pedagogia della paternità, dottoressa mi aiuti picchio i miei figli, ovvero come capire il significato di “punizione”…

Nelle attività di “formazione” dei genitori ed in favore dei padri in particolare, il tema delle punizioni è un argomento ricorrente, motivo per cui ricevo molte domande in tal senso soprattutto per quanto riguarda la sculacciata, il rimprovero urlato, il castigo e le varie forme fisiche e verbali con le quali “punire” i figli.

Per iniziare dobbiamo comprendere che cosa intendiamo dire con il termine punizione, fatto questo occorre capire la differenza fra una punizione stimolata da un comportamento di un bambino tipico dei bambini ed il punire i figli per il solo non seguire delle precise regole imposte dagli adulti, genitori.

La parola punizione è brutta, fastidiosa ma rende molto bene l’idea a tutti noi ed in particolare ai bambini, sovente associata ad un rimprovero verbale, ad una mortificazione, allo strattonamento, alla sberla fino a quelle manifestazioni più feroci che sfociano nella vera e propria violenza fisica e verbale, ben oltre quindi la mera punizione o il momento di intolleranza patito dal genitore che “sbrocca” come può accadere di fronte al pianto incessante di un figlio.

Ho studiato a lungo la SBS (shaken baby syndrome) cioè la sindrome del bambino scosso, evento che avviene quando il figlio piange in modo incessante e senza un apparente motivo, tipico del bambino nel primo anno di età, pianto che pone a dura prova la tolleranza del genitore che finisce con lo scuoterlo così forte da procurargli dei danni gravi all’encefalo, con una sequela di complicanze neurologiche importanti.

Come madre di tre bambini posso assicurare che occorre una ampia capacità di gestire lo stress derivante dal pianto incessante, per questo è importante per un genitore informarsi e formarsi proprio per conoscere ed esprimere i giusti strumenti e le risorse interne nei momenti “peggiori”.

Ma la punizione è un’altra cosa, è una scelta e non una situazione, è ritenuto essere un presunto metodo educativo o, come tale, si vuol camuffare invece una attitudine genitoriale che appartiene alla propria cultura, al proprio modo di comportarsi in generale, fatto di un tono di voce sempre alto, di un gesticolare a rinforzo delle parole, di un mollare una sberla sempre e comunque, di usare una comunicazione verbale spesso mortificante e pregna di un valore aggressivo ben diverso dal rimprovero.

E’, quindi, la punizione un metodo educativo?

No, rappresenta solo un metodo “addestrativo”.

Perchè educarli, i figli, richiede ben altro e ben altro è il ricorso alla punizione stessa che mai deve essere considerato un metodo educativo, bensì solo uno strumento di rinforzo per quei genitori privi di strumenti per cementare un divieto oppure prevenire un comportamento che può essere pericoloso per i figli e per gli altri, addestrare contro un rischio e niente altro, nessun valore educativo di sorta quindi.

Punire un bambino perchè disturba (fa il bambino) oppure punirlo per aver disobbedito (non eseguito un ordine) rientra nei problemi dei genitori e non nelle tipiche dinamiche dell’infanzia, fossero anche quelle del “minore discolo”.

Il padre che picchia i figli non li educa affatto ed il picchiare non è una punizione, è violenza.

Violenza sulla quale possiamo discutere rispetto alla interpretazione che possiamo veicolare verso i figli che la subiscono, camuffandola in una punizione, sapendo però che ce la stiamo raccontando per non riconoscerci come dei genitori violenti e che stiamo sostanzialmente raccontando delle fregnacce ai figli, per non fargli prendere coscienza di essere maltrattati.

Schiaffi, pugni, sberle sonanti, spinte, calci, associati ad offese verbali, riferimenti denigratori a terzi (moglie, suocera, etc) non sono una punizione ma violenza, che dipende solo ed esclusivamente dalla sfera emotiva del padre e non a ciò che possa aver combinato o detto un figlio.

Ho conosciuto padri capaci di controllarsi nella loro incontrollata violenza, ma poco cambia agli occhi dei figli.

Sapersi porre in discussione è il primo passo per ridurre e risolvere questo atteggiamento fin troppo frequente in molti padri, spesso frustrati da un ruolo creduto minore solo perchè in una fase di età la madre è protagonista per le esigenze dei figli, oppure perchè credono di perdere “rispetto” per il solo non essere obbediti.

Frequente è ancora il credere che un atteggiamento “marziale” verso i figli possa rinforzarne il carattere, dei maschi soprattutto, considerando l’affetto come una sorta di germe della debolezza.

Niente di più sbagliato, perchè proprio un genitore anaffettivo indebolisce i figli privandoli della forza dell’amore.

Un padre violento coi figli non è detto che sia violento sempre, al contrario si sforza di apparire dolce e gentile proprio per gestire il suo conflitto, cosciente di essere “sbagliato” e ben venga la capacità di chiedere aiuto ad una professionista.

Un uomo invece violento, aggressivo sempre ed in ogni sua espressione lo è anche come marito, come padre e come vicino di casa, soggetto al quale poco serve un confronto pedagogico rispetto che una distanza fisica che rasenta l’isolamento, oppure una consulenza psichiatrica idonea per riuscire a gestire la rabbia che prova verso se stesso e verso il mondo.

Aiutare invece un padre che si scopre violento coi figli convinto di punirli, non è difficile, basta solo “punirlo” a sua volta mettendolo di fronte alla sua intolleranza, alla sua debolezza, al suo conflitto.

Facendolo però con la risorsa della serenità, della dolcezza, della bontà e della tolleranza, ovvero l’esatto contrario di ciò che egli compie verso i figli, facendogli chiaramente capire che stiamo “punendo un adulto discolo”.

Donandogli così quel giusto confronto utile ad iniziare ad estrarre le sue risorse residuali interne, esprimendo le quali potrà essere un padre migliore…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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2 risposte a "pedagogia della paternità, dottoressa mi aiuti picchio i miei figli, ovvero come capire il significato di “punizione”…"

  1. “Il padre che picchia i figli non li educa affatto ed il picchiare non è una punizione, è violenza.” Quante volte ho detto una cosa simile alla mia famiglia, a gente varia e di recente sul web, a persone che invece continuano a sostenere il contrario. E sono tantissime, pure tante donne ne vanno anche orgogliose, anche di aver ricevuto loro batoste in casa…

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    1. vero quel che dici…

      ci si allea al male sperando di sconfiggerne la sofferenza che, invece, si proietta sugli altri creando quel circuito trans-generazionale che alimenta se stesso…

      il cane bastonato impara solo a mordere e si convince che solo mordendo non lo bastoneranno più, finchè non lo abbatteranno, proprio perchè morde…

      Piace a 1 persona

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