Dottoressa mi aiuti, nostro figlio adottivo è ingestibile, “non lo vogliamo più”…

In passato ho avuto modo di coadiuvare un percorso di adozione da parte di una coppia italiana in favore di un bambino dell’est Europa ed è stata una esperienza formativa importante, quella di potermi confrontare con le varie ragioni per le quali nasce il desiderio di adottare un bambino, italiano o straniero, normodotato o abilmente diverso, per farlo diventare un figlio proprio a tutti gli effetti.

Una coppia di coniugi senza figli che desidera adottare un bambino è ben diversa da una famiglia adottiva oppure affidataria, diverse sono le motivazioni, differenti sono le dinamiche che si instaurano fra il bambino in adozione ed “i genitori in prestito” rispetto alla famiglia che già ha dei figli propri e che accetta nel proprio nucleo la presenza temporanea o definitiva di un altro bambino, sia esso normodotato che portatore di una disabilità fisico-motoria, sensoriale o relazionale.

L’adozione prevede una serie di filtri che selezionano i requisiti interni ed esterni di chi si candida in tal senso, superati i quali inizia un ulteriore viaggio verso il “proprio” figlio, spesso tramite i soli corretti canali organizzati e ben strutturati ad ogni effetto di legge, altre volte tramite delle associazioni meno qualificate e non così di rado anche tramite il circuito “amicale” che permette di velocizzare i tempi col rischio però di finire in manette.

Accettare un bambino di qualche anno, non un neonato quindi, proveniente da un paese straniero e non sempre con un indice di rispetto verso l’infanzia particolarmente elevato, rappresenta il primo impatto emotivo da parte di quei genitori che mai lo sono stati e che necessitano di un ulteriore periodo, prima di capire di esserlo.

Come la coppia che alcuni anni fa richiese il mio aiuto per essersi trovata di fronte ai propri limiti quando hanno preso coscienza di non saper gestire quel loro figlio adottato otto anni prima in Moldavia, quando il bambino ne aveva solo sei di anni anagrafici e nulla si sapeva di certo ed incontrovertibile sulla storia della sua famiglia di origine e sui motivi del suo abbandono.

Bel bimbo biondo con occhi azzurri come il cielo, giunto in quella casa del Veneto benestante, diverso dai “soliti neri” africani e quindi più compatibile coi cromatismi politici di quella specifica famiglia che aveva cercato nei canali dell’est Europa la soddisfazione del loro desiderio di essere dei genitori, evidentemente riconosciuto compatibile coi requisiti per l’adozione da parte di tutti gli enti ed i professionisti preposti.

Crescendo quel bambino ha sempre dato dei chiari segnali di un disagio relazionale ed intellettivo, talvolta scambiati per le normali difficoltà di un bambino adottato che deve progressivamente inserirsi in un contesto sociale nuovo, con una nuova scuola, una nuova lingua, gente nuova e soprattutto amato, curato e ben vestito come mai prima di allora e per i bambini maltrattati già questo rappresenta un problema al quale debbono essere “educati”, perchè non basta amare e tutto va bene.

Segnali che col trascorrere degli anni si sono rinforzati a tal punto da porre in discussione non tanto la qualità genitoriale della coppia adottiva quanto l’eventuale presenza di un disagio psichico del bambino, mai prima diagnosticato e, non solo quindi, relazionale.

Coppia che ha presto coscienza di aver adottato un bambino che da bella bandiera di famiglia si era trasformato in un disagio per tutta la famiglia, tale perciò da richiedere delle risorse genitoriali ben diverse dal solo aver adottato un figlio altrui per farlo diventare proprio.

Genitori adottivi non più di un bel bambino biondo e con gli occhi azzurri ma di un quattordicenne ora descritto nei suoi sintomi come quelli di uno spettro autistico, evidentemente sempre presenti ma mai approfonditi col giusto interesse o coraggio genitoriale necessario.

“Amiamo nostro figlio anche se adottivo” è una frase che già contiene il significato morale ed emotivo di chi la esprime. Ascoltarla per me è stato istruttivo specialmente quando il seguito aveva il tenore di una sorta di incauto acquisto, col desiderio di risolvere il contratto.

Certo, si può ipotizzare che non tutti i genitori, specialmente adottivi, siano in grado di saper affrontare e gestire un figlio apparentemente autistico, però occorre anche capire che i genitori naturali dei figli autistici non hanno risorse differenti dalle loro, oltre alla struttura della relazione genitori-figli naturalmente.

Rispondere ai quesiti che ho ricevuto sul come fare ad individuare un istituto degno di accogliere il disagio di quel bambino con uno spettro autistico, non è stato per me facile, soprattutto perchè avevo la piena coscienza della loro maliziosa consapevolezza che da parte mia non vi era nessuna forma di valutazione delle loro personalità o competenza genitoriale da dover riscontrare coi requisiti specifici da dover soddisfare, sempre, come famiglia adottiva.

Tutto si risolse in realtà in fretta dopo qualche confronto e specialmente dopo la bozza di relazione che gli scrissi con il doveroso “per conoscenza” agli enti istituzionali preposti per la tutela di quel minore, figlio a tutti gli effetti di legge, di due genitori che di fronte al “giocattolo rotto” ne cercavano una soffitta accogliente per riporne il fastidio.

L’adozione dovrebbe essere sempre un atto di amore e di condivisione delle reciproche esigenze da parte di un bambino abbandonato, orfano o tolto da un clima di maltrattamenti e posto quindi in stato di adottabilità ed una famiglia o una coppia di genitori che mira a strutturare il proprio nucleo con la presenza di uno o più figli, biologici e affidati o adottati.

Debbo dire che il nostro paese ha una rete forte in tal senso, raramente vi sono dei circuiti clandestini che non siano prima o poi evidenziati come altrettanto raramente capita che una famiglia rifiuti la presenza di un figlio adottivo perchè problematico.

Rimane evidente però quel che spesso non si desidera affrontare coi giusti strumenti pedagogici, ovvero la capacità o meno di una famiglia o dei genitori adottivi di accettare un figlio adottivo “al buio” senza sceglierne il colore o la razza e senza accertarsi prima della sua realtà interna ed esterna.

E’ un dibattito sempre aperto quello del diritto e del dovere di una famiglia adottiva di accettare “quel che passa il convento” rispetto ai genitori biologici che possono invece avvalersi di una qualche diagnostica preventiva durante la gravidanza, oppure della sola anamnesi familiare che possa indicare dei fattori di rischio rispetto a delle particolari patologie ereditarie o generazionali.

Giudicare una coppia di genitori che “rifiutano un figlio difficile” non serve a nulla, occorre capire cosa e come fare in questi casi per offrire a quel bambino tutto il sostegno necessario ed anche per permettere ai suoi genitori (ad ogni effetto di legge) di porre in discussione la propria giusta paura ma anche tutte le opportunità di esprimere quel coraggio delle emozioni che essere dei genitori in ogni caso richiede.

Coraggio che, purtroppo, non può essere adottato…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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