educare i genitori al dolore fisico dei figli…

Uno dei maggiori errori che i genitori compiono è quello di drammatizzare un evento nel quale un figlio sembra essersi fatto male, oppure di denigrarne i lamenti cercando di sdrammatizzare invece quei casi in cui si è fatto, veramente, male.

Occorre quindi la capacità della giusta misura e la giusta misura è quella della meno ansia possibile, cosa non facile per molti genitori ansiosi ed ansiogeni o per quelli che impongono ai figli di essere dei “massicci” ad ogni costo, quasi col divieto di piangere.

I bambini rispondono al dolore spontaneamente, se lasciati sereni di farlo.

Comunemente ascoltiamo i pedagogisti della domenica pomeriggio dire che un bambino che cade deve rialzarsi da solo e, questo concetto, è certamente giusto nel suo complesso ma privo di un serio ed articolato significato pedagogico.

Un buon genitore aiuta sempre il figlio a rialzarsi, anche da solo, perchè è capace di comprendere l’entità della sua caduta, non di lasciare al bambino il dovere di misurarne l’espressione oppure di soffocare il suo dolore perchè immediatamente avvolto dall’ansia della madre, del padre o dei nonni o per non deluderli.

Lo aiuta a rialzarsi permettendogli e non imponendogli di farlo da solo, oppure di sostenerlo quando serve, scadente perciò di quel significato educativo di ardimento ancora creduto un rinforzo caratteriale di cui il figlio si ipotizza possa beneficiare.

Il carattere di un bambino lo rinforza la certezza di essere amato, nella misura serena.

Lo rinforza il sapere che la mamma è sempre reperibile, per cui può serenamente distaccarsi per sperimentare.

Lo rinforza il sapere che non deve dimostrare ai genitori di saper fare un cosa per gratificarli o di non doverne fare un’altra per non preoccuparli, perchè i bambini hanno solo bisogno del nostro rinforzo quando ci dicono “guarda cosa sono capace di fare” lasciandoglielo fare.

Il resto appartiene alla sfera educativa, ove non anche istruttiva-addestrativa, per meglio rinforzare una specifica attitudine del suo carattere o del comportamento.

Per riuscire a capire l’entità della caduta (metaforica) di un figlio dobbiamo essere dei genitori attenti alle sue emozioni, non vigilantes dei suoi giochi ed immediatamente interventisti verso un potenziale pericolo, altrimenti il gioco diventa solo fonte di ansia, di occhi guardinghi e mai attenti e mai permetteremo ai figli di lasciargli fare quel che loro vogliono che sia visto dai genitori col “mamma, papà, guardate cosa sono capace di fare”.

Ho tre figli piccoli e sono spesso sola con loro quando usciamo, a piedi, senza carrozzini di sorta e vivendo il territorio in tutti i suoi aspetti, dalla scuola al parchetto dei giochi, dal bosco al mare.

Ho scelto quindi di educarmi ed educarli ad ogni potenziale rischio, cosciente che sarei impazzita se avessi dovuto stare attenta a tutte le fonti di pericolo, ragione per la quale ho scelto di fidarmi dei figli e di chiedere loro di affidarsi agli esempi miei e di mio marito Fabio.

Esempi che contengono tutti i requisiti per comunicare le giuste misure senza gridarle, o trasmetterle col codice dei divieti assoluti ed imperativi.

I bambini anche i più piccoli hanno le orecchie per sentire quel che progressivamente saranno meglio capaci di ascoltare, iniziamo quindi subito a parlare con loro utilizzando i termini reali e non “cacca” oppure “bua” o le tante cippalippate che sovente ascolto accompagnate da quei toni e quelle vocine pseudo-infantili che non significano nulla per il bambino.

Un “NO” deciso è utile e necessario ma occorre misurarne il quando ed il come, altrimenti tutto sarà confuso e, per non confondere i bambini, dobbiamo riservare quei toni decisi e necessari proprio per i momenti più opportuni.

Inutile quindi urlare sempre dei divieti o gridare degli allarmi, occorre educare i figli al pericolo ed ai comportamenti in generale, tramite gli esempi pratici e trasmessi con un tono sereno, a misura di bambino ove la misura non è data dalla vocina pseudo-infantile.

Viva le ginocchia sbucciate e viva il battere il sedere, senza che questo rappresenti un intervento di una ambulanza o una frattura al bacino, per cui si torna sempre alla misura del giusto equilibrio.

Ricordo quando mio figlio Fabio Massimo si è aperto un dito per un pezzo di vetro lasciato sulla spiaggia, tanto che il vicino posto di soccorso ha dovuto aiutarci a fermare il sangue, giocando nel farlo, senza drammatizzare l’evento e senza impedire ai figli di giocare sulla spiaggia.

Noi, genitori, abbiamo imparato a meglio “bonificare” il luogo ove stendere gli asciugamani…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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