il sostegno pedagogico ai genitori nel percorso verso la morte di un figlio…

Tutti noi rifiutiamo l’idea che un figlio possa morire, per un incidente, per un brutto male, per il destino cinico e baro. Espressione con la quale si offre un alibi anche alle responsabilità personali, fatte di incuria, di trascuratezza, di disattenzione.

Rifiutiamo il pensiero catastrofico di un evento del genere che invece ogni tanto ingerisce nei varchi dell’ansia e dell’angoscia, quella che ci assale di fronte alle notizie di altri bambini morti o al dover abbracciare un’amica per la sua perdita.

Mi è capitato di offrire il sostegno pedagogico a chi ha perduto un figlio, in un caso tutti e due già adulti, trovando dentro di me quel terrore da cui fuggire nel solo ipotizzare una inversione di ruolo.

Un brutto male può accadere, trovandoci impotenti e vulnerabili, al quale reagire con le attitudini caratteriali e con lo spessore della famiglia; un incidente stradale talvolta nasconde delle velate trascuratezze, dal corretto uso della cintura a quello dei seggiolini, alla distrazione alla guida per inviare uno sms oppure al semplice impattare contro chi guida in modo scellerato.

Io stessa non nego che in talune occasioni ho trasportato i miei figli senza seggiolini o liberi da ogni cintura, anche se per brevi tratti in strade confinate ma riconosco di essermi assunta un rischio, perchè non potevo sapere chi altri avrei potuto incontrare, magari distratti, ubriachi o semplicemente incapaci di guidare ma con la patente favorita e non realmente conseguita con una formazione adeguata.

Questo ci stimola ad una disciplina ferrea sulla valutazione dell’indice di rischio, senza assumere il supponente pensiero che, certe cose, accadono solo agli altri.

Ci sono due modi per sostenere i genitori alla morte di un figlio, dopo che questa è già avvenuta e durante il percorso che lo accompagna alla fine della vita, quello più difficile.

Nel primo caso si approccia alla elaborazione del lutto con un metodo pedagogico ma è molto difficile sostenere un genitore verso la presa di coscienza che il proprio figlio è prossimo alla morte, per una di quelle terribili malattie i cui segnali clinici ci consentono ormai di capire i valori e di interpretarne i segnali di un collasso generale del “sistema” vita.

Ho incontrato in questa esperienza oltre ai genitori del bambino che ci ha lasciati, anche altri genitori in una simile situazione, che potevano osservarne gli esiti.

Genitori che, oltre al rapporto di fiducia coi medici, avevano nella fede religiosa un grande supporto oppure rassegnati a tal punto da averlo già elaborato, quel prossimo lutto.

Ho incontrato anche chi non riusciva a prendere coscienza della realtà negandone ogni aspetto doloroso, interrompendo il rapporto coi medici ed insistendo in cure impossibili o in ricette della speranza, fatte di giri su internet alla ricerca di limoni e bicarbonato contro una leucemia pediatrica feroce, oppure di parenti ed amici pronti alle gite fra madonne piangenti, maghi del dolore e (costosi) santoni di ogni forma.

Tutto è giusto e tutto è corretto se è utile ad affrontare la sofferenza di un figlio che muore, anche proiettare nei medici fino al giorno prima amati tutto il dolore dell’odio della morte del figlio, dando loro la colpa per non essere stati capaci di salvarlo. Un medico è preparato a tutto questo e, generalmente, è in grado di sostenerlo; altre volte si pone a tre passi sopra il cielo anche solo per non affrontare un simile evento restando spocchioso tanto da sembrare insensibile, forse solo più abituato alla morte con una osservazione scientifica e non solo umana.

La morte di un figlio è una esperienza che un genitore non elabora mai appieno, può solo accettare e conviverci, trovando nella propria sofferenza lo stimolo di una nuova vita, spesso fatta di solidarietà in nome del figlio, oppure nella sensibilizzazione verso la ricerca o nelle attività sociali e sportive utili a mantenere in vita il ricordo.

Altre volte invece si attiva il meccanismo dell’ombra, di un dolore silente e anonimo, tanto che pochi sanno che quella madre o quel padre hanno avuto un lutto terribile, perchè sembrano sereni e felici oppure perchè giocano con gli altri figli, da crescere nel ricordo delle emozioni di un fratello che non c’è più e non nel fantasma di chi ci ha lasciato.

Questo è sostanzialmente il mio lavoro di pedagogista che assiste i genitori ad accompagnare il figlio alla morte, non terminare la sua vita emotiva, coltivandone il significato profondo ed eterno dell’esperienza fino ad allora condivisa con quel figlio che a breve ci lascerà senza che debba trasformarsi in una presenza psichica tale da rasentare quel fantasma che condizionerà tutto il futuro della famiglia.

Il resto appartiene alla sfera personale dei genitori, la religione, i miracoli, l’esoterismo, i miraggi che non giudico in alcun modo se non nei limiti della rilevanza penale.

L’importante è offrire a chi me lo chiede quel sostegno professionale ed umano privato dal mio dolore nel vivere la loro sofferenza, che non equivale ad una espressione di insensibilità o di distacco bensì rappresenta il primo requisito di chi sceglie di fare questo lavoro, quello dell’equilibrio emotivo.

Altrimenti si finisce con l’essere la cassa di risonanza di una richiesta di miracolo, di quel miraggio che impedisce a dei genitori di vivere anche le emozioni della morte di un figlio.

Quelle che, nel tempo, gli consentiranno di riconoscere  e recuperare tutte le emozioni della vita insieme a quel bambino e, questo, li aiuterà ad elaborare il lutto, altrimenti  resterà vincolato alla sola memoria della disperazione della sua morte.

Un genitore che sceglie di esserlo, è consapevole di un remoto pensiero di morte di un figlio nei tanti casi della vita, per questo non può solo rifiutarne il significato o trasformarlo in una occasione ansiogena ma può arricchire il valore delle emozioni che condivide con lui, con la famiglia, quella in cui si resta sempre, oltre la morte…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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