educare i figli a lasciare il passeggino e suggerire ai genitori di non usarlo troppo…

Lo so, siamo strani, apparentemente diversi, quasi fastidiosi per come affrontiamo la vita e per il modo in cui la Famiglia Piselli sembra stravolgere le “cose normali” di tutti i giorni ma in realtà siamo più “normali” di quanto sembra e, tutto ciò che facciamo, è semplicemente agire il buon senso genitoriale e quel pizzico di competenze di educatori pedagogisti per trovare un equilibrio fra la cosiddetta normalità e le brutte abitudini ormai rese fatto normale.

Il passeggino ci fu regalato alla nascita di Matilde ma lo usammo solo pochi minuti perchè mia figlia è nata con qualche difficoltà, perciò insieme a mio marito abbiamo scelto di “indossarla” con un marsupio.

Quando l’anno successivo nacque Fabio Massimo giunse da una Zia un passeggino 4×4, di quelli moderni che hanno più funzioni e fu utile la parte che potevamo utilizzare in auto, il resto a dire il vero lo usammo più come carrello per la spesa che per portarci il figlio.

Edda, l’ultima nata non ha mai visto un passeggino.

Si può quindi comprendere che non amo le carrozzine alla moda o i passeggini polivalenti, preferisco faticare portandomi i figli nel marsupio ed i primi due sono stati per qualche tempo dei “gemelli”, tanto che mio marito durante il nostro viaggiare aveva Matilde nello zaino porta bambini sulle spalle e Fabio Massimo sul petto col marsupio, un’ottima “zavorrata” per restare in forma, come usava dire.

Cosa abbiamo imparato di buono è stato il vedere la serenità dei bambini nell’iniziare presto a camminare in modo spontaneo, felici di essere “autonomi”.

Al contrario, abbiamo sofferto quella effettiva fatica fisica di trasportarli “a braccia” specialmente quando abitavamo in un paesino con molte salite.

Non siamo quindi un vero esempio rispetto alla positività o meno dell’uso del passeggino, desidero però evidenziare che il troppo uso della “carrozza infantile” è forse più utile ai grandi che ai piccini, per questo quando incontro dei giganti dentro un passeggino con le ginocchia sotto il mento, posso comprendere i nonni ma non i genitori che persistono a trasportate dei bambini di quattro e cinque anni ancora in quel modo.

E’ più volte capitato di osservare la sorpresa di alcuni genitori e nonni nel vedere i nostri figli camminare già intorno ai due anni, talvolta con lo sguardo di traverso convinti che fossero dei “nani” ma poi, superata l’iniziale diffidenza, abbiamo potuto confrontarci sui benefici di questa scelta e sono contenta di osservare adesso che qualcuno di loro ha finalmente parcheggiato il passeggino.

Edda ha due anni e mezzo ed è diventata una specie di mascotte del paese dove attualmente siamo domiciliati, perchè in molti la vedono camminare “da sola” col suo zaino (vuoto) sulle spalle per andare da casa verso il mare, in realtà non molto lontano, quasi infastidita della nostra attenta ma serena presenza.

Occorre quindi educare i figli a saper camminare ed a farlo in piena sicurezza, compito che non tutti i genitori sembrano riuscire a risolvere sia per la paura di ogni eventuale pericolo che per una certa “pigrizia” data dall’abitudine alla comodità del passeggino, alla quale si abituano anche i bambini riducendo quindi lo stimolo alla curiosità di camminare da soli.

Se, a tutto questo, ci aggiungiamo il terribile “non toccare è cacca” magari detto da il genitore con la sigaretta ad altezza naso dei figli, oppure l’ansia che possa farsi male o sporcare il vestitino rincorrendolo ad ogni passo, il risultato sarà quello che il bambino non avrà nemmeno voglia di scendere dalla sua carrozza, fra un colpo di tosse e l’altro per il fumo che gli arriva dritto in faccia.

La nostra esperienza è stata più che positiva, figli sereni e buoni camminatori, nessuna complicanza alle loro gambe o altro, buona fisicità e coordinamento in generale ed un valido risultato in termini di autonomia interna ed esterna.

Certamente abbiamo dovuto educarli e “addestrarli” contro ogni pericolo reale ed eventuale, dallo stargli vicino all’attraversare insieme a noi la strada, dal permettergli di riconoscere “i passi di marcia” educando inoltre noi stessi a camminare con loro, senza portarceli dietro, proprio per il giusto equilibrio fra i loro tempi e le nostre esigenze.

Il confronto che in qualche occasione mi permetto di offrire ai quei genitori di bambini di oltre due anni che me lo richiedono, è rappresentato da un semplice quesito che rivolgo soprattutto alle madri, che recita:…”chiediti se stai solo trasportando tuo figlio oppure se lo accompagni effettivamente nel suo bisogno di sperimentare”.

Tutto qua, una semplice domanda che già contiene la risposta, quasi induttiva direi ma utile per rendere chiaramente l’idea.

I figli hanno la sola necessità del sapere che mamma c’è, è con loro, a breve portata, questo per riuscire proprio a staccarsi serenamente per sperimentare il mondo oltre la carrozza ed oltre mamma, che dovrebbe contribuire a questo distacco con serenità tramite un gioco, uno stimolo, una attiva partecipazione motivo per il quale è consigliabile un abbigliamento idoneo per farlo, perchè i figli hanno il pieno di diritto di sporcarsi.

Comprendo che i genitori hanno la necessità di non faticare, comprendo che “è normale” usare il passeggino anche perchè “lo fanno tutti”,  comprendo anche il dover soddisfare la suocera che ha speso tanto per quel meraviglioso passeggino super accessoriato ( come puoi non usarlo quindi).

Meno comprendo il giustificare l’uso del passeggino con ciò (accessori vari) che in realtà si può portare in uno zainetto, dal cambio di vestiti e pannolini all’acqua fino al tappetino comodo, come poco comprendo l’esigenza di uscire coi propri figli per lasciarli parcheggiati dentro il passeggino e non sono dei neonati, per stare tutto il tempo a spippolare sul cellulare con la sigaretta ad altezza figlio ma, probabilmente, penso ormai come “i vecchi”.

Ho osservato i miei tre figli sperimentare e, come ho detto, l’unico risultato negativo è stato quello di lavare più spesso qualche vestito e di dover dire ad una mamma di non chiamare il 118 quando ha visto Matilde entrare (serenamente) in mare con mio marito che (altrettanto serenamente) la stava accompagnando in questa sua sperimentazione.

Non siamo dei genitori temerari o incoscienti ma ben consapevoli che in quel preciso momento, calcolati i rischi ed ogni eventuale imminente pericolo, era più importante l’esigenza di Matilde di sperimentare che evitare di bagnarci le scarpe ed i pantaloni.

La normalità non deve essere un rifugio, come coloro che a modo proprio sembrano uscire dai canoni “normali” non sono per forza gente strana o solo e sempre dei soggetti che debbono (per forza) essere diversi per dei loro personali complessi.

La Famiglia Piselli ha nel suo equilibrio la fonte di serenità che consente di affrontare le paure e di porre in discussione ogni pensiero, proprio per trovare il giusto equilibrio fra il buon senso e quell’obbligato vincolo ad essere “normali”.

Nessuno è speciale o tale vuole essere, non vi sono competizioni fra madri e fra bambini, nessuno si veste dei figli per coprire le proprie nudità, è tutto molto più semplice e si chiama relazione genitori-figli basata sulla riduzione di quella cultura adulto-centrica che impone ai bambini le regole degli adulti.

Preferisco, preferiamo, adottare delle regole da adulti nel rispetto delle esigenze dei bambini e soprattutto a misura dei figli.

Per questo, quando parliamo con loro, ci abbassiamo all’altezza dei loro occhi, senza costringerli ad alzare la testa per vederci…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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