educare i figli piccoli alla reciprocità…

Non vi sarà mai nessun progetto educativo in favore dei figli, in assenza di un esempio da parte dei genitori.

Per cui sarà impossibile per i figli apprendere il concetto emotivo della reciprocità se questa manca nella relazione all’interno della Famiglia e nel rapporto con gli altri.

Investire nella capacità di riconoscersi negli altri da se non significa omologarsi o ridurre le proprie caratteristiche, al contrario, rappresenta una opportunità per trasformarle in una mutuale risorsa espressiva di confronti, emozioni, collaborazioni sotto ogni aspetto.

Il primo risultato che si ottiene educando i figli alla reciprocità fra loro e con gli altri è quello dell’assenza di nemici, di nemici strumentali che spesso i genitori idealizzano per proiettare in questi ogni propria frustrazione.

La reciprocità tra fratelli è una delle più belle soddisfazioni della vita, raggiunta non tramite un addestramento emotivo e manipolatorio dei figli ma con l’esempio del sacrificio, della rinuncia, della capacità di soffrire senza ridurre lo spessore dei sentimenti e soprattutto con l’assenza di ogni forma di odio e di rancore, perchè il peso dell’odio e del rancore è un fardello che appesantisce la crescita emotiva dei bambini.

La reciprocità non si esprime solo nel supporto durante una fase di tristezza, si manifesta anche e soprattutto con la condivisione dei sorrisi e della felicità ma certamente lo si nota proprio durante la vicinanza in un momento “brutto”.

Recentemente mio marito ha dovuto sostenere degli accertamenti clinici, i bambini si sono accorti del suo camminare diverso, del suo andare lento e del ridotto spessore del gioco che fisicamente usano fare, ora invece più attento verso la schiena e la regione inguinale.

Hanno posto delle domande senza pretendere delle risposte, quasi esprimendo le loro emozioni sotto forma di un quesito con un punto interrogativo piccolo, piccolo come loro.

Fabio, mio marito, si era addormentato sul divano quando Matilde, Fabio Massimo e Edda si sono seduti di fronte a lui guardandolo come per studiare qualche segnale di cambiamento per capire le ragioni per le quali “non gioca più con loro” come prima.

Hanno assunto una espressione triste, silente, quasi rassegnati ed ho scelto di restare appoggiata allo stipite della porta per osservarli senza farmi vedere, scattando una foto come spesso uso fare per arricchire il loro “libro delle esperienze” che costruiamo progressivamente per regalargli i profondi ricordi della loro crescita una volta diventati adulti.

Matilde ha visto giungere Edda appoggiarsi al suo petto con le spalle, poi Fabio Massimo ha iniziato ad accarezzarla stringendola a se, si guardavano trattenendo il pianto mentre chiamavano il Babbo che invece era proprio crollato in un sonno ristoratore dopo qualche giorno difficile.

Di colpo la piccola Edda ha sorriso ed indicando Fabio ha detto che Babbo è un ciccione, quindi una gran risata e via coi giochi fra loro e pian piano ognuno per se, chi con un album da colorare, chi con la lezione da fare e la “fascistEdda” protesa a svegliare il Padre e colpi di baci, pulendosi la bocca ogni volta col braccio come loro abitudine ridendo nel farlo.

Poco dopo mio marito si è svegliato ed ha regalato loro il sorriso di esserne il Padre, non la rabbia di non riuscirci fisicamente a giocare per qualche tempo ancora, non l’imprecare questo e quello per il timore di una lotta dei linfonodi contro una infezione che ancora sembra ignota ma solo una manifestazione di felicità reale ed effettiva e non eretta a bandiera della paura di soffrire.

Questo è l’unico esempio per educare i figli alla reciprocità fra loro e con gli altri, il saper soffrire senza odiare, il saper avere tanta paura senza cercare dei fregi per nasconderla e soprattutto il saper donare ai figli lo stesso spessore emotivo sia nel bene che durante i momenti meno sereni, con quella autorità emotiva di cui tanto vado fiera.

Non scrivo per auto-celebrare la mia Famiglia, che ancora molto deve imparare, lo faccio per chi Fabio ha incontrato in quel suo piccolo viaggio in un settore di un ospedale che già conosceva, nel quale è morto suo Padre.

Ospedale in cui ha incontrato chi ha perduto le speranze e chi invece ne costruisce di mendaci, chi non si rassegna alla morte e chi lotta realmente per restare vivo, un esempio che mio marito ha tratto per rinforzare tutti noi, specialmente ove di fronte alla loro diagnosticata patologia Fabio ne ha solo l’aspetto benigno e questi linfonodi che fanno il loro lavoro lottando contro una infezione e, tutti noi, sappiamo il rischio che vi è nella sconfitta, ovvero che da anticorpi potrebbero nella ipotesi peggiore trasformarsi in un vettore dell’infezione stessa che andrebbe ovunque, per questa ragione in molti casi consigliano di “levare via tutto” ma nel caso di Fabio siamo fortunatamente ancora a dei livelli di guardia bassa.

Avere dei figli che ti guardano mentre dormi è la migliore medicina, non forse contro un processo flogistico, certamente per la vita di tutti i giorni, durante la quale investire nel concetto di reciprocità emotiva consente di mantenere alti gli anticorpi contro l’egoismo, contro l’odio e verso la paura della morte.

Morire è un fatto naturale, parte della vita, vivere è un dono imposto che dobbiamo saper gestire nel migliore dei modi, senza esorcizzare la paura di morire chiudendoci in un egoismo difensivo bensì aprendoci fra noi ed agli altri da noi, in un reciproco rispettoso abbraccio che ci consenta di trovare sempre più forza per poi, ognuno, fare la propria vita.

Esattamente come Matilde, Fabio Massimo e Edda che, dopo essersi reciprocamente rinforzati, si sono dedicati ognuno al proprio gioco, sereni, col sorriso, pur consapevoli che Babbo non potrà giocare fisicamente con loro per qualche tempo ancora…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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