l’ascolto pedagogico del disagio degli adulti, il conflitto di un uomo che distrugge se stesso…

Ascoltare il racconto di questo quasi settantenne mi ha consentito di osservare la auto-distruzione di un uomo, con dei contenuti e delle dinamiche fin troppo comuni, per questo gli chiesto il permesso di pubblicarla nel Blog come esempio per tanti altri uomini che affrontano una simile esperienza.

Ha voluto parlare inizialmente con mio marito, poi Fabio ha saputo indirizzarlo ad un ascolto congiunto proprio per consentire quel doppio controllo tale da meglio offrire ogni eventuale sostegno professionale ed umano.

Un uomo ora in pensione che ha svolto una professione ordinaria, che ha avuto una famiglia e dei figli ora grandi, dopo la separazione per sua colpa ha vissuto qualche anno da “ragazzotto” con la sua nuova compagna di trenta anni più giovane dopo essersi trasferito in Romania.

Nemmeno un anno dopo si è ritrovato solo, con pochi soldi e con le porte chiuse dalla sua famiglia di origine, alla quale aveva mentito a lungo prima della separazione non solo dalla moglie ma anche dai figli.

Menzogne per coprire una doppia vita fatta di ragazze più giovani incontrate durante i suoi viaggi nell’est Europa, fino a crearsi un piccolo harem di amiche fra le quali ha scelto quella che più gli permetteva di fare del sesso trasgressivo, divertente, tanto da sentirsi il re di un regno fatto di umori e di quella spensierata gioventù che in realtà non ha mai vissuto a suo tempo, esperienze negate nella sua vita ordinaria di marito e padre di famiglia.

Moglie semplice della provincia piemontese, figli bravi a scuola senza gradi pretese e questo padre esuberante nei suoi bellissimi occhi azzurri e quel sorriso sempre stampato in bocca, l’esatto contrario del clima familiare nel quale era immerso, una famiglia sostenuta con uno stipendio medio alto come se fosse un collante meraviglioso per tutti.

Poi come tutte le bugie, si finisce con l’impiccarsi con la propria corda, scegliendo di seguire il flusso delle bugie stesse invece di cogliere l’opportunità di elaborarne il significato, con gli stessi risultati disastrosi ma potendo in qualche modo ripartire dalla verità.

Un uomo che la verità non l’ha mai nascosta a se stesso, ben cosciente perciò del castello di menzogne che si stava creando da solo, costruendo giorno dopo giorno una doppia vita alla quale non credeva nemmeno lui ma si è voluto illudere, finendo con l’agire tutti i passi per farsi scoprire, dando corda al proprio cappio fino a stringerselo al collo.

Occhi azzurri e bel sorriso, una gradevole cornice di un quadro vuoto, disegnato a tratti da mani apocrife ed ipocrite emozioni, viatico di una fuga dalla tristezza che pativa dopo aver scelto di vivere con una donna mai amata e di costruire con lei una famiglia.

Donna da incolpare per essersi fatta sposare nonostante sapesse di non essere amata, madre da incolpare per aver cresciuto due figli con l’apatia, famiglia da cui fuggire pur sapendo di farne parte.

Donna che suo dire ben sapeva delle sue amanti, la cui colpa era non avere mai avuto desiderio oltre l’apatico momento del “dovere coniugale” grazie al quale sono nati i due figli a cui intestare la cascina del nonno paterno, felice della sua discendenza dopo tanto lavoro nei campi.

Uomo che non ha mai avuto quel coraggio di compiere una scelta di verità, preferendo la menzogna come una sorta di mediatore familiare che  avrebbe dovuto far capire alla moglie la realtà della loro unione.

Uomo che adesso da oltre sei anni girovaga fra il Piemonte e la Romania, accompagnando con la sua auto le badanti che gli pagano il passaggio, col quale campa in modo ben diverso da prima, riuscendo di tanto in tanto a graziar l’importo del viaggio con le grazie di qualche passeggera con meno soldi di lui.

Poi, pentito di quel gesto, finisce in quel circuito della auto-distruttività fatto di grappa e di bicchierini fra disperati, tanto da rischiare il ritiro della patente, quindi di nuovo in viaggio in questa lunga parentesi di una terza età senza famiglia, senza figli, senza nipoti, ma solo giovani e meno giovani badanti che tornano dalla famiglia, dai figli, dai nipoti.

Ascoltare il suo disagio mi pone a confronto coi limiti della mia professione, perchè poco si può estrarre dalle risorse interne di un uomo la cui esistenza è il risultato del suo non essere mai esistito. se non nell’immagine proiettata da due occhi azzurri illuminati da un bel sorriso.

Rinforzo, recupero delle risorse residue su cui investire negli anni residuali del suo futuro, ancora molti in realtà anche se fossero solo dieci o venti o trenta, perchè la capacità di compattare le emozioni ci consente di superare il vincolo cronologico dell’età, che non significa giocare a far finta di essere giovani con una ragazzina ma saper dare valore al significa di una emozione, anche dolorosa, dalla quale imparare a non fuggire più.

Mi permetto di concludere questo articolo rispondendo proprio a questo uomo quando incolpa la ragazzina rumena di averlo raggirato, quasi fosse lei ad averlo attirato fra le sue grazie per stordirlo di piacere e, anche se così fosse, un uomo, vero, ha sempre una scelta, prima fra le quali di saper dire di no a qualsiasi clandestino piacere in odor di minorenne.

Molti sono gli italiani che credono di oggettualizzare una ” giovane rumena” come se fosse merce da acquistare per compensarne le frustrazioni, questo anche laddove alcune ragazze si affittano perchè hanno trovato proprio nei frustrati italiani la loro fonte di compensazione di una misera che possono facilmente comprarsi, superandola.

Diversamente da quelle miseria morale di chi, forte di soldi occhi azzurri e sorrisi, incolpa ancora il suo giocattolo per essersi rotto…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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