riflessioni di una pedagogista sul senso del lavoro nella giornata del primo maggio…

Lei, dottoressa, non può capire l’operaio, perchè appartiene alla borghesia ed ha un marito fascista. Mi sono sentita recentemente dire durante un confronto in una consulenza con un genitore in fase di separazione.

Avrei voluto dirgli chi era mio Padre, nella foto, ed i sacrifici compiuti per crescere una famiglia in una Sardegna degli anni difficili, tanto che è dovuto andare anche in Libia per riuscire a costruire una casa in cui mia madre e mia sorella vivono, perchè rimaste al paese di origine senza emigrare come molti altri sono stati costretti a fare.

Avrei voluto dirgli dei miei impieghi come dipendente in un supermercato, oppure come badante, o come cameriera a due euro l’ora o come gli altri lavori che ho svolto e che svolgo per contribuire al mantenere la Famiglia oltre all’essere la “dottoressa”.

Compagni dei campi e delle officine che spesso confondono i tempi e la storia perchè vincolati ad un ideale ormai anacronistico, al pari di chi ancora cerca nel Duce un ritorno ad una Italia tutta Patria.

Siamo nel 2018 e non possiamo più dipendere dai martelli falciati e dai boschi di braccia tese (cit.) soprattutto di fronte ad una politica confusa e confondente come quella attuale.

Primo maggio che non ho mai festeggiato perchè poco credo alle feste ed alle ricorrenze rituali se non ai riferimenti della memoria, per quanto anche questi stanno trasformandosi in ricorrenze rituali, tanto che ormai mi aspetto che sia istituita anche la giornata del ritardo mestruale.

Operaio, impiegato, lavoratore autonomo, libero professionista, quadro, dirigente non hanno più un valore classista o sociale, perchè conosco molti avvocati che la sera incontro a fare i camerieri al pari delle pedagogiste con tre bambini che aiutano il marito cuoco, tanto per citarmi.

Il valore, creduto tale, rimane nella identificazione politica dell’ipocrisia del significato di lavoro rispetto a quel che significa essere un lavoratore, non necessariamente sindacalizzato o che ricopre un ruolo apicale, ovvero coloro che investono gran parte della propria giornata a produrre una fonte di sostentamento lavorando e, non, solo raggiungendo il posto di lavoro.

Oggi sarebbe più opportuno ricordare la strage di Portella della Ginestra del 1° maggio del 1947 per il suo reale significato per la nostra Democrazia rispetto alle stragi mafiose ed alle verità di Stato ma, probabilmente, domani molti si ricorderanno solo di quanti “negri” sventolavano le bandiere dei comunisti e di quanti “neri” inneggiavano loro contro sventolando i gagliardetti del fascio littorio.

Questo mi spaventa, perchè nulla insegna una ricorrenza, ormai diventata il rituale della gita fuori porta o del corteo contro oppure, più semplicemente, starsene a casa a riposare, perchè domani sarà un’altra dura giornata di lavoro.

La politica del primo maggio è quella ricorrenza della quale faccio volentieri a meno, perchè quando vedo il “potere” sindacale non essere diverso dai “padroni” che dicono di combattere per la tutela dei diritti dei lavoratori mi viene in mente mio padre e la sua tuta blu “contivecchi” di una Macchiareddu che, ancora oggi, lotta per la tutela dei lavoratori e, proprio questo, dovrebbe insegnarci a capire che non è più tempo di slogan, cortei e fischietti ma di una intelligenza collettiva e sociale che possa superare i pugni chiusi e le braccia tese, per riconoscere chi dei cortei e degli slogan fa politica di mestiere e, guai, a chiamarlo operaio…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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