pedagogia della coppia, dal marito mortificante alla moglie trascurata…

Oggi affronto il tema del “marito stronzo” e mi scusino i lettori se uso un termine poco urbano, non usuale per una dottoressa, che però ben rende l’idea dei contenuti di questo articolo.

Lo faccio in sostegno di chi in questo momento vive un periodo difficile, sofferente e sostanzialmente isolata.

A volte occorrono dei termini effrattivi per superare gli ostacoli del “pen-pensare”, soprattutto quando una donna soffre per essere costantemente mortificata proprio per la sua sofferenza, da parte di un marito che la trascura nelle sue esigenze relazionali ed emotive.

Sono la prima a porre in discussione i comportamenti delle donne, chi legge questo Blog può trarre qualche velato frizzante consiglio in tal senso nei contenuti dei vari articoli, sono altresì la prima ad offrire ogni supporto per quelle donne che invece hanno trovato nella sofferenza l’unica paradossale fonte di forza e di sostegno, rappresentato dal vittimismo e da quella secondaria depressione che si sviluppa da una situazione di sofferenza emotiva cronica.

Un marito, un compagno, il padre dei figli avuti con una donna, ha compiuto una scelta ed una scelta compie ogni giorno nel restarle accanto, occorre però la coscienza del significato di questa scelta nel rapporto uno ad uno, nella e della coppia, non esteso alla “gente” o ai doveri genitoriali che possono sempre trovare delle soluzioni mediate, anche nella mediazione delle soluzioni possibili.

Ho conosciuto fin troppe donne succubi di un marito “persecutore” sotto forma di violenze verbali e fisiche, vessazioni emotive e mortificazioni costanti da compensare con qualche sessualizzata “emozione” sotto forma della settimana del bene-stare e tutto si perdona perchè si simula sostanzialmente di essere felici, magari con una vacanza oppure con un rinforzo materiale o come detto con il fare l’amore con passione e piacere per poi ritrovare poco dopo le stesse dinamiche, che raggiungono il loro picco di dolore e di nuovo tornano nel substrato del “facciamo finta di nulla” per il bene di tutti.

Una felicità simulata non può che reggersi sulla paura di soffrire e, quando manca da parte dell’uomo il coraggio di porre in discussione la qualità del suo rapporto, non rimane che l’intolleranza alla frustrazione da manifestare quasi sempre con qualche espressione di violenza, anche e soprattutto emotiva.

Una donna mortificata per il suo malessere, vero o presunto, non trova altro che il rifugio in quel male-stare che per “la gente” sembra contrapporsi alla manifestazione del giorno prima di un apparente benessere fatto di baci, di abbracci e di sorrisi magari espresso su una piattaforma sociale ma, proprio questa ambivalenza, rappresenta il fulcro di quel male-stare che non necessariamente troverà un riscontro diagnostico oltre la presunta conversione isterica o depressione secondaria.

Comportamento tipico, quasi rituale, di tutte quelle donne che simulano di essere felici con uno “stronzo” accanto che tale è sempre stato e mai ha fatto finta di essere diverso, perciò “che vuoi da me” dirà ad ogni discussione, prima di agire il ricatto della solitudine, dell’eventuale danno per i figli in caso di separazione, della fonte di sostentamento il tutto condito con le rituali frasi denigratorie e vessatorie accompagnate da qualche sberla.

Relazioni patologiche caratterizzare da una sorta di “fune a frizione” che somiglia ad un elastico che allunga e accorcia i tempi di lontananza del “lasciamoci” per poi tornare insieme, far finta di amarsi, passare una settimana calda e ritrovarsi di nuovo al punto di partenza.

Come pedagogista non giudico la qualità di una scelta e non posso suggerire ad una donna cosa fare e cosa non fare, mi limito al confronto della valutazione di un comportamento agito da parte di un uomo che supera i confini della professione, perchè quando un marito picchia la propria moglie, la offende, la denigra, la riempie di sole attenzioni difensive contro quel che la gente possa pensare, le limita la libertà espressiva anche opinabile ma degna di confronto proprio fra la coppia.

Valutazione che, mi si permetta, trova significato nello “stronzo” senza rincorrere delle presunte teorie pedagogiche o andare alla ricerca di meccanismi psicologici o delle dinamiche relazionali che possono eventualmente giustificare un simile comportamento.

Caro maschio, inizia a capire che ti stai comportando male nei confronti di tua moglie e dei tuoi figli, poi fatto questo, possiamo iniziare un confronto pedagogico utile a migliorare la situazione per tutti.

Per farlo però, è necessario delineare un confine preciso, da un lato ci sei tu (persecutore) e dall’altro tua moglie (vittima) ed i tuoi figli (vittime) che tali sono per i tuoi agiti e non solo perchè assumono un atteggiamento vittimistico.

Fatto questo sarai meno stronzo ed allora possiamo iniziare a capire come risolvere il problema…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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