riflessioni di una pedagogista sulla volontà parentale di fronte ad una sentenza dello Stato che decide la vita e la morte di un figlio…

Osservo l’ultimo caso di un bambino malato al quale è stata staccata la spina e lasciato morire, che ha suscitato le solite polemiche fra etica e fede, fra diritti e poteri, spesso condite da mere considerazioni teoriche oppure da profonde dottrine teologiche sul significato di vita, oltre alle solite idee di condanna o di rivoluzione.

Sento parlare di volontà parentale, brutta traduzione dall’inglese che alla nostra latitudine suona meglio come volontà genitoriale, anche solo per escludere una estensione a qualche parente “sottuttoio”.

Sono colpita dall’immediato intervento della nostra politica pronta a donare la cittadinanza ad un bambino straniero gravemente malato, col Papa che aveva già attivato gli ospedali per la sua accoglienza, quando poi molti altri bambini sono lasciati nel limbo della mediocrità quotidiana della giungla sanitaria del nostro paese.

Certo, è un caso limite che ne segue altri di casi limite avvenuti in passato, un evento che offre l’opportunità di un dibattito ad alto livello propedeutico per comprendere cosa è giusto fare in futuro per limitare i prossimi casi, in cui assisteremo alla morte di un bambino nato con una grave malformazione al quale sarà staccata la spina per il bollo tondo di un Tribunale che ne decreta la morte.

Un bambino che non ha più speranze, che soffre, che vegeta, non ha certamente nessuna capacità di autodeterminare la propria volontà per questo i suoi genitori ne rappresentano la tutela ad ogni effetto di legge, in nome di quella responsabilità genitoriale che ne regola i diritti ed i doveri.

Avremo quindi genitori decisi a terminare la vita di quel figlio per non farlo soffrire e genitori protesi a tenerlo in vita comunque, in nome dell’amore o della sia fatta la volontà del Signore, in forza di una economia del dolore oppure in ragione di una economia delle costose cure per mantenere in vita chi già considerato essere un cadavere.

Tanti sono perciò i dibattiti che potremo sviluppare da questo ultimo caso, ad iniziare dal chiederci che cosa un cittadino rappresenta per il suo governo (protempore) e per il suo Stato rappresentato dalla Legge che ne regola la vita sociale e le libertà personali.

Cosa siamo quindi, noi cittadini, di fronte al bollo tondo dello Stato, persone o proprietà, soggetti oppure degli oggetti serializzati da un codice fiscale che somiglia a quel numero a barre delle barrette di cioccolata al supermercato?

Questo è il vero dibattito, a mio avviso, compreso il quale potremmo opporci ad ogni sentenza ordinaria o straordinaria con la piena cognizione, di chi e cosa siamo, per il solo essere dei cittadini di uno Stato, in cui non abbiamo scelto di nascere.

Quanto vale la volontà genitoriale di disporre della vita dei propri figli sia nella normodotazione delle loro risorse che nei casi limite di una gravissima patologia, quanto è potente il riferimento ad un dogma oppure alle idee di libertà che superano la libertà delle idee, quanto coscienza abbiamo del significato di volontà genitoriale?

Siamo forse dei soggetti minus che necessitano di un governo superiore per decidere la propria volontà, adottati da una politica delle leggi anche quando una scelta è strettamente personale come la qualità della vita dei figli?

I figli, sono un “possesso” genitoriale o un bene di Stato?

Forse dovremmo solo ricordarci che i bambini sono dei soggetti autonomi sin dalla loro nascita sotto la tutela naturale e legale dei loro genitori, i quali sono consapevoli dei limiti della rilevanza penale delle loro azioni in danno dei figli e sono altresì in grado di decidere autonomamente della qualità della loro vita interna ed esterna, senza alcun tipo di ingerenze da parte dello Stato o delle religioni.

Per fare questo occorre avere quella coscienza genitoriale che molti ancora delegano allo Stato, per cui si rischia di fare i bravi genitori deleganti quando le cose vanno bene e ricordarci dei nostri diritti di determinazione di fronte ai casi limite.

L’equilibrio, a volte, è una opportunità di osservare gli eventi dai quali imparare, altrimenti accade che tutti vogliono insegnare quel che non sanno.

Chi, di noi, ha il coraggio di staccare la spina ad un figlio che vegeta, che soffre e che non avrà nell’immediato futuro alcuna possibilità di cura, quando ci dicono che esistono i miracoli delle preghiere utili ad una intercessione divina che faccia alzare il nostro piccolo Lazzaro da riportare alla cuta terrena di una vita reale. Quando ci dicono che da qualche parte c’è un guru di qualche scienza o pseudo tale che ha inventato gli impacchi con la spuma bionda che tutto guariscono, oppure laddove persistiamo a non saper affrontare la vita per quella sofferenza che in essa contiene.

Allo stesso modo chi può condannare quei genitori che invece desiderano agire quella eutanasia d’amore verso un figlio che soffre, che non ha speranze, che respira solo per volontà di una macchina, la cui spina rappresenta tutto il potere di vita di quel bambino.

Forse, tutti noi, dovremmo iniziare a staccare la spina del tifo pro e contro, delle polemiche del consenso, delle bandiere degli Stati dolci e quelli severi, delle chiese di Dio e dei Dei delle chiese, per agire la più semplice delle azioni, riflettere sul significato di quella autonomia vitale e non necessariamente una vita autonoma, pensare a quel bambino, soggetto di vita e non oggetto della volontà o meno di farlo vivere…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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