riflessioni di una pedagogista sui genitori immaturi…

Una professione non deve mai essere un alibi sociale oppure un rifugio delle proprie lacune personali, per questo sono sempre stata la prima a non fermarmi di fronte ai titoli accademici o ai ruoli sociali che sembrano offrire una conoscenza su una materia, specialmente quando si parla di minori, compreso il mio titolo.

Sono una pedagogista e sono la madre di tre bambini ancora piccoli, ho certamente una risorsa tecnica da sommare a quelle personali ma questo non mi consente di “sapere” più delle altre mamme che incontro tutti i giorni, perchè ho conosciuto molte donne con una scarsa scolarizzazione avere una capacità emotiva importante rispetto a tante colleghe dottoresse, invece incapaci anche solo di riconoscere l’espressione delle emozioni del figlio.

Sono Sara per tutti e la “dottoressa” per l’agenzia delle entrate e per gli incisi di alcuni articoli di questo Blog che uso per rinforzare un argomento, sono una donna che molti anni fa ha scelto un percorso formativo specifico ed ha raggiunto una laurea magistrale che consente di fregiarsi di un titolo professionale del quale vado fiera ma non per questo mi ci identifico; sono e rimango Sara, madre di Matilde, Fabio Massimo, Edda e moglie di Fabio Piselli.

Gente semplice che ha fatto del “sapere” e del “saper fare” una scelta di vita e professionale, utilizzando il confronto offerto e ricevuto come strumento di scambio delle conoscenze e delle esperienze, senza una pretesa sudditanza e senza nessun timore quando mi interfaccio coi vari “professor dottor” che si scudano dietro il titolo per nascondere la propria immaturità genitoriale.

L’immaturità genitoriale non dipende solo da una struttura della personalità già immatura o dalle opportunità di conoscenza che un percorso formativo può aver offerto.

L’immaturità genitoriale la si manifesta quando si è incapaci di porre in discussione se stessi ed un argomento, quando si nega una responsabilità, quando si agisce quella terribile cultura adulto-centrica in danno dei propri figli, quando si persiste a cercare negli altri le ragioni del nostro male-stare.

Comprendo certamente la cosiddetta casalinga di Voghera che ha sempre attivato un comportamento difensivo di fronte alla prima domanda che la pone in discussione, perchè cresciuta nella mortificazione costante; meno comprendo il professor dottor che dovrebbe avere una maggiore capacità di affrontare ed articolare quella stessa domanda, contro la quale invece oppone dei meccanismi simili.

Non dipende perciò dall’ampiezza di un bacino di risorse disponibili il riuscire a superare delle difese interne particolarmente resistenti di fronte ad una messa in discussione, al contrario proprio quel bacino consente di individuarvi numerosi alibi e rifugi.

Ecco perchè paradossalmente penso che di fronte ad una pedagogista siamo tutti nudi ma, certamente, non lo dico per evitare delle imbarazzanti incomprensioni.

Siamo nudi nell’anima e nelle emozioni quando il tema di discussione è la nostra competenza genitoriale, la qualità del rapporto coi figli, lo spessore relazionale dal quale i figli traggono tutte le risorse utili per il loro sereno processo evolutivo.

Il genitore immaturo classico, facilmente riconoscibile, adotta un comportamento tipico fatto di tanti “io” e di un costante metodo di evitamento di ogni messa in discussione di un suo comportamento o pensiero, il quale trova un potente alleanza nei molti come lui che individueranno in un terzo di riferimento la fonte di ogni problema. Tipico esempio di queste dinamiche può essere rappresentato dalla “maestra antipatica che ce l’ha con mio figlio” spesso rimproverato o con le note sul diario, invece di porsi qualche domanda sull’effettivo comportamento del bambino.

Incontro tutti i giorni questo tipo di genitori, che parcheggiano la loro bella macchina nel posto dei disabili e poi pretendono “rispetto” da una insegnante o da una pedagogista che suggerisce qualche quesito per capire meglio la situazione dei loro figli, genitori bulli che cresceranno dei bulli, educati all’arroganza dell’ignoranza contro la quale ogni forma di educazione individuale e civica a poco serve purtroppo.

Incontro anche alcuni professor dottor che attivano lo stesso meccanismo, fatto però di meno “io” sostituiti da una più ampia elucubrazione verbale su temi filosofici, sociali e psicologici anche apprezzabili ma che alla fine portano alla stessa conclusione verso la solita povera maestra che riceverà anche le loro critiche, quando il comportamento del figlio sarà oggetto di una nota.

Certo, meglio parlare con dei toni urbani col professor dottor rispetto che subire la voce alta ed i toni aggressivi di qualche mammina alla quale la consistenza patrimoniale raggiunta non permette di abbandonare la povertà di linguaggio ma alla fine stanno attivando, tutti, i simili meccanismi espressi con un linguaggio comunicativo diverso.

Immaturi, incapaci di porsi in discussione e soprattutto completamente slacciati dalle emozioni dei figli, ai quali impongono il dovere di adeguarsi alle proprie per non turbare i loro equilibri faticosamente difesi.

E’ difficile riuscire a superare proprio queste difese, perchè richiede la minima collaborazione da parte loro, raramente individuabile in chi nega se stesso anche ai figli, impedendo loro di raggiungere la profondità delle emozioni che saprebbero anche esprimere con un pò di coraggio, il coraggio delle emozioni.

Di fronte al disagio di un bambino talvolta occorre saper raggiungere il solo male minore, perchè approfondire realmente una situazione emotiva e relazionale all’interno della sua famiglia richiede il pieno consenso da parte dei genitori ed una pedagogista non può ingerire autonomamente in tal senso.

Si chiede quindi la soluzione a chi rappresenta la fonte del problema e, per questo, difficilmente la troveremo.

Parlare con un genitore immaturo della proprietà di espressione delle emozioni di suo figlio, significa osservarne il buio negli occhi, diversamente dalla ampia e piena capacità di affrontare un argomento che lo riguarda e soprattutto che richiama la possibilità di esprimere quell'”io” protagonista anche e purtroppo nella vita del figlio.

I figli sottoposti a regole e doveri per tutelare le certezze dei genitori non crescono emotivamente, magari scenderanno da un bel SUV di ultima generazione con dei vestiti alla moda ed un taglio di capelli che richiama un qualche giocatore famoso, ma resteranno incapaci di esprimere quel che li rappresenterà nel loro percorso evolutivo, le proprie emozioni…

Sara


Nota per il lettore: sei autorizzato a ri-pubblicare questo articolo nel tuo o in altri siti web oppure sulle piattaforme sociali, con la preghiera di non cambiarne la struttura ed il significato, di non farne oggetto di lucro e di citare cortesemente la fonte. 

Se desideri commentarlo puoi usare lo spazio dedicato, naturalmente nel rispetto degli argomenti trattati e della sensibilità dei lettori. Mi permetto solo di verificare i commenti prima di approvarli per prevenire lo spam e la pubblicità ma non adotto nessuna forma di censura sui contenuti che vorrai esprimere.


 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: