pedagogia sociale, il bisogno di Giustizia nelle vittime della verità segreta…

Nell’inverno del 2016 avevamo preso un alloggio temporaneo a Ventimiglia Alta, tornammo a casa dopo un pomeriggio trascorso alle Calandre e per quanto stanca delle scale fatte sia per tornare in strada che per giungere all’ultimo piano, ove insieme a mio marito coi tre bambini già addormentati in braccio notai la porta aperta ed il “sigillo” violato.

Sigillo che altro non era che una pellicola adesiva trasparente che Fabio usava mettere in un lato della stessa porta proprio per evidenziare ogni eventuale illecita introduzione da parte di chi non necessita di forzare la serratura, soprattutto di una porta ordinaria e non blindata o protetta da allarmi, come quelle che generalmente troviamo nei vari alloggi temporanei che prendiamo in affitto nelle località in cui ci fermiamo per brevi, medi o più lunghi periodi.

Fabio fece le sue bonifiche che ho imparato a riconoscere come anti-trappolamento, quindi entrammo per osservare con dolore e rabbia la stanza dei figli in subbuglio, con tutti i vestiti, i loro giochi ed i disegni sparsi in terra e sui letti.

Avevo già subito in passato degli eventi simili, come ho descritto nel primo articolo di questo Blog (leggi) ma questa volta sono stata fortemente colpita dalla violazione degli oggetti dei miei figli, perchè i giochi ed i disegni sono le loro emozioni oltre i vestiti che comunque fanno parte delle loro esperienze.

Mio marito chiamò i Carabinieri di Ventimiglia informandoli dell’evento, i quali come prassi suggerirono di fare una denuncia, magari il giorno dopo atteso che si stava avvicinando l’ora di cena.

Ricordo bene le parole di Fabio quando disse con quel tono che riserva solo per le occasioni speciali che, laddove ne avesse preso uno indicandone l’origine in presunti apparati dello Stato, questa volta lo avrebbe portato in caserma un pezzo alla volta e, a quel punto, l’intelligente milite organizzò un incontro in caserma col suo livello superiore che fu poi, nel successivo seguito, supportato da “gente venuta da Roma diversa dalla Polizia Giudiziaria” con cui potei parlare anche fuori dai ruoli, ricevendo come altre volte è accaduto una versione ufficiale e quella invece più confidenziale che ne “la moglie del testimone” meglio dettaglio.

Le espressioni di mio marito riferito al “consegnare un pezzo alla volta” nulla hanno a che vedere con la “guappata” o la minaccia, al contrario raccontano la disperazione di un uomo, marito e Padre, che usa un linguaggio comunicativo sostanzialmente codificato all’interno di un ambiente nel quale ha lavorato sin da giovanissimo militare di carriera, prima presso la scuola sottufficiali dell’Esercito, poi alla Brigata Paracadutisti Folgore per congedarsi dalle armi dopo un periodo trascorso ai reparti missili contraerei.

Diversamente dalle precedenti occasioni, avvenute nel corso degli anni, in cui l’intervento dei Carabinieri trovò sempre intatti e serenamente posti in condizioni di non muoversi e di non nuocere coloro intenti ad osservare la nostra vita, che poi furono identificati dagli stessi Carabinieri come referenti di non meglio precisate “entità” che a loro volta riferivano ad altrettante non meglio precisate persone, fra le quali qualcuno di pertinenza ministeriale e dal quel momento calò un velo di minore trasparenza sull’anagrafica di questi personaggi, anche da me fotografati in più occasioni mentre si sono concentrati sulla mia persona in assenza di Fabio, al lavoro o all’estero.

Mio marito durante gli anni mi ha di fatto “addestrato” e debbo dire che questo mi ha consentito di ridurre il “sembra che” con tutti i timori inutili rispetto al “riscontro di più coefficienti” che donavano un valore aggiunto alla percezione di essere oggetto di qualche attenzione, diversa dal classico beccaccino che mira la donna che allatta per le sue personali fantasie o al tipico imbecille che ci prova, fra l’altro sono grande abbastanza anche da prevenire che una simile occasione possa avvenire.

Fabio al tempo prestava delle consulenze alla Polizia Giudiziaria anche in un caso che lo ha visto poi coinvolto nelle indagini sulle stesse indagini, (omicidio Narducci\mostro di Firenze) inoltre di tanto in tanto era chiamato da qualche Procura per essere sentito come persona informata su quegli eventi degli anni ottanta e novanta, falange armata ed il presunto traffico di armi con la Somalia.

Per cui poteva non essere un evento del tutto eccezionale quello di una sorta di monitoraggio su di lui.

L’unico problema era dato dal fatto che i soggetti da mio marito fermati e consegnati ai Carabinieri non erano operatori di PG e non avevano deleghe o decreti di nessun tipo per quella evidente attività di sorveglianza, non da una amministrazione dello Stato e non nessuna persona magari interessata a condurre delle indagini difensive con l’incarico verso qualche investigatore privato che avrebbe potuto coinvolgere mio marito.

Preso atto quindi che quanto stavamo subendo non era immediatamente riconducibile ad una attività di Polizia Giudiziaria, non ad una attività investigativa autonoma da parte di qualche polizia per motivi giustificati, non da parte dei servizi segreti che hanno sempre negato di aver un fascicolo su mio marito, poi invece emerso, non è rimasto altro che ipotizzare che quelle attenzioni fossero provenienti da qualche mio vecchio spasimante evidentemente deluso del mio matrimonio e del “figliare” col Piselli.

Ho coltivato anche quella ipotesi pur di non lasciare nulla di intentato, giungendo a scarsi risultati anche con un pizzico di femminile delusione, speravo di aver lasciato una maggiore impronta in qualche ex ma, ilarica delusione a parte, nulla di nulla ci ha mai fatto seriamente comprendere “chi faceva cosa e cosa faceva chi”. Espressione questa molto cara al mio buon marito.

In questi anni ho potuto in qualche occasione confrontarmi al telefono o di persona coi familiari di altri militari o ex militari coinvolti in fatti di cronaca, evidenziando dei meccanismi simili nella attività di ingerenza nella nostra vita, di induzione a percepire una minaccia e, soprattutto, di riduzione e di denigrazione dei rispettivi mariti o parenti prossimi protagonisti ora di una scomparsa misteriosa, ora di un omicidio rimasto irrisolto, ora di una ampia serie di false accuse che hanno di fatto distrutto la carriera di un collega di mio marito.

Colgo l’occasione con questo articolo di ricordare alla collettività che Marisa Gentile, moglie di Davide Cervia, ha raggiunto dopo decenni di dura lotta una sentenza epocale rispetto al panorama dei “segreti” sulle verità di Stato, ovvero ha finalmente raggiunto il riconoscimento (per sentenza) di una attività di impedimento posta in essere dal Ministero della Difesa di raggiungere la verità sulla scomparsa di suo marito Davide Cervia, ex militare di carriera esperto in guerra elettronica e missilistica.

Una sentenza che merita tutta l’attenzione della collettività perchè non è ben “pubblicizzata” dagli organi di informazione, per cui attivatevi in modo autonomo cercando in rete i fatti di Davide Cervia e seguendo la battaglia che Marisa Gentile ed i suoi figli conducono.

Un’altra sentenza che recentemente offre un valore di ridotta millanteria nei confronti di chi parlava della tutela di interessi diversi da quelli istituzionali da parte dei propri colleghi in forza presso qualche corpo dello Stato, è quella sulla cosiddetta trattativa, che merita un serio e preciso approfondimento da parte di quella collettività più attenta alla storia del nostro strano paese.

Paese che ancora reclama la verità sulla morte di altri militari, dal Colonnello Ferraro al maresciallo Mandolini, immediatamente ridotte di spessore nel paradosso dell’elevato spessore operativo invece rappresentato dai due militari. Un presunto suicidio ed un presunto omicidio “di genere” che hanno visto nei mesi precedenti anche la morte del Maresciallo Li Causi e quella dei giornalisti Ilaria Alpi e Miram Hrovatin, casi che fra loro trovano nella Somalia e nei suoi presunti traffici una interessante convergenza, estesa alle singole competenze che nel caso dei tre militari erano complementari fra loro, le stesse attenzionate dal lavoro di ricerca giornalistica di Ilaria Alpi e riferite anche a ciò che avveniva in Italia, fra Trapani, Roma, Livorno e le altre località oggetto di indagini di più procure.

Il nostro è anche quello strano paese nel quale i casi giudiziari che giungono al rango di “mistero di Stato” e pochi non sono sin dall’immediato dopoguerra, invece di trovare una attenta platea collettiva rischiano di diventare oggetto del tifo di chi sposa una tesi rispetto ad un’altra, specialmente se questi casi hanno una valenza politica, per cui chi ne è a vario titolo coinvolto rischia di dover partecipare alla ricerca del consenso o di dover sensibilizzare la società civile con delle manifestazioni o delle proteste proprio per attirare l’attenzione sui motivi della mancata verità e sui presunti inquinamenti delle indagini che a quella verità non giungono mai, oppure poco dopo sarà una verità giudiziaria ribaltata da nuove verità, ma mai col raggiungimento di quella storica e definitiva.

Debbo dire che nel corso degli anni sono stata io stessa una sorta di segretaria di mio marito verso tutti coloro che si interessavano al caso dopo che il suo nome è emerso agli organi di stampa e su qualche libro, poi valutato tutto abbiamo scelto di intraprendere questa vita da “latitanti volontari” accettando la povertà che la caratterizza e la ricchezza che ci offriamo in termini di emozioni e di spessore della relazione coi figli.

Sono una donna equilibrata, una moglie felice, una madre serena ed una pedagogista laureata che ha accettato di sopravvivere, perchè per quanto posso proporre la qualità del mio lavoro ben diverse sono le entrate effettive, ma di farlo con quella dignità che spero di trasmettere nelle emozioni dei miei figli. Anche se talvolta nei momenti di seria difficoltà, per qualche secondo “maledico” mio marito per non aver accettato quei vantaggi economici che ci avevano ventilato qualche anno fa e, magari ora saremmo in una bella casa di proprietà e non in due stanze in affitto, ora avremmo una bella macchina tutta nostra e non dover invece aspettare la corriera ma, probabilmente non saremmo la Famiglia Piselli che siamo, gente umile, semplice ma profondamente libera, libera anche di dire al proprio Stato che la Giustizia non può essere solo un fatto tecnico gestito da chi poi, si scopre che, nei fatti di Stato, di tanto in tanto dimentica i tecnicismi.

La Giustizia non può essere mediata dal buon lavoro di qualche giornalista o dalle trasmissioni televisive, ha il dovere invece di riformare ogni ganglio che l’amministra, ad iniziare dall’impedire a quegli operatori che a volte ho incontrato con la qualifica di ufficiale di Polizia Giudiziaria ed altre volte invece con un ruolo diverso da quello della Polizia Giudiziara, trovandomi in imbarazzo fra il capire se sto parlando con un investigatore o con “Ciccillo ‘o spione”….

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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