“special needs children” e classi differenziali per studenti specifici…

I bambini con bisogni speciali (children with special needs) sono generalmente coloro affetti da una disabilità fisico-motoria sensoriale ed intellettiva che alle nostre latitudini trovano nel sostegno scolastico un bisogno non sempre soddisfatto.

Bambini che per molti sono un peso e per altri una fonte di prestigio e di guadagno, perchè il mondo dell’handicap è un osso ambito da molti denti; politicamente sono una bandiera dell’ipocrisia quando si fanno delle leggi per la tutela dei loro diritti ma poi non si tutelano le leggi fatte per garantirne il giusto diritto, fino all’annoso dibattito fra gli addetti ai lavori in cui incontro chi è favorevole alle “classi differenziali” e chi invece persiste in una integrazione generale che spesso funziona solo sulla carta.

E’ integrazione trovare un bambino abilmente diverso in una stanzina dei bidelli, trasformata così in una classe differenziale?

E’ integrazione vederlo in aula ma con una insegnate, quando c’è, che lo segue in modo diverso dagli altri perchè probabilmente rallenterebbe la classe?

E’ integrazione quando per ogni esigenza fisica deve attendere che giunga una assistente tecnica che lo possa assistere al bagno diversa dall’insegnante di sostegno, quando c’è, col rischio che in un’aula si debbano aprire le finestre per il cattivo odore?

L’integrazione è reale sotto il profilo della socializzazione e dell’abbattimento delle barriere, fisiche e mentali, che in tante lotte anche noi educatori pedagogisti siamo riusciti a ridurre ma non nella misura idonea per quella sperata integrazione del mondo “handicappato” con quello “normodotato”. Perchè in realtà sono ancora due mondi distinti e separati.

Quando mi chiedono cosa penso dell’eventualità di strutturare delle “classi differenziali” in chiave moderna non nego che rifletto molto su questo argomento, proprio per le esperienze nell’osservazione dell’integrazione scolastica degli abilmente diversi con particolare riferimento a coloro affetti da patologie intellettive e relazionali oppure con dei politraumi difficile da gestire.

Rispondo quindi facendo l’esempio delle automobili e dei pulmini a misura di handicap, definiti mezzi speciali, personalizzati in base agli accessori ed ai comandi che possano rispondere a quel tipo di disabilità rispetto che un’altra.

Rispondo quindi che non sarebbe una cattiva riflessione quella di strutturare uno spazio “speciale” in cui meglio gestire l’alunno abilmente diverso senza escluderlo dal gruppo-classe e dalle attività di socializzazione, permettendogli e garantendogli in quel suo specifico spazio il giusto livello di professionalità del docente e soprattutto la capacità qualitativa dell’insegnamento che, non è un sostegno ma rappresenta a tutti gli effetti una attività educativa ad personam come è giusto che sia, specialmente per gli intellettivi ed i relazionali.

Certo, parlare di classi differenziali riporta alla mente “le classi speciali per fanciulli deficienti” di Aurora memoria o appunto il decreto legge che istituì le stesse classi differenziali per bambini con difficoltà somato-psichiche e “ritardati” vari.

Per questo debbo stare molto attenta a pesare le parole.

Come pedagogista ritengo importante porre i bambini abilmente diversi in ogni forma e patologia, in condizione di ricevere un insegnamento specifico personalizzato, non solo sostenuto perche proprio il “sostegno” li rende già “differenziati”.

Abbiamo ottimi insegnanti di sostegno molto qualificati, sia uomini che donne, i quali talvolta sono costretti a ridurre la qualità del proprio lavoro perchè non sono nelle condizioni operative di poterlo svolgere.

Credo che sia giunto il tempo di riformare completamente il concetto educativo in favore degli studenti abilmente diversi, investendo nella loro formazione al pari di ogni altro studente, rinforzandone la famiglia con strumenti pratici e concreti e non con slogan politici o politiche sociali che non soddisfano gli stessi slogan.

Al pari di ogni altro studente non significa metterli accanto al banco di un coetaneo normodotato, che dovrà far spazio all’insegnante di sostegno e nemmeno potranno copiarsi a vicenda, per cui termina in quel momento ogni forma di socializzazione e di reciprocità col gruppo-classe, invece rinforzata dai momenti specifici di gioco e di socialità, di confronti personali e di personalità a confronto.

Altrimenti rischiamo di avere il paradosso di vedere gli stessi bravi compagni di classe che ci spingono la carrozzina fino in bagno, che poi da adulti parcheggeranno la macchina al posto dei disabili.

L’integrazione deve essere soprattutto emotiva fra gli studenti “handicap” e gli studenti “normo” altrimenti rimane solo la bella politica della correttezza per timore di essere scorretti.

Un’aula a misura di studenti con bisogni speciali non è una stanza chiusa nella quale confinarli ma un luogo aperto in cui osservarli e permettergli di osservare il resto del gruppo-classe, senza sentirsi in imbarazzo perchè non hanno il controllo sfinterico e nessuna forma di assistente giunge in tempo utile per evitare gli sguardi schifati di chi è poco sensibile ai cattivi odori.

Sia ben chiaro che molte insegnanti di sostegno non hanno nessun problema a pulire il sedere ai loro studenti, perchè ben sanno il rischio di regressione che si sviluppa dalla mortificazione in danno dei children with special needs…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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