educare i figli ad accettare i “NO” dei genitori ed educare i genitori a capire i “no” dei figli…

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Fabio e Matilde Piselli, in viaggio 2014

I bambini di fronte ad una frustrazione piangono, gridano, picchiano e urlano contro i genitori o mordono i fratelli o gli amici, bambini che hanno il loro pieno giusto diritto alla irrazionalità dell’infanzia; sperare che un bambino piccolo sia maturo abbastanza da capire le esigenze dei genitori rientra nell’area della (terribile) cultura adulto-centrica.

Questo non significa che ai bambini debba essere permesso tutto o adeguarsi alle loro reazioni, come non significa che possa bastare un rimprovero, la voce autoritaria o una punizione per interrompere il “problema” col rischio solo di mortificare un figlio e, così facendo, incrementarne l’intolleranza.

I bambini non dovrebbero sempre gridare, sempre picchiare, sempre urlare contro i genitori e sempre mordere qualcuno. Lo fanno perche è un modo di comunicare la loro frustrazione, per la quale i genitori debbono saperli educare, proprio per insegnare loro a gestirne l’intolleranza.

I bambini chiedono, desiderano, posseggono, pretendono gli oggetti, come un gioco o i dolci per esempio, hanno un metodo di ricatto meraviglioso espresso proprio col pianto e le grida o quella serie di comportamenti individuali che li caratterizzano come le espressioni, la mimica, le parole ed i gesti.

L’infanzia però ha un processo evolutivo comune, ha delle dinamiche comuni per cui nel massimo rispetto di ogni singolo figlio che possa avere delle particolari risorse, i bambini si trattano da bambini, rispettandone le tappe ed i tempi di crescita e di apprendimento delle loro capacità, non imponendo i tempi delle nostre immediate esigenze.

Osservo dei genitori zerbini che camuffano la loro incompetenza con una presunta “amicizia” coi figli, altre volte invece trascuranti dei palesi bisogni dei bambini; genitori che sembrano non essere in grado di gestire le varie manifestazioni di intolleranza dei figli piccoli adeguandosi alla compensazione per il solo farli smettere di piangere, oppure reagendo a loro volta col “pianto degli adulti” ovvero il dito puntato, la voce alta, il rimprovero ed ogni tanto lo sganassone-sculacciata.

Ho tre figli e ben conosco i limiti della sopportazione al pianto, alla bizza feroce, alla testardaggine, al puntare i piedi oppure ad assumere quelle espressioni tipiche del bambino arrabbiato in stile “avrai notizie dal mio avvocato” per capirci.

Di fronte alle loro “crisi” sono la prima ad usare un tono di voce fermo, la prima ad indicare col dito cosa non fare, la prima anche ad accompagnare fisicamente i figli quando non vogliono muoversi ma tutto questo avviene nella serena gestione della mia frustrazione, della mia intolleranza di fronte ai tanti “no” che i miei figli mi hanno opposto e mi oppongono ad una richiesta, ad un invito, ad un compito.

Essere genitori non significa quindi solo imporre dei “no” ma anche accettarli e saperne comprenderne il significato, questo per evitare di assistere al padre autoritario che spiega ai figli il divieto assoluto di negare un suo “ordine” oppure di osservare una madre sentirsi inadeguata perchè non riesce a spostare il bambino dal carretto dei gelati.

Il tono fermo di una madre non è un rimprovero mortificante, un dito che indica un divieto non è un dito puntato e spostare fisicamente un bambino non richiede necessariamente dei metodi da polizia antisommossa.

La pedagogia è una risorsa ma non amo le scuole di pensiero che “vendono” dei metodi o dei pacchetti educativi tout court, perchè le variabili sono tante e le situazioni familiari ancora di più, tali da rendere questi metodi inapplicabili oppure utili solo alla loro commercializzazione.

Preferisco affrontare le dinamiche dell’infanzia e suggerire ai genitori di riferirsi a queste in via generale per poi individuare un linguaggio comunicativo coi propri figli in particolare ma, prima, è necessario “bonificare” i genitori stessi dalla loro immaturità o presunzione di sapere che basta il “cuore di mamma” oppure il ruolo di padre perchè tutto gli sia dovuto.

I ricatti morali ed il petto gonfio fanno solo danno ai bambini, sempre.

Educare i figli ad accettare i “NO” dei genitori richiede tempo, non basta infatti leggere due righe scritte da una pedagogista su un Blog e tutto funziona.

Richiede il tempo necessario per strutturare la relazione genitori-figli in modo tale che quei “NO” siano veicolati nello stesso percorso delle emozioni, con lo stesso metodo di espressione delle emozioni e non come un certo ed assoluto esempio di negazione radicalmente diverso dalle coccole o dalle carezze che un padre ed una madre fanno ai propri figli.

Credere che porre un bambino di fronte al pensiero  bravo-uguale-carezze e cattivo-uguale-“NO” è assolutamente sbagliato, perchè si rischia solo di aver i figli col campanello alla Pavlov con un ulteriore rischio di confondere i loro “due mondi” nella famiglia. Quello interno (dei bambini) e quello esterno (dei genitori) al quale debbono adeguarsi in base al timore della punizione di perdere il loro affetto o di sentirsene abbandonati quando un genitore dice al bambino “mi stai facendo soffrire” oppure “farai morire tua madre” ma anche “non ce la faccio più” e soprattutto “mi hai stancata, non ti voglio, non ti sopporto più” oltre ad una innumerevole serie di frasi la cui interpretazione (del bambino) è ben diversa dal significato espresso (in quel momento) dal genitore.

Porsi in contrapposizione al rifiuto o alla crisi dei bambini rappresenta solo un indice di immaturità dei genitori, non una presunta scelta a “misura di infanzia”.

I figli piccoli necessitano di una seria autorità emotiva, non di un genitore-addestratore o di un genitore buono fino a quando non si arrabbia, perchè tutto questo li confonde, non li educa.

Una autorità emotiva che ogni genitore è sempre capace di esprimere, in modo individuale ed in base alle sue caratteristiche, non è possibile quindi adeguarsi ad un presunto metodo ma occorre invece estrarre una propria risorsa ed impegnarsi a trovarla, formarla ed esprimerla con tutto il sacrificio necessario anche di accettare le proprie lacune e rappresentato dalla sofferenza del sapersi porre in discussione.

Questo  è un dovere per un genitore, altrimenti si impone ai figli di adeguarsi alla debolezza genitoriale, poi non lamentiamoci se avremo bambini che non sanno tollerare una frustrazione.

La mia autorità emotiva la esprimo con lo stesso linguaggio dell’amore che veicolo ai miei figli, il quale non ha dei “momenti” di maggiore o minore amore in riferimento a come i bambini gratificano le mie aspettative bensì è strutturato con uno spessore che non cambia di fronte al bene-stare o al malessere vissuto in un determinato momento.

Questo significa che indipendentemente dal mio umore o dalle mie espressioni i bambini hanno, sempre, la piena certezza e consapevolezza del mio amore per loro, che mamma non li abbandona, che mamma non si è trasformata in una persecutrice ma in quel momento comunica un chiaro messaggio, una regola, richiede la loro attenzione e non “inquina” il loro mondo interno.

Quando per esempio la mia figlia più piccola Edda, detta la “fascistedda” si impunta per imporre una sua pretesa ed osserva la mia autorità emotiva nel negarla, vive una frustrazione (giusta) che le insegnerà a misurare la sua tolleranza e non percepisce nessuna forma di abbandono, di conflitto o di trasformazione di una madre da tenera a feroce, sentendosene così confusa. Al contrario “ascolta” le mie espressioni, sente il mio linguaggio senza grida, dita puntate, rimproveri o sculacciate che a nulla servono.

Occorre da parte mia la pazienza dei suoi tempi, durante i quali si impunterà, oppure si metterà col viso mortificato contro una parete o magari piangerà forte da sembrare che la stanno scannando (come direbbe mia suocera).

In tutto questo il suo mondo interno è preservato dal dirle che è giusto piangere, arrabbiarsi, impuntarsi e quindi essere e comportarsi come una bambina di due anni e, per farle capire le cose con una serena autorità emotiva che non metta mai in discussione la sua certezza di essere amata e protetta, basta dirle allo stesso tempo quel che non è giusto fare nel suo mondo esterno, per esempio gettare via un giocattolo o rompere qualcosa oppure agire un comportamento pericoloso.

Le parole esatte “è giusto fare questo ma non è giusto farlo così” sono veicolate con lo stesso tono delle coccole ma con una voce ferma e concentrata sull’evento del momento, non gridata o comunicata coi toni della mortificazione e di rimprovero, anche se occorre da parte mia un vero e proprio controllo delle mie immediate reazioni, della mia intolleranza altrimenti in alcune occasione sfocerebbe nella classica presa per un braccio per trascinarla via imprecando i vari angeli, magari anche in lingua sarda.

Certo tutto questo richiede tempo, i risultati non sono immediati ma si concretizzano a medio e lungo termine e posso garantire che gli altri due figli più grandi li stanno manifestando positivamente, perchè sono sereni nell’accettare un divieto o un rifiuto ma soprattutto sono ridotte le occasioni di divieto e di rifiuto proprio perchè sono sereni.

E’ difficile affrontare questo tema con un linguaggio idoneo per tutti i genitori, sia per chi ha delle competenze culturali sia per coloro che crescono i figli a sganassoni, per questo mi scusino i colleghi se privo questo articolo di uno spessore pedagogico tecnico ma il mio obiettivo è far passare il messaggio del suggerimento del rispetto del mondo interno dei bambini, con l’invito rivolto ai genitori ad approfondirne il significato.

Sono assolutamente convinta, per formazione ed esperienza, del significato di una autorità emotiva per i bambini piccoli e meno piccoli, da strutturare nel linguaggio comunicativo delle espressioni delle emozioni all’interno delle relazioni familiari, senza dedicare al momento di male-stare uno stravolgimento tale nei comportamenti e nei linguaggio tale da confondere l’interpretazione e l’espressione delle emozioni dei figli.

In parole povere siamo tutti bravi a raggiungere un immediato risultato con l’uso della voce grossa e con gli sganassoni oppure acconsentendo alle pretese dei figli, dobbiamo però essere dei bravi genitori che guardano lontano, investendo quindi su un metodo che consente di avere dei risultati certi per il progressivo percorso evolutivo dei figli e non per le nostre immediate esigenze…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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