la febbre dell’ansia e dell’angoscia nei bambini…

Il mio lavoro ha un limite, quello del giudizio, che mai esprimo personalmente e non rientra certo nelle competenze della pedagogista, come la scienza della pedagogia ha nella sua natura l’assenza di una valutazione giudicante la personalità degli individui ma non per questo è carente la capacità di evidenziarne i tratti.

Lo considero una sorta di limite perchè talvolta, di fronte a certe dinamiche relazionali fra genitori e figli, proprio lo sbattere in faccia un giudizio potrebbe risvegliare le loro sopite coscienze ma delego questa scelta agli psicologi ed agli psichiatri che vorrano eventualmente agirla.

Quando osservo un bambino delle elementari con un indice di ansia ed un livello elevatissimo di angoscia, altro non posso fare che tenermi la lingua fra i denti e ricorrere a tutta la capacità personale e professionale di restare equilibrata nei confronti di quei genitori, in questo caso soprattutto la madre, che hanno trasformato il figlio nel contenitore delle loro ansie.

Un contenitore che strabocca da tempo ma che sembra invece senza fondo per chi persiste nel riempirlo di quei meccanismi relazionali tipici della madre ansiogena e di un padre talmente angosciato da questa moglie che, tutto quel che riesce a fare, è trascurare tutto e tutti, figlio compreso.

Bambino che vive in una località montana e che giunge dalle nostre parti nei fine settimana da trascorrere a Menton, dopo che nel corso delle settimane di consulenza siamo riusciti a dedicare un esclusivo momento (tutto suo) nell’infanzia di questo figlio di genitori immaturi.

Genitori fortunatamente intelligenti tanto da capire di essere immaturi per un ruolo che non può essere colmo di ansie di quel livello, che hanno danneggiato il figlio in modo feroce rendendolo incapace di esprimere una qualsiasi emozione per non danneggiare la serenità della mamma o creare disturbo al padre.

Incapace di riconoscere una emozione, apatico, freddo, carico di una angoscia che manifesta con alcuni tic rituali, con un linguaggio povero, con una prassi scolastica ridotta che ha spinto i genitori ad avvalersi di una professionista per capire se il bambino avesse una qualche disabilità ed hanno trovato nel mio progetto una opportunità di ascolto e di sostegno qualificato con un costo alla portata di tutti, grazie alla quota di adesione alle attività professionali della Famiglia Piselli di cinquanta euro all’anno, atteso che non sono benestanti.

L’ansia di avere pochi soldi  e l’angoscia di perdere quel poco che hanno, figlio compreso, ha trasformato due persone semplici ma intelligenti in due adulti costantemente protesi a vedere il male ed a fuggirlo, fino a quando una maestra che ho a suo tempo formato, gli ha consigliato di fare un giro su questo Blog per leggerne gli articoli che già sono un eventuale confronto utile.

Il problema non è il bambino, perlomeno nulla che non si possa gestire e superare, perchè non vi sono evidenze di un deficit tale da essere considerato altro che normodotato, rispetto invece alle lacune relazionali manifestate dai genitori, due adulti sofferenti che alimentano la propria sofferenza.

L’ansia è una trappola che genera angoscia e l’angoscia è un generatore di ansia, un circuito terribile e ridondante fra la coppia che senza accorgersene ha individuato nel figlio sia la fonte che lo scarico della propria condizione.

Il bambino ha un problema, vero o presunto che sia, problema che diventa la giustificazione del loro malessere.

Il bambino non riesce a fare, a dire, a capire e altri tanti “a” tanto da diventare un quotidiano simbolo di una quotidiana angoscia.

Fermare il mondo così strutturato di questi adulti è stato facile, è bastato fargli paura.

Paura della situazione (reale) del bambino rispetto ai loro timori (immaginifici) nati dal tasso di angoscia patito.

Padre che ha provato a rinforzare la moglie finendone invaso dall’ansia, che ha scelto quindi di evitare il problema, uscendo però dalla visuale emotiva del figlio.

Individuare una esclusiva attività a misura del bambino, lontano dalla loro realtà quotidiana, grazie alla rete che si è creata anche con questo Blog nella collaborazione fra famiglie, ha consentito di spendere trenta euro di benzina ogni due settimane per giungere e tornare a casa da Menton, invece che investirli in un apatico fast food americano o nei dolci sui quali il bambino ha trovato una compensazione.

Rete che attiva il reciproco aiuto tra famiglie che la Famiglia Piselli tesse, trovando così una nonna senza nipoti felici di ospitare un fine settimana ogni tanto questa famiglia della provincia cuneese, vivendo insieme la condivisione di un compito esclusivo offerto al bambino, che egli soddisfa in modo sereno, senza quei tanti “a” ai quali ho fatto accenno e trovando la sua serenità e rinforzo nel riconoscersi “capace di”.

I genitori riconoscono, in queste occasioni, quanto forte sia la loro ingerente angoscia nella vita di quel figlio “incapace” che, appena tolto dal mirino dell’ansia, torna ad essere un bambino che vive la sua infanzia insieme ad altri bambini che non lo trattano da incapace.

Le reti di questo tipo sono utili per consentire a chi vive un disagio di mediarne il peso e di trovare una opportunità di soluzione a basso costo, con una qualità professionale adeguata.

Il confronto che ho offerto soprattutto ad una madre così angosciante per ridurre i pensieri catastrofici che la tormentano, è stato quello di indirizzarla alla filosofia del “qui ed ora” ove trovare anche il marito e le loro (esclusive) emozioni  di coppia e non solo di genitori di un bambino (reso) difficile che adesso ride e si diverte come tutti gli altri.

Basta poco a volte per offrire quella pratica differenza agli occhi di chi si è reso cieco perchè perduto nel buio di una vita fatta di ansia e di angoscia e, mi si permetta, quella piccola autoreferenziale pubblicità che ho trasmesso in questo articolo…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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