dello scegliere di fare i figli da “poveri”…

Con questo mio articolo del Blog numero 100, desidero aprire le porte di casa nostra, perchè se ho scelto di “educare” gli altri con la mia professione è altresì corretto che gli altri sappiano con chi hanno a che fare, sempre nel rispetto della privacy ma con la necessaria trasparenza.

Desidero parlare quindi delle ragioni per le quali si sceglie di fare i figli da poveri, anche in sostanziale risposta a chi sembra quasi muovere una critica nei confronti di quei genitori che apparentemente “non possono permettersi” di avere dei figli, sotto l’esclusivo profilo della consistenza patrimoniale.

I figli costano, è vero, non più di una rata mensile di una automobile, non più di una vacanza, non più di ciò a cui possiamo eventualmente rinunciare sotto forma di divertimento o di superfluo.

Costano soprattutto a chi non ha la certezza di avere sempre una fonte mensile di sostentamento, oppure alla precarietà dei guadagni della libera professione come nel nostro caso che, però, è un caso limite in forza della nostra storia e di quella di mio marito Fabio in particolare, come ho descritto nel primo articolo di questo Blog (leggi).

La Famiglia Piselli è per questo fuori griglia, non risponde ai parametri comunemente utilizzati per misurare la consistenza patrimoniale o per valutare le ragioni di aver “voluto” avere tre figli; per cui non siamo ne un esempio o un riscontro oppure una eccezione.

Siamo una Famiglia che ha scelto di diventarlo nel momento peggiore della nostra vita ed in assenza di quei requisiti sociali tipici di chi decide razionalmente di assumersi la responsabilità (economica) di avere dei figli, abbiamo per questo vissuto dei momenti brutti ed altri da dover riuscire a gestire, per mantenerli meravigliosi nella ricchezza delle loro emozioni.

Con la scelta di diventare la Famiglia Piselli abbiamo agito il coraggio delle emozioni e, non, la stupidità dei sensi, affrontando tutti i sacrifici e le rinunce dovute e ponderate, come molti altri genitori fanno tutti i giorni in condizioni e situazioni diverse.

Abbiamo avuto la fortuna ed il calcolato investimento di poter ricorrere ad altre fonti quando ne abbiamo avuto bisogno e di svolgere ogni mansione utile per trarne guadagno, oltre l’essere degli educatori pedagogisti, ovvero dal fare i badanti per gli anziani ai braccianti agricoli, dai gestori di una cucina ai lavapiatti, dal rinunciare ad avere dei potenziali agi, al contrarre dei prestiti da dover soddisfare, sia verso i classici istituti che nella rete familiare.

Quando abbiamo scelto di diventare una “Famiglia nello zaino” abbiamo certamente valutato la situazione reale rispetto ad un pindarico volo, trovando nel viaggiare quella mediazione idonea che ci ha consentito, con tutti i dovuti sacrifici, di strutturare la nostra Famiglia nel modo in cui ci conoscete in rete e di persona.

Allo stesso modo sposare la filosofia de “less is more” richiama l’aver saputo fare di necessità virtù, oltre ad una reale compatibilità col nostro stile di vita in generale.

Tanto per essere chiari, per coloro che spesso ci chiedono come mai “persone come noi” qualificate e poliglotte vivono “less”, rispondo che anche a noi piace il “more” ma sempre nel rispetto di quei valori in assenza dei quali non riusciremmo ad essere la Famiglia che siamo, genitori di tre meravigliosi pisellini.

La precarietà economica sembra quindi rappresentare per molti una variabile negativa di fronte al desiderio di costruire una famiglia, ragione per la quale gli stessi molti ricorrono alle firme di garanzia dei genitori e dei parenti per accendere un mutuo, oppure hanno la serenità di sapere che avranno un bene in eredità, ovvero quando diventano genitori sanno di poter contare su una rete di relazioni familiare idonea anche a sostenere un momento di difficoltà, come può capitare a tutti per mille diverse ragioni, senza quindi temere la rigidità delle scadenze delle rate di ritorno di un prestito parentale o degli interessi importanti.

Conosco decine di genitori che tutti i giorni lasciano i figli alle nonne per andare a lavoro o vanno dalle rispettive madri a pranzare per risparmiare le spese, niente di male in tutto questo perchè tutto questo è parte delle reti familiari sane, sempre nella giusta misura delle reciproche esigenze e dell’entità di una eventuale difficoltà da affrontare.

Conosco dei genitori che non hanno avuto problemi a farsi ospitare dalla famiglia di origine senza che questa ingerisse sui motivi delle loro difficoltà, fidandosi dei figli e delle scelte che sono in grado di compiere e sostenendoli nelle loro momentanee difficoltà, superate le quali eventualmente confrontarsi sui loro contenuti.

Altrimenti si rischia di aiutarli perchè “non gli si può negare” per i soli auto-ricatti morali, ma allo stesso tempo si fa di tutto perchè questi alla fine giungano alla volontaria rinuncia per non sentirsi di peso o un fastidio, risolvendo il problema agli altri ma non la loro difficoltà che, al massimo, può aver trovato un momento di pausa.

Dipende quindi dalla maturità, dalla intelligenza, dalla piena consapevolezza della propria storia e delle proprie risorse interne ed esterne, la scelta di diventare dei genitori, anche se con dei requisiti patrimoniali evidentemente ridotti rispetto al comune italico pensare o ben-pensare.

Giudicare gli altri è uno sport tutto nostrano, in forza del quale siamo tutti allenatori senza mai aver giocato realmente una vera partita.

Chi ci incontra vede una Famiglia serena, ove la serenità non è data da un benessere materiale ma da un bene-stare interiore, emotivo, relazionale che noi chiamiamo amore, il quale ci dona il coraggio delle emozioni per fare e saper fare, perchè pane e amore non sfama.

Tutti i mesi faccio e facciamo i conti con le scadenze, dall’affitto di casa alle spese varie fino al minimo indispensabile per vivere dignitosamente, si parla quindi di una cifra minima di 1000-1200 euro mensili da dover guadagnare solo per pagare i conti, tutti i mesi, come fanno gran parte delle famiglie, anche quelle che vivono lontano dal nucleo parentale o che hanno perduto delle fonti di guadagno maggiori.

Entrate che provengono sia con il lavoro della pedagogista, sia con quello di cuocherellen a chiamata di mio marito, sia con le opportunità d’ambiente, dal lavare le scale al pulire il sedere a qualche anziana allettata come di tanto in tanto serenamente facciamo, ma anche dalle fonti parentali alle quali ricorro quando necessario.

Chi ci incontra sappia quindi che il mio lavoro di pedagogista, che educa e forma i bambini e gli adulti, non lo svolgo da uno studio vista mare ma da una stanza vista figli e che quel sorriso che mi viene spesso riconosciuto è tale per la qualità delle emozioni e, non, per una superficiale coscienza di benessere.

Tutto questo riuscendo a gestire l’ansia della paura di non farcela, oppure l’angoscia di una potenziale brutta malattia e le mille altre negatività che, se uno vuole, trova sempre.

Scrivo quindi questo centesimo articolo del Blog soprattutto per offrire un rinforzo ed un confronto a quei genitori che mi chiedono aiuto, a volte disperati perchè hanno perduto il lavoro e non hanno una qualifica da spendere o delle lingue straniere da parlare e, magari, hanno finito il giro dei parenti ai quali chiedere aiuto se presenti.

Genitori che non hanno il coraggio di lasciare quella casa che non possono più permettersi e finiscono nel circuito di quella, terribile, secondaria depressione.

Conosco quindi il valore ed il peso del sacrificio, del telefonare ad uno zio per chiedere un sostegno di fronte ad una immediata spesa che non si riesce a coprire perchè un cliente non ha pagato una parcella o un ristoratore non ha ancora inviato lo stipendio in tempi utili, oppure per le strane alchimie della burocrazia statuale che trasformano una data di nascita ed occorrono delle settimane per sistemare un 10 al posto del 9.

Ecco spiegate, soprattutto ai colleghi pedagogisti che si lamentano dei miei prezzi popolari, le ragioni di quelle tariffe convenzionate che espongo nelle pagine di questo Blog, le quali sono e rappresentano la mia fonte di sostentamento, onesta, ben ricambiata da uno spessore professionale adeguato e soprattutto fedele al nostro stile di vita, emotiva e relazionale fra noi e con gli altri da noi.

Per cui, cari genitori che pensate di non farcela più, sappiate che di fronte alla povertà materiale causata dalla perdita di lavoro o da una malattia o da mille altre ragioni, che la “colpa” non è vostra o solo di qualche investimento sbagliato come tutti e molti altri fanno, specialmente chi tende a “colpevolizzare” la vostra situazione per rinforzare la propria debolezza. Sappiate invece porre in discussione i vostri agiti senza cercare colpevoli di sorta ed assumendovi le responsabilità di un investimento o di una scelta sbagliata.

Ignorate chi vi guarda con supponenza e magari non è capace di porsi in discussione, perchè è facile criticare chi paga un affitto quando vivi a casa di mamma, oppure giudicare la scelta di fare i figli quando non ne hai.

Queste sono le tipiche dinamiche della debolezza, dell’ignoranza emotiva, della povertà d’animo da compensare con il salvataggio dei gattacci dei bassifondi per essere socialmente accettati, come “buoni” o come “meschineddi” in quel circuito del vittimismo sociale sempre ricco di singoli egoismi e, come tale, sempre vulnerabile all’abbandono.

La dignità di lavorare sotto costo richiede il rispetto del costo del lavoro, di tutti i lavori, non solo delle professioni.

Il mio è un lavoro, svolto tramite la libera professione di pedagogista, sono quindi un’operaia dell’anima che educa, estrae le risorse e forma gli individui con un metodo pedagogico arricchito dalla esperienza personale.

Scrivo un Blog che i lettori interessati possono leggere gratuitamente, presto dei servizi educativi e delle consulenze pedagogiche a costi convenzionati, quando capita di svolgere una qualsiasi mansione più umile ne colgo l’occasione, pur restando una pedagogista qualificata ma sopratutto una donna, moglie, madre che vive in un mondo reale nella filosofia e nello stile di vita che abbiamo scelto.

Mio marito è un collega educatore che mi aiuta mentre cucina in conto terzi o svolge le mansioni sul territorio utili anche per fare una giornata di guadagno, come tutti i padri di famiglia fanno, senza tante storie.

Sono una dottoressa per laurea conseguita, titolo che non metto in fattura, al quale non tolgo valore nel rispetto dei colleghi ma a cui dono il valore aggiunto della Famiglia Piselli, educatori pedagogisti, coltivatori di futuro…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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2 risposte a "dello scegliere di fare i figli da “poveri”…"

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