educare i figli all’empatia…

I bambini hanno quella meravigliosa capacità della purezza, purtroppo talvolta inquinata da un filtro genitoriale che impedisce la serena espressione delle loro emozioni.

Il rischio di questa ingerenza da parte del genitore ansiogeno o iper-protettivo o più semplicemente egoista è quello di impedire ai figli di “aprire” il proprio mondo interno e di capire quando gli altri lo fanno con loro, quando i bambini consentono e quando gli è consentito di “condividere” un percorso emotivo comune che si esprime individualmente in base alle loro caratteristiche personali.

I bambini educati all’empatia non si perdono ne si confondono nell’altro da se, ognuno rimane “se stesso” con le proprie dinamiche ed i propri meccanismi ma hanno l’opportunità di riconoscere una reciproca “uguaglianza” nella loro unione emotiva, tale da permettergli quel senso di riconoscimento uno nell’altro, senza invidia e senza emulazione-imitazione e senza perdita dei singoli requisiti espressivi, comunicativi e caratteriali.

Non esiste una formula pedagogica che possa attivare questo processo sempre e comunque, è opportuno quindi agire un modello genitoriale educativo basato sull’esempio e sulla piena coscienza dell’importanza dell’empatia.

Chi legge questo Blog ha imparato a capire che non amo i riferimenti letterari alle scuole di pensiero, preferisco un approccio umanistico all’osservazione delle dinamiche dei bambini e del gruppo famiglia basata certamente sulla mia formazione universitaria e sulla esperienza professionale e personale acquisita nel corso degli anni, come pedagogista, come donna, come madre.

Per questo quanto scrivo ha il solo valore empirico di un confronto professionale ed umano, del quale ognuno di voi può scegliere di usufruirne o meno.

Educare i figli all’empatia è un investimento in termini di serenità, di intelligenza e di reciprocità anche e soprattutto nella relazione in famiglia, coi genitori, coi fratelli e non solo nel mondo dei figli oltre la porta di casa come la scuola, i giochi e lo sport.

Per farlo occorre da parte dei genitori una profonda capacità di analisi delle proprie dinamiche in tal senso, ovvero chiedersi come si rapportano con gli altri, se in modo opportunistico, se in maniera ego-centrica, se con una apatica tolleranza oppure se realmente coscienti del significato di condividere le emozioni di una esperienza comune, di un cammino simile, come quello della vita.

La proprietà dell’empatia non è solo quindi una opportunità nel rapporto di vicinanza con una persona ma anche di ambiente e di più ampio respiro, universale direi.

I genitori capaci di empatia non sono dei “buoni” aperti a tutti e vulnerabili ad ogni aggressivo egoismo altrui, sono persone che non hanno e non sentono il bisogno di difendersi dagli altri da se e, di conseguenza, genitori molto più sereni nel rapporto coi figli ai quali non trasferire il “senso della guerra” contro il mondo.

Genitori che si riconoscono nelle emozioni altrui laddove la reciprocità delle loro espressioni si fonde in una condivisione di pensieri e di azioni che non ingeriscono sulle singole personalità, che non condizionano una scelta, che non confondono i pensieri ma li arricchiscono proprio grazie ad una sinergia di emozioni che il significato di “condivisione” permette.

Considero l’educazione dei figli all’empatia la più elevata forma di democrazia e di libertà, perchè gli consente di preservare la singole proprietà senza perderle nella “miscela comportamentale” con gli altri bensì nella condivisione empatica che sapranno riconoscere.

Per farlo dobbiamo, noi genitori, agire la stessa empatia, la stessa serenità, la stessa volontà di accettare l’altro da noi ed accettare di esserne accettati, senza timore di nulla ma con la piena consapevolezza che aprire il nostro mondo interno agli altri non ci rende vulnerabili, ci permette invece di riconoscerci molto più simili di quanto crediamo, specialmente quando assumiamo il pensiero di essere invece “unici” nella nostra auto-referenzialità egoistica.

Essere simili, uguali in molte dinamiche, non significa essere omologati ma appartenenti ad una collettività che agisce dei meccanismi condivisi attivati in un modo personale, salvo coloro omologati che invece sono massa, pecore, tutti uguali senza coscienza di sé ma solo pieni di un sé vuoto.

Educare i figli all’empatia gli consente di non omologarsi, di mantenere una proprietà di coscienza emotiva che si confronta e si allea agli altri nella condivisione di un percorso comune, non si perde in esso ne si miscela negli altri.

Un genitore empatico è un genitore saldo e saldi saranno i figli durante il loro percorso evolutivo, perchè aprirsi agli altri non significa offrire un varco nel quale degli “incursori” dell’invidia e del malessere potranno inserirsi, al contrario, si scontreranno proprio con la forza dell’empatia donata da quel castello di serenità rappresentato dal sereno pensiero di “non essere in guerra col mondo” di saper riconoscere gli altri facendo filtro della loro bontà emotiva o meno, quindi con una capacità di “selezione emotiva” importante.

Selezione emotiva che non significa “scelta” di classe o di convenienza, solo una naturale opportunità di relazionarsi con chi si riconosce empaticamente ed emotivamente, non per opportunismi, convenienze sociali o emulazioni ovine.

I miei figli, che educo alla stessa empatia che agisco, sono tre bambini sereni, apparentemente più vulnerabili alle cattiverie altrui ma che proprio la relazione educativa con noi genitori gli consente di elaborare in pochi minuti, senza quelle ferite nell’anima che lasciate marcire poi sfociano nella fabbrica degli egoismi.

Educare i figli all’empatia richiede il sacrifico dei genitori di togliersi il peso dell’odio dalle spalle, quel malessere che si continua ad imputare agli altri perchè negli altri si individua solo un nemico utile oppure una opportunistica alleanza, quasi sempre caratterizzata da un terzo utile nemico comune.

I bambini non hanno bisogno di tutto questo ma di essere educati all’amore, all’empatia, alla pace di quel mondo interiore che, se lasciato sempre chiuso, finisce col fare la muffa…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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