riflessioni di una pedagogista sulla abitudine a “dicere” e sulla cultura italica del “sembra che”…

Il nostro è uno Stato formato da una originale provincia diventata paese, poi nazione, sempre però caratterizzata dalla cultura rionale del “sembra che” tale da alimentare le maliziosi voci sul conto di qualche individuo, oggetto del “dicere” comune.

La denigrazione altrui come strumento di comunicazione delle povere emozioni dei più, arricchite dal rancore, dalla supponenza, dall’invidia e talvolta dalla semplice scarsa intelligenza in generale, si è evoluta nel corso degli anni passando dal rango di voce di popolo a discussione da salotto buono fino ad una verosimilità virtuale, grazie alla possibilità attuale della eco di internet nei vari social ed applicazioni mobili.

“Se lo dicono tutti vuol dire che è vero”.  Ma mille voci sullo stesso argomento sono spesso generate da una sola bocca e ripetute da altre centinaia, non per questo lo spessore della voce è tale perchè il peso del dicere sembra importante.

Ancora oggi lo riscontro nel mio lavoro dedicato alla gestione dei conflitti delle coppie, in una forte attribuzione in termini di importanza ai vari “dice che”.

Ove una o l’altra parte rinfaccia alla controparte il presunto contenuto di voci e dicerie, quasi sempre in odor di corna, sul conto ora del marito ora della moglie che non sanno meglio rispondere alla pretesa dei rispettivi quesiti indicanti il classico “dove e con chi eri”.

Ho assistito un marito che telefonava alla moglie pretendendone un selfie via whatsapp per riscontrare luogo ed ora sul dove fosse.

Tutto questo è più comune di quanto si possa pensare e rende terribilmente scadente la qualità di qualsiasi forma di relazione fra persone, di sentimento o del solo stare insieme per i dodici secondi netti che dovrebbero bastare per capire che non è il caso di coltivare un simile rapporto.

Cosa è che stimola quindi nelle persone normodotate il meccanismo del dubbio sulla base di dubbi commenti che, come detto, non superano il livello della diceria di rione o della maliziosa battuta del barbiere di paese oppure il più elevato spessore de “il bollettino dei becchi”.

Bollettino che aveva anche prove fotografiche importanti quando vi è stata questa moda in qualche paese, ove la moglie del sindaco in auto col maresciallo dei carabinieri in pose inequivocabili “dice che” abbia fatto perdere elezioni e promozioni in più occasioni.

Sono una donna che proviene da un paese del sud Sardegna, sul conto della quale sono girate voci e dicerie durante l’adolescenza, le stesse che ascoltavo sul conto della compagna di classe o degli amici del gruppo scout in cui ero inserita.

Niente che, tutti noi, non abbiamo perciò conosciuto nel corso della nostra evoluzione in ogni periodo generazionale.

Le volte in cui vado a Livorno per fare un simpaticissimo esempio, città natale di mio marito, mi piego in due dalle risate nel sentire le articolate descrizioni dei commenti fra persone, riferiti a terzi, anche solo nel tragitto sul bus dalla stazione al centro.

Rimane indelebile nella mia memoria l’incontro con una colta donna ebrea livornese amica di Fabio, con la quale dopo il serio parlare su argomenti seri riferiti alla eterna diatriba fra ebrei e palestinesi, ci siamo scambiate due occhiate di intesa durante l’intervento di una classica donna over 50 vestita da ragazzina, mai stata donna e mai stata moglie, che con quel tipico fare della simpatica livornese sbarazzina ha espresso un suo commento sull’argomento che stavamo trattando; dopo che questa si era allontanata, la donna ebrea livornese, perduto lo “spadino” (modo di dire riferito al bon ton dell’accademia navale) ha fornito una descrizione della over 50 vestita da ragazzina in un livornese poco ebraico. Dicendo in un articolato e complesso discorso che questa “se fosse andata dal ginecologo per chiedere l’applicazione di una spirale, probabilmente le davano uno zampirone per le zanzare, tanto era chiusa la bottega“.

Indicando con questo elaborato dicere, il significato dello scarso uso da parte della over 50 dei favori di più uomini che ella persisteva a frequentare fino al riconoscimento del peccato e senza mai così poter raggiungere quel piacere tanto agognato col suo vestirsi da ragazzina, in stile festa in casa anni ottanta.

Questo dovrebbe essere quindi, il senso sociale del “dice che” e niente altro.

Una diceria, cattiva e maliziosa, che però non dovrebbe incidere sulla qualità di un argomento o sulla capacità di una persona di rendere testimonianza della propria cultura, anche intervallata da una pesante espressione che, a Livorno, trova un terreno arato e ben capace di sostenerla.

Diverso è invece il significato emotivo della stessa diceria quando il terreno è coltivato a voci, a reazioni emotive di emozioni non reattive ai sentimenti, spesso nemmeno considerati tali ma solo corrispondenti ad un piacere o ad una conveniente convenzione relazionale.

Coppie di innamorati nemmeno più giovanissimi, anche sposati e genitori, che si rinfacciano le rispettive voci in un reciproco vociare e gesticolare il contenuto di un “dice che” captato ora da un “fidato amico” ora da un mediato consiglio di un parente.

la pedagogia può quindi estrarre da queste persone delle residuali risorse, degne di intelligenza, per formare la coppia verso la preservazione e la coltivazione delle singole capacità, per giungere ad un confronto di pensieri e non di dicerie.

Il nostro paese è in gran parte questo, ove la fuga dei cervelli non necessita di andare all’estero, perchè molti sono già latitanti in patria…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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