la pedagogia sociale, quando arrivano i lupi..

Ivan Graziani echeggia nella mia vita da quando ho conosciuto mio marito, prima sapevo chi fosse ma non avevo approfondito la bellezza ed il significato dei suoi testi, che hanno ispirato il titolo di questo mio odierno articolo che richiama una delle sue più belle canzoni ( i Lupi) che spiega le emozioni della guerra, delle “lacrime e miseria, ritorno a respirare, ho spezzato il mio fucile”.

Le stesse lacrime e la stessa miseria con cui oggi la guerra è combattuta senza pari all’interno di una realtà sociale come la nostra, in cui molti si comportano da predatori per timore di essere mangiati, senza capire che ci stiamo solo ringhiando addosso e mordendo fra cani rabbiosi, convinti di essere lupi.

Lupi che da sempre patiscono il pregiudizio nelle favole o l’identificazione della fierezza, usati per rappresentare un timore o per manifestare il coraggio.

Siamo una società conflittuale perchè composta da una collettività in conflitto costante, incapace di una empatia tale da permettere di riconoscere l’importanza dei segnali di pace in chi invece la pace la teme, come fosse un germe della debolezza che può infettare la fiera baldanza del cittadino che deve dimostrare di non farsi mettere i piedi in testa da nessuno.

Oggi le reti sociali sono per la maggior parte virtuali, da una TV diseducativa ai social in cui la dissimulazione delle proprie vulnerabilità diventa simulazione di una forza che, già nella sua stessa espressione nei tanti post di Facebook per esempio, esprime tutta la debolezza che contiene.

La famiglia come base educativa e relazionale ha delegato alla scuola il dovere di formare i figli, senza comprendere che la scuola è una agenzia educativa a cui non si possono delegare le responsabilità genitoriali.

Società, la cui rete ha perduto il senso di comunità tornando quasi a dei processi clanici o di appartenenza politica, si descrivono di nuovo le persone per provenienza territoriale o per etnia oppure per la laterizzazione di partito, tendiamo a ricreare le stesse sacche di riconoscimento anche quando lasciamo la nostra terra per emigrare  in Italia o all’estero, riunendoci fra sardi, calabresi e siciliani per esempio, come se dovessimo sempre difenderci da una potenziale aggressione limitando in questo modo le opportunità di integrazione, compresa l’aggressività della povertà in ogni sua forma, materiale e morale.

L’ignoranza è oggi quel fucile che non si riesce a spezzare, sempre armato coi colpi dell’arroganza che spara contro chi, in pace, sembra diventare il soggetto estraneo, il “diverso” da attaccare perchè offre un confronto sgradito come quello del proprio specchio rotto.

Siamo una società confusa fra i tanti cappuccetti rossi buoni con le nonne, in attesa dell’oro da vendere dopo la loro morte ed i molti sciacalli vestiti da lupi, che predano gli opportunismi d’ambiente di chi, con un cestino per la nonna simula la bontà delle emozioni, controllati da una gendarmeria di cacciatori pronti a sparare per mantenere l’ipocrisia di un ordine pubblico inesistente.

Società nella quale il coraggio delle emozioni e la coscienza del bene-stare ha assunto il potere di filtro relazionale, illudendo taluni di appartenere ad una intellettualità elitaria ed altri invece ad una resistenza partigiana delle emozioni dell’amore.

Lo stato sociale ha perduto il valore di Stato e di società, ha perduto il senso della comunità, ha perduto il significato di collettività.

Oggi siamo un paese che non ha uno stato sociale ma solo una massa di persone sotto lo stesso potere politico, debole ed a breve termine, che gestisce lo Stato come se fosse un bar dello sport in cui commentare il derby domenicale, criticando l’allenatore ed il costoso calciatore di turno.

Siamo una collettività formata da tanti singoli individui ammassati insieme che non hanno la minima coscienza dell’altro da se, che non comprendono l’importanza dell’essere uniti, gruppo, un potenziale compatto strumento sociale contro la politica della disgregazione delle intelligenze.

Cento intelligenti insieme fanno lo stesso danno di centro ignoranti insieme, se non riescono a confrontarsi ed a trovare quella necessaria mediazione per giungere ad una sinergica condivisione di intenti. La differenza la farà solo il tono di voce e la qualità del linguaggio ma le dinamiche nucleari sono le stesse, fatte di tanti “io” e di pochi “noi”.

Noi, che non significa nulla se trasformato in una pluralità di egoismi sotto la stessa bandiera, simile al “postale” che portava in trincea i plotoni dei soldati che partivano in centomila e tornavano solo in sei, come ci ricorda il fu Ivan Graziani nella sua “i lupi”.

Ci svegliamo al mattino fra chi è già triste e rabbioso perchè teme di accendere il telefonino per ricevere le decine di chiamate dal recupero crediti e chi, invece, non ha problemi economici e vive la sua vita col distacco dal mondo reale, a volte sereno e felice altre volte depresso e triste per ragioni diverse da una debito-patia,

Tutta la nostra vita sociale sembra essere concentrata sull’apparire più di quel che si è e meno di quel che si ha, ove i poveri sono costretti a simulare una ricchezza che non hanno per timore delle conseguenze della povertà ed i ricchi dissimulano la propria consistenza patrimoniale per paura che possa essere inquinata, ritrovandoci alla fine circondanti da frustrati rifatti e dai graziati dal gratta e vinci che non investono la propria fortuna in formazione, in educazione, in condivisione ma solo in quei costosi oggetti con cui vestire la propria ignoranza emotiva.

La pedagogia sociale non è più capace di sviluppare una progettualità educante, non è più capace di sensibilizzare le istituzioni ad una socialità fra persone, alla responsabilità individuale e sociale, alla solidarietà emotiva ed al riconoscimento della persone come parte di una comunità e non di una massa da indirizzare verso un consenso politico.

Vogliamo essere lupi ma non accettiamo le regole del gruppo, conosciamo solo quelle del branco nel quale lottiamo fra noi per il desiderio di supremazia o per timore che qualcuno ci urini sulla testa, ringhiandoci addosso continuamente.

Sono una pedagogista, osservo i bambini, gli adulti, i genitori, gli anziani, i più disagiati che vivono la mia stessa società, rifletto sulle dinamiche relazionali e sui meccanismi comunicativi delle emozioni e delle reciprocità fra gli individui.

Rifletto soprattutto su quanto mi disse un collega ed amico sardo che oggi lavora nella pubblica amministrazione, quando descriveva il suo attuale lavoro come lo stesso che aveva lasciato nell’ovile di famiglia nelle colline del nuorese, ovvero quello di un conduttore di cani da gregge e non di un educatore di persone…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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