nostro Stato funge da couprie nei grandi numeri dei miliardi che, proprio il gioco d’azzardo, muove sulla pelle e sulla mente di tante persone e di troppe famiglie…

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dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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