la pedagogia sociale, riflessioni sulla sentenza della trattativa Stato-mafia…

La storia di un paese appartiene sempre al suo futuro.

Quando sarà possibile analizzarne i contenuti con una conoscenza maggiore e forte di una maturazione della sua cittadinanza rispetto alla attualità degli eventi, poi diventati storia, durante i quali era minore la consapevolezza di tutti i meccanismi che li hanno causati che, nel nostro strano paese, hanno sempre il sapore del segreto.

Oggi siamo giunti a quel futuro idoneo per capire la storia degli eventi stragisti del nostro paese, sia quelle relative ai primi anni novanta ma anche alle precedenti, a partire da Portella della Ginestra fino al periodo del terrorismo.

Non possiamo comprenderne gli autori o i mandanti, anche perchè cambiano ad ogni nuova inchiesta che ribalta i risultati di quella precedente, ritrovandoci per questo ancora oggi ad assistere a dei processi datati anni settanta.

Possiamo approcciare la storia del nostro paese, quella scritta col sangue delle vittime, con una consapevolezza maggiore ora che è giunta una sentenza (prima che sarà cambiata dalla prossima) che ci offre uno scenario da sempre ipotizzato, ovvero che lo Stato abbia contribuito alla conduzione di quei fatti di sangue che hanno caratterizzato l’evoluzione democratica del nostro paese sin dal primo dopoguerra.

In realtà la sentenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia riguarda il periodo delle stragi di Falcone e di Borsellino ma nei suoi contenuti ci dice che è compatibile con il “sistema” che ne regola le trattative in tal senso, veicolate tramite il canale del segreto.

Siamo una collettività matura che ha superato numerose stragi e fatti di sangue terribili sin dalla fine della seconda guerra mondiale, capaci quindi di comprendere un eventuale interesse superiore dello Stato da tutelare anche col sacrificio dei pochi, da lasciar morire per mano di una entità sulla quale mai riusciamo e mettere le mani.

Invece si persiste a trattarci come dei cittadini incapaci di comprendere, inaffidabili a tal punto da vincolarci al segreto ed alle sue convenienze, sfruttate come strumento di opportuno ricatto da parte delle tante forze politiche in grado di raggiungere una maggiore consapevolezza del “sistema” Italia.

Da quando “frequento” mio marito ed il padre dei nostri tre figli, ho potuto approfondire quegli eventi nei quali Fabio è stato coinvolto nel piccolo perimetro della sua percezione di quando era un militare di carriera negli anni ottanta ed un consulente poi; come ho scritto nel primo gratuito articolo “la moglie del testimone” ho dovuto rispondere alle telefonate della Direzione Investigativa Antimafia per organizzare gli interrogatori di mio  marito su fatti che ho ascoltato solo alla televisione o letto sui libri, verso i quali mi ero approcciata come ogni altro cittadino colpito da quelle stragi, sin dalle storiche degli anni sessanta a quelle degli anni novanta.

Ho voluto approfondirli con la mia autonoma capacità di  comprensione e non sotto la guida o la consulenza di mio marito, al quale ho chiesto il significato di un termine o di una struttura ma dal quale ho preteso le carte che aveva e quelle che ho acquisito in ogni sede giudiziaria e politica in cui sono stata per estrarne copia o studiarle sul posto.

Approfondimento fatto anche di incontri e colloqui con gente dell’ambiente, dagli ex colleghi di Fabio a quegli operatori delle varie polizie e dell’intelligence che ho a vario titolo incontrato, fino a coloro che mi hanno invaso di notizie terribili sul conto di mio marito, che ho desiderato altresì incontrare per evidenziare nella gran parte dei casi che erano solo dei vuoti a perdere attivati per questo, per denigrare e per ridurre la credibilità generale di un soggetto, salvo coloro che pur forti della propria convinzione si sono alleati alla mia ricerca i cui risultato hanno dato modo di porla in discussione e rileggere le carte sulle quali avevano basato le loro negative considerazioni su Fabio Piselli.

Provengo da una vita ordinaria fatta di una evoluzione ordinaria, niente di caratterizzante una competenza investigativa o una particolare conoscenza politica, solo la mia minima intelligenza e quel semplice quesito che mi ha sempre permesso di andare oltre le apparenze, ovvero il chiedermi di fronte ad un dato privo di reale riscontro oltre lo spessore di chi lo divulga:…”e, se così non fosse?”

Domanda alla quale la prima risposta che ho fornito è stata la verifica di un riscontro di un documento con le persone che lo hanno compilato, quindi con le fonti che lo hanno generato e con chi lo ha assemblato all’interno di un pacchetto mirato a denigrare una persone e ridurne lo spessore testimoniale.

Quando, anni or sono, un appartenente ad una amministrazione di sicurezza dello Stato mi contattò informalmente, qualificandosi però come tale, per “notiziarmi” sul conto di mio marito nella speranza di spaventarmi o indurre una condizione di dubbio, trovò la mia semplice domanda con la quale gli chiesi i motivi per i quali un funzionario di un ufficio di Stato aveva bisogno di avvicinare in quel modo una cittadina italiana per indurla ad assumere una notizia denigratoria e tendente a formulare mille dubbi sul conto di un altro cittadino italiano, in quel caso l’uomo diventato mio marito ed il padre dei miei tre figli.

E’ bastato manifestare la capacità di un ragionamento autonomo per porlo subito in difesa.

E’ bastato chiedergli di telefonare al suo ufficio e di passarmi il suo livello superiore col quale parlare per comprendere quale tipo di delega o autorizzazione avesse ricevuto per fare ciò che stava facendo, ovvero tentare di condizionare il mio pensiero verso una persona con cui avevo scelto di relazionarmi.

E’ bastato non subire lo spessore della fonte di quelle notizie, un funzionario di un ministero, ma agire il riscontro sia sulla qualità probatoria delle notizie stesse che sui motivi della loro divulgazione in tal senso.

Lo stesso comportamento era stato posto in essere nei confronti di molte altre persone che a vario titolo avevano avuto dei rapporti professionali, amicali o anche affettivi in passato con Fabio Piselli e, non tutti, hanno saputo agire una reazione se non la classica che in molti agiamo di fronte ad un “dubbio” ad una persona “chiaccherata” ad un “buono o cattivo che sia meglio starne lontani” come la paura ci spinge a ragionare.

Questo è il metodo con cui si isola una persona, col quale si mina la sua vita sociale, professionale, relazionale in forza di una credibilità del ruolo istituzionale di chi divulga quel tipo di notizie, che fanno paura e, come non credere, ad un operatore di Polizia o ad un funzionario di un Ministero, ci chiediamo.

Se uno Stato ha nel suo interno un nucleo di soggetti che dello Stato si fanno alibi per tutelare degli interessi diversi da quelli squisitamente istituzionali (democratici in favore della collettività) bensi riferibili a delle entità che rappresentano un sistema (politico. geo-strategico, affaristico criminale) è corretto ipotizzare che non basta più un fregio di Stato per pretendere l’assoluta credibilità, in assenza di riscontri materiali e non solo apparentemente tali perchè assemblati in una informativa da inoltrare ad un PM che prenderà delle decisioni investigative anche basandosi sul contenuto di quel rapporto giudiziario.

Ecco l’importanza del valore pedagogico della sentenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, ci educa a riconoscere una nozione di sistema che regola il segreto di quel tipo di trattative, estrae da noi le risorse per capire l’uso criminale degli strumenti dello Stato, anche in buona fede, come la Giustizia e gli operatori delle tante polizie e soprattutto ci forma per diventare dei cittadini consapevoli, dicendoci che probabilmente il nostro è una paese che è stato fortemente inquinato da quel sistema, dal senso di quella trattativa, ovvero ci stimola a riprendere in mano il sistema stesso e a riformarlo interamente.

Altrimenti, forse non ci rendiamo conto che, avallare un simile sistema col nostro voto, non significa esprimere la libera volontà democratica, ma continuare la trattativa…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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